Il poeta e la Fgci

Quando Pasolini disse: “Spero nei giovani comunisti e radicali”

Toccò a noi leggere il discorso che Pasolini aveva preparato per il congresso del partito radicale. E poi di nuovo Laura Betti ci impose di pronunciare al festival internazionale di Parigi un discorso di presentazione di Salò. I francesi non volevano, ma cedettero

Editoriali - di Goffredo Bettini

1 Agosto 2023 alle 17:00

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Quando Pasolini disse: “Spero nei giovani comunisti e radicali”

In quei giorni continuò il nostro impegno per il poeta. Pasolini sarebbe dovuto intervenire al congresso dei radicali. Pannella aveva con lui un rapporto speciale. Il discorso era già stato scritto e si trovava nelle carte del poeta. Ancora una volta la famiglia chiese a noi di partecipare all’evento e di leggere il testo. Con Pannella negli anni successivi costruii un rapporto di grande amicizia e intimità. Ma allora non l’avevo mai incontrato. Anzi, lo avevo visto da lontano nell’emiciclo del Palasport, al congresso nazionale del partito nel ’75, alzarsi dagli spalti più alti nei panni di un grande uccello nero. Una delle sue frequenti provocazioni.

L’assise radicale si svolgeva a Firenze. Andammo lì con la macchina, Borgna, il poeta e scrittore Vincenzo Cerami e io. Ricordo una sala gremita all’inverosimile. Le parole di Pasolini erano molto attese. Non c’è da commentare molto. Eccole: “Prima di tutto devo giustificare la presenza della mia persona qui. Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota per il Partito Comunista Italiano, e spera molto nella nuova generazione di comunisti. Spera nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali. Cioè con quel tanto di volontà e irrazionalità e magari arbitrio che permettono di spiazzare – magari con un occhio a Wittgenstein – la realtà, per ragionarci sopra liberamente. Per esempio: il Pci ufficiale dichiara di accettare ormai, e sine die, la prassi democratica. Allora io non devo aver dubbi: non è certo alla prassi democratica codificata e convenzionalizzata dall’uso di questi tre decenni che il Pci si riferisce. Sarebbe un’autodegradazione sospettare che il Pci si riferisca alla democraticità dei democristiani”.

Ancora una volta Pasolini aveva voluto chiarire da che parte stava. Con i comunisti. Con i giovani comunisti. Aveva mandato un messaggio che io ho sempre inteso così: accompagno con tutte le mie forze voi, sfruttati e poveri, per la conquista dei vostri diritti. Mantenete, tuttavia, la vostra alterità. Non corrompete la vostra grazia. Quella grazia, ormai sfigurata dalle logiche di chi vuole assorbirvi. Nel combattere, non mutuate il linguaggio e le parole dei vostri avversari. Era già la fase nella quale il capitalismo iniziava ad omologare tutte le forme. Non più forme contro altre forme. Non l’alterità. Ma crisi di civiltà. La deformazione di tutte le culture particolari e degli spazi spirituali come la vera missione della nuova borghesia. I rapporti sociali e umani non imposti dall’esterno, come nel passato. Piuttosto incorporati nello sviluppo della tecnica e della comunicazione. Con la maschera dell’innovazione, ritenuta oggettiva e indiscutibile.

L’avversario, sciogliendosi e disaggregandosi, uniforma e comanda. Le varie forme umane: granelli di sabbia. Anche la resistenza e la rivolta: increspature o mulinelli destinati presto a depositarsi, nel deserto, come false illusioni. Senza amicizia e amore perché non disponibili all’altro. L’occhio che “vede” cerca di resistere a questo flusso. Punta i piedi. Per non sparire. Sono isole per risalire a qualche senso dell’esistenza. Inciampi rispetto all’animazione meccanica della vita. In forme diverse: i giovani comunisti e i radicali, dallo scandalo e dalla bestemmia, debbono ricominciare un qualche cammino. Pasolini è stato un profeta; si è detto perfino un po’ decadente ed esteta. Lascio giudicare i lettori. Se profeta (come anche io credo), non dedito ad indovinare il futuro, piuttosto a immergersi nelle viscere del “suo presente” per vedere meglio il nemico arrivare.

***

Qualche settimana dopo, un po’ a nome di tutti, Laura Betti ci chiese di accompagnare “Salò” al festival internazionale di Parigi per la prima mondiale. A Parigi aveva fatto clamore un festival erotico. E questo, probabilmente, non era piaciuto al Presidente Giscard d’Estaing. Per cui quest’ultimo pensò di promuovere nella capitale francese un incontro, persino solenne, del cinema internazionale di qualità. Credo che la manifestazione nel corso del tempo sia scomparsa. Anche perché, alla sua prima edizione, aveva, appunto, un carattere contingente. Laura Betti in quel momento, dopo la morte di Pierpaolo, si sentiva con qualche ragione, la sua legittima vedova.

