Parla l'economista
“Destra e liberali contro i migranti, ma i flussi da bloccare sono quelli di capitali”, parla Emiliano Brancaccio
«Vannacci non lo dice perché è l’ennesimo cavalier servente dei più retrivi interessi padronali. Gli immigrati sono il perfetto capro espiatorio del capitale. Ormai li prendono di mira anche alcuni pezzi di mondo liberale»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Dal blocco navale, ai centri di detenzione, alla remigrazione degli stranieri, la propaganda anti-immigrati si fa sempre più aggressiva. Le destre estreme vengono premiate e creano egemonia: anche i partiti moderati le inseguono e i governi le assecondano. In questo difficile scenario, c’è un intellettuale che sostiene una tesi controcorrente. Per Emiliano Brancaccio, le destre vanno sfidate sui terreni a loro più congeniali, a partire dalla questione dell’immigrazione.
Professor Brancaccio, grazie alle campagne anti-immigrati le destre estreme continuano a raccogliere consensi. Che ne pensa?
Che ormai non si tratta solo di destre estreme. Gli immigrati sono presi di mira anche da un numero crescente di liberali. Sul Corsera, Aldo Cazzullo ha parlato con disinvoltura di “dumping sociale” causato dall’immigrazione. E non è l’unico. Pezzi di mondo liberale si stanno appropriando di alcune falsificazioni tipiche dei movimenti reazionari. Non vorrei sembrare malizioso, ma somigliano molto a prove di dialogo politico. Mi pare l’ennesimo segno della crisi profonda in cui oggi versa il liberalismo.
- “Abbiamo sconfitto l’antifascismo”, CasaPound porta in Parlamento la legge fascista sulla remigrazione
- L’Europa vota remigrazione, i Popolari vanno con i nazisti e sconfessano Papa Leone
- Il ciclone Vannacci si abbatte sulla destra, apertura all’alleanza con Meloni con “linee rosse”: il nodo Salvini e Forza Italia
Lei, quindi, sta dicendo che il “dumping sociale” causato dai lavoratori immigrati non esiste? E che i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi non peggiorano?
Certo che peggiorano, ma non a causa degli immigrati. Soprattutto nell’epoca del calo delle nascite, l’idea che l’immigrazione causi il declino delle retribuzioni e delle condizioni di vita dei nativi non trova riscontri macroeconomici adeguati. La più ampia meta-analisi disponibile, su 88 studi pubblicati, è giunta alla conclusione che l’impatto dell’immigrazione sui salari reali dei lavoratori nativi è mediamente zero, e nei rari casi in cui è significativamente diversa da zero, l’impatto positivo sui salari dei nativi è forte mentre quello negativo è debole. Persino George Borjas, l’economista citato da Trump per sostenere la campagna contro gli immigrati, non ha mai parlato di blocco dell’immigrazione, perché non avrebbe evidenze sufficienti per supportarlo.
Lei è un eminente studioso marxista. Alcuni sostengono che Marx riteneva che l’immigrazione abbattesse i salari dei nativi…
Di solito questi esegeti improvvisati citano una lettera a Meyer e Vogt in cui Marx accennò a un esercizio che noi economisti definiamo di statica comparata: vale a dire, notò che la concentrazione delle proprietà agricole irlandesi generava disoccupati ed emigranti che andavano poi a competere nel Regno coi lavoratori inglesi, ma quel nesso lo esplicitava lasciando immutata l’enorme massa delle altre variabili che influiscono su di esso, e ne era pienamente consapevole. Del resto, chi lo cita evita di aggiungere che in quella stessa lettera Marx precisava che l’antagonismo tra lavoratori inglesi e irlandesi era “alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa e da tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti”, e rappresentava “il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica”. Parole attuali, direi. Usare il massimo teorico dell’unità internazionale dei lavoratori per sostenere le campagne anti-immigrati è solo un patetico imbroglio.
Ma allora, se non è colpa degli immigrati, perché assistiamo a un declino delle retribuzioni dei lavoratori nativi?
Le analisi effettuate in questi anni chiariscono che il degrado delle condizioni salariali e di vita delle lavoratrici e dei lavoratori nativi dipende dall’abbattimento delle tutele legali contro i licenziamenti, il precariato e il lavoro nero, dall’indebolimento degli ispettorati del lavoro, dalla legislazione anti-sindacale, dal crollo degli scioperi, dallo spostamento dei carichi fiscali dal capitale al lavoro, dalla monopolizzazione dei mercati da parte delle grandi imprese. Insomma, dal fatto che la lotta di classe la stanno vincendo i capitalisti su tutti i fronti decisivi del conflitto sociale. In un tale attacco generalizzato al lavoro, prendersela con gli immigrati è ingenuo o in malafede. Significa farsi abbagliare da quello che io chiamo il perfetto “capro espiatorio del capitale”.
Ammetterà però che esiste un problema di immigrazione irregolare…
Teniamo presente che gli irregolari rappresentano appena il 6 percento degli immigrati in Europa. Ovviamente, queste irregolarità vanno risolte, ma per farlo bisogna mettere in luce alcune loro determinanti profonde, spesso nascoste. L’ILO e i tribunali documentano che vari imprenditori sottopongono i lavoratori irregolari a vessazioni inaccettabili in uno stato di diritto. In altre parole, sussiste un preciso interesse padronale a creare vie di accesso illegali ai lavoratori stranieri, per ricattarli e sfruttarli meglio.
