Il 16 e 17 giugno 1973

Storia della protesta che ha rotto l’isolamento di 30mila detenuti

La rivolta si estende agli altri raggi e viene subito ripresa nel resto delle carceri italiane: a macchia d’olio negli istituti di pena del Sud come nel Nord

Archivio Unità - di Paolo Persichetti - 31 Maggio 2023 alle 15:00 AGGIORNATO IL 31 Maggio 2023 alle 17:32

Storia della protesta che ha rotto l’isolamento di 30mila detenuti

Nella notte tra sabato 16 e domenica 17 giugno 1973 scoppia la rivolta nel carcere di Rebibbia, un istituto di pena inaugurato appena un anno prima. Centinaia di detenuti prendono il controllo fino all’alba dei «bracci» e della «rotonda» centrale. I rivoltosi staccato mobilio e suppellettili dalle loro celle per innalzare barricate davanti ai cancelli d’ingresso dei reparti.

Alle prime luci del giorno la protesta si placa, i reclusi rientrano nelle celle ma dopo alcune ore di apparente calma all’inizio del pomeriggio della domenica riprendono la protesta. Un gruppo di detenuti del G8 dopo l’aria rifiuta di entrare nelle celle e raggiunge il tetto del carcere. Sono una cinquantina a riaccendere la rivolta che si estende agli altri raggi e viene subito ripresa nel resto delle carceri italiane: Cagliari, Marassi, san Gimignano e poi nelle settimane successive a macchia d’olio negli istituti di pena del Sud come nel Nord. Dopo circa un ventennio di «pace carceraria», seguito alla rivolte dell’immediato dopoguerra, nel corso del biennio 68-69 era ripresa la mobilitazione nelle prigioni, prima alle Nuove di Torino, poi il Marassi di Genova e San Vittore a Milano. Non è un caso se a mobilitarsi per prime sono le carceri giudiziarie del triangolo industriale, rivolte che ricalcano quanto avveniva nelle fabbriche e nei quartieri di quelle città.

Le mutazioni sociologiche avvenute all’interno della popolazione detenuta con un incremento notevole dei condannati per reati contro il patrimonio, la diffusione della nuova cultura della «stecca para» che rompeva le rigide gerarchie nel mondo della malavita, dando vita a batterie di rapinatori che suddividevano in modo equo il bottino, accompagnava una nuova autopercezione egualitaria e solidale del mondo della illegalità. Tutto ciò era favorito dal fervore critico e rivoluzionario penetrato all’interno degli istituti di pena con i primi militanti politici dei gruppi della nuova sinistra incarcerati.

Una nuova coscienza critica si era diffusa tra i detenuti non più governabile con il paternalismo e la repressione dei decenni precedenti. Le istituzioni totali venivano viste come simbolo estremo dell’ordine capitalistico e luogo di sovversione dello stesso. Le lotte dentro le mura di cinta si pensavano come parte della più generale battaglia contro il capitalismo condotta all’esterno. Paradossalmente sarà proprio la dura repressione con i trasferimenti punitivi dei rivoltosi che favorirà l’allargamento a macchia d’olio delle proteste e delle rivendicazioni in tutte le carceri dove questi arrivavano.

La creazione di Commissioni interne crea embrioni di democrazia dentro le mura di cinta e trasforma i detenuti in nuovi soggetti politici che pensano, scrivono, elaborano piattaforme, si incontrano con parlamentari della Sinistra in visita nelle carceri. Il primo regolamento della futura riforma del 1975 fu scritto dalla commissione carceri dei detenuti di Poggio Reale. Molti istituti innovativi, come la socialità, vennero pensati dalla commissione di Poggio Reale. Prima in carcere si parlava di “ricreazione”, come all’asilo.

Venne istituzionalizzata la rappresentanza dei detenuti, poi recepita nel regolamento carcerario. Un ruolo decisivo verrà svolto dalla «Commissione carceri nazionale» messa in piedi da Lotta continua e dalla rubrica dell’omonimo giornale, «I dannati della terra», che agiranno da catalizzatore della stagione di lotte fino alla fuoriuscita di una parte dei suoi militanti – molti dei quali erano stati tra i protagonisti delle Commissioni interne – che darà vita alla esperienza dei Nuclei armati proletari.

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Questo articolo di Aladino Ginori è apparso sull’Unità del 24 giugno 1973.

C’è un dato che ha dell’incredibile. II più alto numero di suicidi in carcere, avviene durante l’ultimo mese di detenzione. Anche a questo porta il più micidiale del meccanismi di isolamento umano che la nostra società possa offrire. Quando il detenuto e prossimo alla libertà – come dicono gli esperti – quando avverte che dovrà tornare a fare i conti con una realtà esterna che lo ha già respinto una o più volte, l’angoscia diventa incontenibile ed i più deboli cedono fino a giungere all’atto irreparabile.