L’interprete “indiscutibile” del suo pensiero. Era davvero addolorata, scossa emotivamente. Ciò accentuava il suo carattere teatrale, fumantino, misto di dolcezza e improvvisa cattiveria. Con me aveva un rapporto molto buono, speciale. Anche perché le stavo molto appresso, la contraddicevo poco e mi comportavo da ragazzo ubbidiente. Laura aveva deciso, un po’ unilateralmente, che la Fgci di Roma non solo dovesse essere presente alla prima di “Salò”, ma che avrebbe dovuto assolutamente parlare prima della proiezione. Un discorso esplicito, portando a Parigi l’ultimo messaggio politico del poeta. Decidemmo che oltre al sottoscritto, dovesse venire Ferdinando Adornato. Mi faceva piacere, perché ne ero amico e apprezzavo la sua “vis” comica e la sua simpatia. Si decise di partire in treno.

In quel tempo per Parigi c’erano degli ottimi vagoni letto e Laura prenotò due cabine comunicanti. L’attrice era particolarmente ispirata, quasi sempre tutta vestita di nero e con gli occhi infuocati. Ogni tanto entrava nel nostro scompartimento, con un motivo o con un altro, suscitando in noi qualche apprensione e imbarazzo. Nel frattempo, durante il viaggio dovevamo scrivere la presentazione che avremmo dovuto poi leggere sul palco. Ne vennero fuori due paginette, senza particolari picchi di qualità, ma sincere e dirette.

L’arrivo fu per noi un’esperienza indimenticabile. Avevo visitato Parigi già almeno tre o quattro volte. Ma mai accolto in quel modo: una grande Citroen nera, il famoso “ferro da stiro”, ci aspettava nell’atrio della stazione. Il comando delle operazioni era strettamente nelle mani di Laura. Noi seguivamo trotterellando. L’autista si diresse verso la zona dell’Arco di Trionfo. E ci depositò davanti ad uno degli alberghi storici e più belli di Parigi: il Giorgio V. Nando ed io ci guardavamo intorno, contenti e smarriti. La stanza era enorme, lussuosa, ma elegante. Non eravamo mai stati in un albergo di così alto livello. Laura si era accomodata in una stanza vicino, nella quale cominciò subito uno strano traffico di visite di intellettuali e scrittori francesi. La sera ci sarebbe stata la proiezione.

Chiedemmo alla Betti se volesse controllare il nostro intervento e se tutto era stato predisposto in modo pacifico. Avute assicurazioni in questo senso, sempre con la nostra lussuosa autovettura, ci recammo fino alla grande sala nella quale si sarebbe proiettato il film. Dovevamo conoscere il direttore del festival. Non ne ricordo il nome, ma era un francese educato, elegante e molto compenetrato nel suo ruolo. La “pizza” di “Salò” la portavamo sottobraccio noi, su ordine di Laura. Il prezioso oggetto era stato custodito durante tutto il lungo percorso da Roma con religioso rispetto e grande attenzione.

A quel punto l’amica che ci guidava si intrattenne a parlare con gli organizzatori della manifestazione. Credo per la prima volta, al contrario di quello che ci aveva detto, comunicò loro che due giovani dirigenti comunisti, avrebbero parlato prima che iniziasse la proiezione. Il direttore cascò un po’ dalle nuvole. Non capì bene neppure chi fossimo. Se lo fece ripetere. Noi imbarazzati stavamo in disparte. Poi, in modo prudente per non suscitare reazioni, disse che non era possibile. Il festival aveva stabilito delle regole, era stato promosso ufficialmente dalla Presidenza della Repubblica, non erano previsti interventi, tanto più di carattere prettamente politico. Si accese la miccia. Laura strabuzzò gli occhi, lo incenerì con uno sguardo inequivocabile di odio e poi, senza spiegarci nulla, ci ordinò: “Riprendiamoci la pizza! E andiamo immediatamente via! Non hanno capito chi era Pierpaolo!”.

Non avemmo il tempo neppure di pensare e di abbozzare una minima reazione. L’attrice si diresse verso l’uscita alla massima velocità consentita da una certa rotondità del suo corpo. Lasciò i francesi da soli, senza più il film e senza alcuna possibilità di replica. Laura ci infilò di forza nel taxi, sempre con la pizza sotto al braccio, e ordinò all’autista di tornare al Giorgio V. L’incidente procurò qualche scalpore. E soprattutto la disperazione del direttore, che non sapeva più come recuperare. Alla fine furono pazienti. Fummo richiamati in albergo, il direttore capitolò. Laura trionfante ci disse di ricaricarci il film per riportarlo al festival. Poi in modo enigmatico, in auto, ci disse soddisfatta e tagliente: “Con i francesi bisogna fare così!”.

FINE TERZA PUNTATA /continua

(La prima e la seconda puntata sono uscite il 28 e il 29 luglio. L’ultima puntata uscirà domani)

1 Agosto 2023

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