Ma se al posto della regolarizzazione venisse applicata la ricetta vannacciana della “remigrazione” degli stranieri, cosa accadrebbe?
Le curve del declino demografico indicano che entro dieci anni perderemo 13 milioni di cittadini europei in età di lavoro, di cui quasi due milioni e mezzo in Italia. Anche assumendo crescita asfittica, è piuttosto improbabile che una tale caduta possa esser compensata da un boom delle nascite o della produttività del lavoro. Avremo bisogno di lavoratori immigrati anche solo per mantenere le attuali capacità produttive. Se dunque blocchiamo l’immigrazione, potremmo trovarci dinanzi a uno shock da scarsità di popolazione, un fenomeno raro in tempo di pace. La conseguenza andrebbe dall’inflazione, alla crisi, al crollo del potere d’acquisto dei lavoratori nativi. L’opposto di quel che sostengono i propugnatori della remigrazione.
Non c’è il rischio che gli immigrati esercitino pressione sul welfare e sulla sanità?
È vero l’opposto. I media ci hanno abituati a vedere l’immigrato come un fannullone avvezzo al crimine. In realtà, in Italia il tasso di occupazione degli immigrati è il 67 percento, pressoché identico a quello dei nativi: in larghissima maggioranza, gli immigrati sono lavoratori che pagano tasse e contributi, il loro apporto produttivo sostiene lo stato sociale di cui godono i nativi, in particolare gli anziani.
Però l’allarme sugli immigrati che commettono crimini esiste? O no?
Molti sono giovani, maschi, poveri e poco istruiti, che dal punto di vista statistico potrebbe essere un mix tale da aumentare la probabilità di violazioni della legge. Ma la realtà è che non esistono relazioni statistiche significative tra aumento degli immigrati e aumento dei reati. Uno studio recente su 23 paesi europei esaminati in un arco di 15 anni mostra che, dall’omicidio al furto d’auto, la correlazione con l’immigrazione è zero. Addirittura, tra gli immigrati regolari si registra spesso una propensione a rispettare le regole superiore rispetto ai nativi. Quanto al dato che gli immigrati siano presenti più nella popolazione carceraria che nella popolazione totale, si deve al fatto che gli irregolari sono contati nella carceraria e non nella totale, e soprattutto all’assenza di reti di protezione legale e familiare, più che a una indimostrata propensione dello straniero a delinquere.
Eppure, i media e i social battono molto sui crimini commessi da immigrati…
Studi pubblicati sulla Review of Economics and Statistics e altrove mostrano che i media hanno enormemente sovra-rappresentato i reati commessi da immigrati, determinando così uno spostamento del consenso verso politiche reazionarie. Sappiamo bene che molte redazioni considerano notizia “appetibile” solo i reati commessi da stranieri contro i nativi, mentre snobbano i reati commessi dai nativi, soprattutto quelli di imprenditori nostrani contro lavoratori stranieri. Così facendo, si crea una gigantesca distorsione della realtà. Il tambureggiamento xenofobo di media e social non è un termometro, è una malattia di questa fase storica.
A coloro che sono tentati dalla propaganda del generale Vannacci, cosa direbbe?
Che Vannacci e sodali insistono per bloccare gli afflussi di immigrati ma guarda caso non osano proporre il blocco dei movimenti internazionali di capitali, che oggi possono spostarsi liberamente da un paese all’altro a caccia di bassi salari, tassazione favorevole e lassismo nelle regole a tutela del lavoro e dell’ambiente, e che rappresentano una causa documentata del degrado dei redditi e delle condizioni di vita dei lavoratori nativi. Sarebbe ora di bloccare i flussi di capitali, non di immigrati. Ma questo Vannacci non lo dirà, perché lui è solo l’ennesimo cavalier servente dei più retrivi interessi padronali.
Professore, lei però affronta la questione da un punto di vista puramente razionale, usando dati scientifici. Magari il problema è proprio che l’irrazionalità imperversa…
È così. Ma l’unica arma per contrastare l’andazzo è portare alle estreme conseguenze la nostra razionalità critica. Dobbiamo tornare a indagare sui fattori introspettivi che alimentano la nuova psicologia di massa autoritaria, e che scatenano l’attrazione di tanta gente verso i pifferai della violenza dei forti contro i deboli, delle ronde notturne di quelli che vanno a spaccar teste allo straniero di turno e che invocano una ritornante ondata di pogrom e deportazioni. Dobbiamo contrastare la tendenza ricordando il monito di Lukács, più che mai attuale: se non viene combattuto e sconfitto, questo dilagante irrazionalismo nero ci farà precipitare in una nuova epoca di orrore.
Quale proposta avanzerebbe in tema di immigrazione?
Un immediato “ius soli”, ma non basta. Bisogna portare avanti i programmi dell’ILO per la regolarizzazione di chi dimostri che svolge lavoro nero, per la responsabilità degli appaltatori lungo tutta la filiera del processo produttivo, e così via. In altre parole: non solo pieni diritti civili e politici ma anche diritti del lavoro, sindacali e sociali. Solo così si ricaccia la xenofobia nel dimenticatoio della storia e si costruisce la coesione tra lavoratrici e lavoratori di ogni colore e provenienza, per l’unità di classe del futuro.