Chi esce dal carcere, invece, più che confrontarsi con la comunità reale, mette in moto reazioni imprevedibili di fronte alla realtà immaginata durante la detenzione; una realtà che vede densa di minacce, verso la quale si pone in un conflitto aperto. Questo, il più delle volte, il risultato d’un periodo di pura e sterile «punizione» nel quale si accumulano, in un ambiente disumano, le esasperazioni, e l’individuo si abbrutisce nelle ore, nei giorni e negli anni vuoti e sempre uguali nella loro miseria.

La cosiddetta rivolta delle carceri ha le sue radici in moltissimi fattori. Lo hanno riaffermato in questi giorni i detenuti che hanno dato luogo a proteste clamorose a Roma (Rebibbia, il carcere definito «modello»), a Torino, a Cagliari, a Palermo, a Siracusa, a Milano, a Firenze, a Frosinone, a Spoleto. Migliaia dl uomini e donne (sono circa trentamila i carcerati in Italia) hanno posto un cumulo di rivendicazioni: dalla carcerazione preventiva, da un trattamento più umano nelle carceri, al diritto al lavoro e allo studio. Una protesta che, come quella altrettanto vasta del 1969, e stata bloccata con la repressione più dura, con i trasferimenti in massa, con la cella d’isolamento, con le punizioni sorde e cariche dl rancori, anche personali. A Roma e a Firenze si è anche sparato e si è fatto ricorso al candelotti lacrimogeni.

Tuttavia la tensione resta. E, cosa ancora più grave, restano tutti i problemi. Qualcuno osservava che la protesta dei detenuti non poteva cadere in un momento peggiore: crisi di governo e Camere bloccate non permetterebbero, infatti, di affrontare la vasta gamma dl richieste avanzate dai detenuti. Ma di riforma dei codici e di nuova regolamentazione sul carcere preventivo si parla almeno da venticinque anni in Italia. Ci sono quindi precise responsabilità politiche se, fino ad oggi, non si e mosso un dito. Se, per ovviare al pesante inconveniente dei detenuti in attesa dl giudizio (sono il 56 per cento) e per sgomberare le aule dei tribunali da migliaia di fascicoli si è preferito ricorrere per ben venticinque volte alla amnistia, dal dopoguerra ad oggi.
[…]

Delle quasi trecento prigioni esistenti oggi in Italia, infatti, 177 sono state costruite per altra destinazione. Solo una ventina sono state edificate dopo il 1955 ed altre sedi dopo il 1930. Tutte le altre sono ex conventi o ex fortezze e, fra queste, basti citare il Mastio di Volterra, (una fortezza medicea del 1334). Il carcere di Trento, (risale all’epoca napoleonica), quello dl Trani (un vecchio castello), quello dl Procida (ex fortezza borbonica), quello in uso a Rimini fino al 1969 (una rocca malatestiana). E ancora: il San Vittore dl Milano ha cento anni di vita. Le «Nuove» di Torino risalgono al 1857, il Poggioreale di Napoli è del 1912.
Dentro queste «fabbriche dell’isolamento» avviene di tutto.

[…]

Fra tutte, comunque, la realtà più scandalosa del nostro sistema carcerario resta quella del lavoro. Il terzo del detenuti che trova occupazione in carcere (per tutti dovrebbe essere, un diritto) è sottoposto alle leggi del più brutale sfruttamento, sia che lavori alle dirette dipendenze dell’amministrazione carceraria sia che lavori per ditte di appalto. E la cosa più incredibile sta nel fatto che è proprio lo Stato a rendersi protagonista o complice di questo sfruttamento: pagando salari vergognosi (in media 800 lire al giorno, ma decurtate le spese di «soggiorno» ne restano poco più della metà) o pretendendo tangenti del 110 per cento dalle ditte che appaltano i lavori e che «usano» i carcerati in una misura che rasenta davvero il codice penale.

E’ questo, quindi, per linee sommarie il retroterra della protesta che e divampata nelle carceri in questi ultimi giorni. Una situazione terribile, dove è comprensibile anche che si possa arrivare a forme di lotta disperate quanto inefficaci e perfino controproducenti. L’Italia destina all’amministrazione della Giustizia il 41 per cento delle sue spese pubbliche. Nel 1973 alle carceri sono stati destinati circa 90 miliardi. Sono cifre tra le più basse d’Europa che non sfiorano nemmeno lontanamente la sostanza del problema. Ma non solo di cifre si tratta, ovviamente. Il nodo di fondo da sciogliere è di carattere politico.

II sistema carcerario fa parte del più vasto apparato della Giustizia che – come più volte e stato sottolineato dalle forze politiche democratiche – ha bisogno dl profonde riforme. Bisogna andare alla riforma dei codici, alla riforma della regolamentazione sulla carcerazione preventiva. Bisogna, quindi, entrare nelle terribili «fabbriche dell’isolamento» e guardarne per modificarli i regolamenti arcaici. I detenuti chiedono dl lavorare e studiare. Lottano per ottenere diritti ormai acquisiti da decenni in quasi tutti i paesi del mondo. Da noi non più e possibile attendere oltre.

 

31 Maggio 2023

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