La brusca frenata
Vannacci stana Meloni: lite a destra sulle preferenze nella legge elettorale
Incalzata dal generale, Giorgia ha proposto le preferenze agli alleati ma è arrivato un no secco. E l’approdo del Melonellum in aula slitta al 14 luglio
Politica - di David Romoli
L’approdo della legge elettorale in aula slitta di una settimana, sino al 14 luglio. Lo ha deciso ieri la conferenza dei capigruppo di Montecitorio, ma la scelta della maggioranza era già nota da 24 ore. Cortesie per i rivali del Pd, che l’8 luglio hanno organizzato un evento a Napoli che dovrebbe abbracciare tutto il Sud e hanno chiesto il rinvio. Cause di forza maggiore, perché il 7 i treni andranno a singhiozzo e a rilento e per i deputati raggiungere la Camera potrebbe essere difficile. Tutto vero ma ai motivi ufficiali si aggiunge certamente la necessità di prendere tempo per superare l’ostacolo preferenze, diventato un macigno.
Il rinvio e le palesi difficoltà della maggioranza, che martedì ha dovuto cancellare all’ultimo momento il previsto vertice dei leader perché non sarebbe servito a niente o avrebbe fatto danno, hanno innescato una ridda di sussurri su una possibile retromarcia della premier. Tutto è possibile ma in questo caso l’eventualità è fortemente improbabile. Questione di pallottoliere: con la nuova legge, anche se sconfitta, la premier avrebbe una truppa parlamentare più folta che non con l’attuale Rosatellum. Con la legge ancora in vigore i collegi uninominali sono 147, dunque il doppio dei 70 che la nuova legge assegnerebbe col premio. Nel 2022 la destra se ne aggiudicò 122, risultato clamoroso dovuto però solo a una contingenza tanto sciagurata quanto irripetibile: la scelta delle opposizioni di presentarsi divise addirittura in tre. Stavolta le cose andrebbero ben diversamente. I calcoli delle teste d’uovo prevedono la vittoria del Campo Largo in 105-110 collegi, un pugno di altri andrebbe a formazioni locali e Meloni si dovrebbe accontentare dello scarno resto. Per questo insiste per cambiare la legge e che cambi idea non è affatto facile.
Di mezzo però ci sono le preferenze. Il cosiddetto vertice degli sherpa di martedì è andato a vuoto: muro contro muro. Due partiti, FdI e Noi moderati, a favore, due, Lega e Fi, ferreamente contrari. Ieri nuovo summit e identico risultato: la situazione non si sblocca. Persino affrontare le proposte di mediazione partorite dai tricolori è un’impresa, semplicemente perché per gli azzurri e per i leghisti non ci sono margini di mediazione. “Questo testo è già un compromesso: per noi il modello migliore era quello con i collegi”, puntualizza il capogruppo del Carroccio Molinari. Ma proprio perché per la Lega lo Stabilicum era già un boccone amaro ingoiato per amor di maggioranza “non è che ora si possano rimettere in discussione altri pezzi”. Gli azzurri la pensano allo stesso identico modo e girano il pollice all’ingiù anche per le proposte di mediazione. La principale, capolista bloccato e poi preferenze? Vorrebbe dire costringere i candidati non capolista a svenarsi per portare acqua al mulino del numero uno scelto dalle segreterie. L’ipotesi di bloccare non solo il primo ma i primi due nomi? I partiti sotto il 15% sarebbero tagliati fuori e anche per i due al di sopra a passare col proporzionale sarebbe una sparuta pattuglia. In ogni caso a essere avvantaggiato, sottolinea combattivo Molinari, sarebbero i pochi in grado di pagarsi una costosa campagna elettorale. Non se ne fa niente.
Sino a qualche settimana fa l’orientamento anche di FdI era tentare di arrivare a una mediazione salvo poi tirarsi indietro di fronte all’impossibilità di un accordo per evitare spaccature della maggioranza. Poi si è messo di mezzo Vannacci, che finge di essere solo un bruto perché così lo vogliono i suoi elettori ma in realtà per essere un neofita appare invece come decisamente astuto. Il generale ha sfidato apertamente la premier chiedendole di dimostrare di possedere “gli attributi” imponendo le preferenze. La situazione della premier si è fatta così difficile e delicata. Se passa la mano, dopo aver promesso per mesi le preferenze e dopo il rilancio di Vannacci appare debole, anzi carente di attributi, e si sa quanto il particolare pesi per gli elettori di destra. Se sceglie di andare avanti rischia la spaccatura della maggioranza e forse la necessità di rinunciare alla riforma elettorale, perché una divisione della maggioranza su una questione di tanta importanza imporrebbe la crisi di governo.
La sensazione generale è che Giorgia si sia irrigidita, abbia deciso di insistere più del previsto e di puntare i piedi per strappare almeno una parvenza di preferenze. Cosa farà davvero è ancora incerto ma in ogni caso Vannacci è già riuscito ad allontanare per la prima volta FdI e Fi su un tema centrale e nella sua agenda quella è la priorità. Il generale non vuole rompere con FdI e probabilmente neppure con una Lega riportata a rappresentanza degli interessi del Nord. Ma per costruire la “sua” coalizione di estrema destra deve regolare i conti con Arcore e per prima cosa iniziare a dividere la destra di Giorgia da quella di Tajani e Marina Berlusconi. La prima arma che gli è capitata per le mani sono le preferenze e non esita a usarla.