Il niet di FI e Lega sulle preferenze

Resa o crisi, il fuoco amico su Giorgia Meloni: maggioranza in tilt dopo il “no” di Lega e FI sulle preferenze

La riforma elettorale deve passare così com’è o non passa, avvisano gli alleati. Tajani avverte: “Meloni sta esagerando, da sola non può vincere”

Politica - di David Romoli

3 Luglio 2026 alle 07:00

Condividi l'articolo

Photo by Roberto Monaldo / LaPresse
Photo by Roberto Monaldo / LaPresse

Quando le tensioni montano da mesi se non da anni basta una scintilla per farle esplodere. Nella maggioranza quella scintilla è stato l’eterno nodo delle preferenze. All’improvviso, nel giro di un paio di giorni, sono risuonate parole e sono stati adoperati toni che in quattro anni di governo la destra era sempre riuscita a evitare. Due giorni fa, dopo il vertice tecnico sulla legge elettorale andato a vuoto, i leader si sono sentiti in call e il vertice telematico è andato tanto male da spingere i capi della destra a nasconderlo. La premier ha alzato la voce: “Voglio vedere se avete il coraggio di votare contro gli emendamenti di FdI”. Leghisti e azzurri hanno tenuto duro: “La legge o passa così com’è o non passa”. Il mite Tajani ha poi aggiunto ieri un carico pesantissimo: “Meloni sta esagerando. Deve ricordarsi che da sola non può vincere le elezioni”.

Se le cose sono arrivate a questo punto è anche, anzi è molto, per l’intervento a gamba tesa di Roberto Vannacci. Il leader di Futuro nazionale ha visto la possibilità di lacerare il centrodestra e si è incuneato con cronometrica puntualità e precisione. Ha sfidato la premier a dimostrare di avere “gli attributi” per imporre le preferenze ben sapendo di chiuderla così in una trappola. Non pago, ieri, ha ricaricato: “La presidenza della Repubblica per Meloni è un’opzione possibile. Ma io non so se sarei invogliato a votarla se non si impone sulle preferenze”. Situazione senza vie d’uscita. Tenere duro sulle preferenze, salvo accordo in extremis, cioè nei prossimi 10 giorni, significherebbe spaccare la maggioranza e rendere più o meno inevitabile la crisi di governo. Arrendersi vorrebbe dire apparire debole ed esporre il fianco alla propaganda facile di Vannacci. Rinunciare alla riforma elettorale per evitare entrambe le incresciose situazioni implicherebbe votare con il Rosatellum e candidarsi a una mazzata potenzialmente fortissima nei collegi maggioritari. A peggiorare la situazione è arrivato anche, discreto ma fermissimo, il prevedibile veto di Marina Berlusconi contro eventuali accordi elettorali con Futuro nazionale.

Il generale può fregarsi le mani e non solo per la soddisfazione a breve di aver messo in difficoltà la principale rivale a destra e per aver fatto emergere le divisioni latenti nella maggioranza. A pochi mesi dalla campagna elettorale tutti questi elementi hanno il loro peso ma ancor di più lo ha il passo avanti che Vannacci potrebbe fare verso il traguardo che, pur mai dichiarato ufficialmente, si è molto chiaramente prefisso. Ieri il leader di Fn ha detto chiaramente che il suo partito è nato “per dialogare con il centrodestra”. Sa perfettamente di non avere alcuna possibilità di arrivare al governo senza un’alleanza con FdI e possibilmente anche con la Lega, o meglio con una Lega riportata alla sua antica natura, la rappresentanza degli interessi del Settentrione. Il principale ostacolo è FI, la componente moderata e massimamente europeista che Vannacci considera un quinta colonna che inquina lo schieramento di destra e dunque impedisce un’alleanza tra FdI e Fn che, secondo le rilevazioni degli analisti, sarebbe invece gradita e voluta certamente dagli elettori di Fn e probabilmente anche da una parte sostanziosa di quelli tricolori.

Salvo miracoli dell’ultimo momento, la vicenda delle preferenze, comunque vada a finire, è già una ferita nei rapporti tra il partito di Giorgia Meloni e quello di Antonio Tajani ma anche e soprattutto di Marina Berlusconi. È probabile che nella sostanza la leader di FdI sia tanto riluttante quanto la Cavaliera ad accogliere un pericoloso competitor come Vannacci nella coalizione. Ma la somma tra la minaccia di Tajani e il veto contro Vannacci deciso da Marina, che ne avrebbe parlato direttamente anche con la premier, non possono che autorizzare il sospetto di un partito azzurro che, in caso di sconfitta alle prossime elezioni, si muoverebbe con autonomia molto maggiore di quella attuale. Magari con l’obiettivo di fare da colonna vertebrale a quel centro che, senza Fi, ha già dimostrato di non poter esistere ma che, con Fi, avrebbe tutte le possibilità di imporsi come terza forza fra una sinistra sempre meno centrista e una destra radicalizzata. Non è certo questo l’orizzonte che piace di più a Giorgia Meloni. Ma a volte le cose finiscono per imporsi da sé.

3 Luglio 2026

Condividi l'articolo