La storia dell'inserto

Storia di Tango, l’inserto settimanale satirico diretto da Sergio Staino dell’Unità

Estate 1986. A Forattini, che accusava Tango di non avere il coraggio di mettere alla berlina i dirigenti del Partito comunista, Staino risposte su Tango con una caricatura dell’allora segretario Alessandro Natta mentre nudo danzava, come lo Spadolini di Forattini, al suono di una orchestra diretta da Craxi e Andreotti. L’episodio creò scompiglio ma rappresentava anche la fine di quel sottile culto della personalità che fino ad allora, almeno all’esterno del gruppo dirigente, aveva circondato l’immagine del segretario generale

Archivio Unità - di Paolo Persichetti - 26 Maggio 2023 alle 12:16

Condividi l'articolo

Storia di Tango, l’inserto settimanale satirico diretto da Sergio Staino dell’Unità

Lunedì 10 marzo 1986 l’Unità si presenta in edicola con una novità al suo interno: un inserto satirico di quattro pagine rosa. Era nato Tango, «settimanale di satira, umorismo e travolgenti passioni», diretto da Sergio Staino. Sarà subito un grande successo.
L’edizione del lunedì subisce un immediato incremento di vendite, oltre 30 mila copie di media in più con punte di 50 mila e 1300 nuovi abbonamenti solo per quella edizione. Un pubblico di lettori affezionati che acquistano il giornale solo per leggere il suo inserto e che Staino raffigurerà in una sua vignetta dove Bobo, il suo alter ego, mentre si accinge ad acquistare una copia di Tango si vede rispondere dall’edicolante che esce insieme all’Unità: «Pazienza», risponde sconsolato.
Il nuovo inserto consente all’Unità di stampare il quotidiano anche a Roma, oltre alla tradizionale tipografia di Milano, migliorando la sua diffusione in tutta Italia e in particolare nel Meridione, prima penalizzato. L’esperienza durerà circa due anni, nel 1988 dopo 127 numeri, chiuderà – sosterrà Staino in una intervista – per stanchezza dopo aver suscitato non poche polemiche. Prima esperienza di satira in un quotidiano organo stampa di un partito che si trovò all’improvviso proiettato dalle regole e dai modi inamidati del centralismo democratico in una sorta di seduta permanente di autocoscienza collettiva.
La satira sull’Unità c’era sempre stata fin dai memorabili corsivi di Fortebraccio, pseudonimo di Mario Melloni, con un passato nella Resistenza bianca, poi deputato democristiano espulso dal partito perché nel 1954 aveva votato contro l’adesione dell’Italia alla Unione europea occidentale, ritenuta una sorta di semaforo verde al riarmo della Germania. Dopo aver frequentato Franco Rodano, l’intellettuale ponte tra cattolicesimo e partito comunista che Togliatti utilizzò in tutti i modi per tentare di staccare dalla Dc – senza mai riuscirci – la sua componente popolare di sinistra, Melloni iniziò a collaborare a Paese sera per approdare all’Unità nel 1967, prendendo il nome di un capitano di ventura dell’Umbria medievale, Braccio da Montone detto Fortebraccio, scelto per lui da Maurizio Ferrara allora direttore del quotidiano del Pci. Per tutti i giorni, salvo il lunedì, fino al 1982, Fortebraccio uscì in prima pagina taglio basso con il suo corsivo, divenuto un appuntamento soprattutto per i suoi avversari al punto che non apparirvi voleva dire non esistere politicamente. Fu proprio ispirandosi a Fortebraccio che Bettino Craxi scelse il nome di Ghino di tacco per i suoi corsivi al vetriolo sull’Avanti, brigante vissuto nel tredicesimo secolo, rifugiatosi a Radicofani, una rocca situata sulla via Cassia tra la Repubblica di Siena e lo Stato pontificio.
L’ironia di Fortebraccio era misurata, elegante, soprattutto rivolta all’esterno, contro gli avversari, democristiani, gli industriali: aveva affibbiato a Gianni Agnelli il soprannome di «avvocato basetta». Quella di Tango invece si rivolgeva volentieri all’interno del partito, al suo gruppo dirigente seguendo la massima maoista di tirare contro il quartiere generale. Nella estate del 1986 vi fu uno degli episodi che fece più discutere: in una intervista Giorgio Forattini, vignettista leggendario di Repubblica, aveva sostenuto che Tango era solo uno strumento di propaganda a cui mancava il coraggio di mettere alla berlina i dirigenti del partito comunista, come lui faceva quotidianamente con Andreotti, Craxi e Spadolini, raffigurato come un maxiputto.
Staino rispose su Tango con una caricatura dell’allora segretario Alessandro Natta mentre nudo danzava, come lo Spadolini di Forattini, al suono di una orchestra diretta da Craxi e Andreotti. L’episodio creò scompiglio ma rappresentava anche la fine di quel sottile culto della personalità che fino allora, almeno all’esterno del gruppo dirigente, aveva circondato l’immagine del segretario generale, figura venerata e inattaccabile. Impensabile rappresentare – come aveva fatto Forattini – un Berlinguer imborghesito che in pantofole e grisaglia sorseggiava tè sulla sua poltrona mentre dalla strada giungeva l’eco lontana delle manifestazioni di piazza degli anni 70. E proprio Forattini rispose su Repubblica con un disegno di Natta che armato di un panetto di burro in mano inseguiva il povero Bobo, con la didascalia «Ultimo Tango a Parigi». Oggi si sarebbe parlato di body shaming e basta, il bromuro del politicamente corretto ha addormentato il pensiero.
Per Tango collaborarono nomi come Altan, Ellekappa, Vincino, Vauro, Andrea Pazienza, Dalmaviva, Roberto Perini, Disegni & Caviglia, Giuliano, Daniele Panebarco, Gino e Michele, Angese, Davide Riondino, Paolo Hendel, Stefano Benni, Piergiorgio Paterlini, Patrizia Carrano, Roberto Vecchioni, Lella Costa, Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Patrizio Roversi, Susy Blady, Lorenzo Beccati, Renato Nicolini, Sergio Saviane, Michele Serra. Sembrava che un pezzo del Male, la più alta, irripetuta e irriverente esperienza di satira politica indipendente degli anni 70 fosse incredibilmente approdata in uno di quei palazzi della politica presi di mira nel decennio precedente. Uno di quei palazzi che quando le vie della città ribollivano di giovani, donne e operai, invece di mischiarsi tra loro si richiudeva in difesa della fortezza, come nel deserto dei Tartari.
Alberto Menichelli, responsabile centrale della vigilanza del Pci, ha raccontato tempo fa in un libro di Luca Telese come loro difesero la sede del Pci: «Ogni sabato, ogni giorno in cui c’è una manifestazione, noi dovremo essere in grado di cordonare i cinque vertici della pianta di Botteghe Oscure, schierando per ogni vertice duecento persone. Formeranno un primo cerchio intorno ai compagni della vigilanza che restano nel palazzo a presidio, dunque almeno mille persone: un muro protettivo […] Dal 17 marzo [1977] in poi, ogni volta che ci sarà mobilitazione di piazza noi faremo in modo che i compagni siano già dentro».

26 Maggio 2023

Condividi l'articolo