Il tesoriere nazionale Pd
Intervista a Michele Fina: “Fallimentare il modello sovranista di Meloni, Schlein è pronta a governare”
«Lo scontro Trump-Meloni? Il prevedibile fallimento della scommessa politica della premier. Ma il prezzo della guerra permanente imposta dal leader Usa lo pagano concretamente gli italiani e le italiane”
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Michele Fina, senatore, è tesoriere nazionale del Partito democratico.
Senatore non possiamo che partire dal quadro internazionale e dallo scontro Trump-Meloni. Cosa sta accadendo? Come dobbiamo leggere questa fase?
Assistiamo al prevedibile fallimento della scommessa politica di Meloni, cioè l’idea che l’appartenenza al sovranismo internazionale, che è un ossimoro, potesse consentire all’Italia di essere esente dalle follie trumpiane. Naturalmente dobbiamo essere consapevoli che, come dice Polonio nell’Amleto di Shakespeare, “c’è del metodo in quella follia”. Ma già la realtà – dai dazi alla guerra in Medioriente e in Iran, non dimenticando le parole gravissime rivolte al Papa da parte di Trump – si era incaricata di dimostrare come questa vicinanza politico-culturale sia solo in danno all’Italia e agli italiani. In un’alleanza si deve stare alla pari e con la schiena dritta. Con una aggravante: per alimentare questa amicizia speciale, l’Italia si è collocata ai margini dell’Europa. Su queste profonde ferite oggi viene gettato il sale con le parole del Segretario generale della Nato Mark Rutte, che ha affermato che le basi in Italia “hanno svolto un ruolo massiccio” a sostegno della guerra illegale di Trump e Netanyahu all’Iran. Aggiungendo che l’Europa “si è trasformata in una piattaforma di proiezione della potenza” americana. Tutto molto inquietante.
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Aiuta o danneggia, per esempio, la premier italiana?
Sicuramente danneggia gli italiani e le italiane. Il prezzo della guerra permanente imposta da Trump lo pagano loro concretamente ogni giorno, da una parte con la diminuzione della sicurezza e dall’altra con l’aumento dei costi del carrello della spesa o dei carburanti. Trump e Meloni hanno reciprocamente certificato la diminuzione di consenso. Gli italiani non dimenticano questi quattro anni in cui più volte si poteva e si doveva rivendicare una posizione autonoma nell’interesse del paese, evitando un dannoso servilismo giunto fino all’appello per la candidatura di Trump al Nobel per la Pace. C’era e c’è un’altra strada: ottenere dall’Europa la ripresa di un cammino avviato con il Next Generation EU, per noi diventato il PNRR, con investimenti strutturali ma anche con più peso politico continentale, più protagonismo e determinazione.
Senatore Fina, come ribatte a quanti dipingono il Pd come il partito della patrimoniale?
Ribatto che noi paghiamo sia il problema dell’iniquità fiscale sia l’alto livello di tassazione che abbiamo raggiunto per responsabilità di questo governo: ad oggi una pressione fiscale ad oltre il 43%. Quindi il nostro obiettivo deve essere abbassare le tasse e garantire maggiore progressività, come indica la Costituzione. L’Italia vede il 10% della popolazione detenere il 60% della ricchezza, mentre la metà della popolazione ne detiene il 7%. Il nostro è un paese dove sono cresciute le disuguaglianze che significano, soprattutto, sperequazione di diritti, come quello alla salute. Lo dimostrano i sei milioni di italiani e italiane che rinunciano alle cure. Per garantire il welfare state, spina dorsale del sistema europeo, i multimiliardari certamente possono dare un contributo maggiore. Le multinazionali dell’hi-tech, fra le prime 50 ben 35 sono statunitensi, pagano un centoventesimo delle tasse che in Italia paga un barista o di un fornaio, come ha denunciato CGIA di Mestre. Mancano 50 miliardi di euro di tasse non pagate solo dalle big tech.
Movimentista, veteropacifista pro-Pal, subalterna alla Cgil di Landini…È ripreso, se mai è cessato, il fuoco di sbarramento contro Elly Schlein, c’è chi la invita a farsi da parte per la premiership del centrosinistra.
Schlein ha ridato una collocazione chiara al partito posizionandolo senza ambiguità dalla parte dei diritti del lavoro, penso al salario minimo e più in generale agli stipendi reali che sono di quindici punti inferiori alla media UE; dalla parte della sanità e dell’istruzione pubblica, per cui chiediamo investimenti adeguati; del rispetto del diritto internazionale, denunciando il doppio standard dell’Ue e dell’Occidente; della ricerca di pace come affermazione dei diritti, condannando Israele per il genocidio a Gaza, ma sempre chiedendo “due popoli due Stati”, e condannando l’invasione di Putin in Ucraina; della conversione ecologica; del rafforzamento dell’Ue anche a partire da investimenti comuni per la competitività e l’autonomia strategica, pensando a riformare il Consiglio. A fianco a questo, lo sforzo unitario con le altre forze di opposizione, con cui ci apprestiamo a scrivere il programma e con cui da anni lavoriamo insieme in Parlamento. La combinazione di questi fattori ha portato risultati elettorali importanti, se guardiamo alle europee e alle diverse elezioni amministrative. Tutto questo non può essere negato. Schlein, che guida il primo partito di opposizione, ha dunque tutte le carte in regola per la guida del governo. Ricordo comunque che, a prescindere da qualunque legge elettorale, l’incarico di Presidente del Consiglio lo affida il Presidente della Repubblica. Noi difendiamo le sue prerogative così come vogliamo difendere e attuare la Costituzione.
Una certa stampa mainstream racconta il Pd come un partito-caserma, dedito al gioco del toto-ministri. Questa è la narrazione. Avete avuto due importanti uscite dalla vostra comunità, la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno e l’onorevole Marianna Madia. E la realtà?
Ma questo toto-ministri lo leggiamo sui giornali, noi siamo un partito responsabile che sa bene che prima si devono vincere le elezioni e che la squadra di governo si costruisce con gli alleati. Sul partito caserma è una caricatura che non regge alla prova dei fatti: il Pd è un partito in cui il pluralismo di sensibilità e posizioni non manca, è parte costitutiva di ciò che siamo. Certo questo non può significare la rinuncia, da parte della segretaria, ad avere una linea politica chiara oppure, addirittura, ad averne una diversa da quella con cui ha vinto le primarie. Le uscite dispiacciono sempre e non poco.
Il movimento di Vannacci nell’ultimo sondaggio supera una Lega in evidente scontro intestino. La nascita di Futuro Nazionale rischia però di avere conseguenze su tutta la destra. Che cosa potrebbe accadere?
Vannacci lucra su temi che Meloni ha cavalcato per vincere le elezioni e sui quali però ha fallito: sicurezza, immigrazione, pressione fiscale. Quando Vannacci parla di “remigrazione” – vocabolo che, come ha ricordato Lino Guanciale in un bellissimo monologo “Il viaggio di Alì”, fa rima con “deportazione” – non si discosta molto da concetti come la “sostituzione etnica”, evocati in passato dalla stessa Meloni quando era all’opposizione. La differenza è che oggi Vannacci può capitalizzare politicamente le promesse mancate della destra di governo, che si è dovuta confrontare con la realtà. Faccio un esempio. In questi tre anni sono arrivate circa 300 mila persone via mare. Nello stesso periodo, tra il 2023 e il 2025, l’immigrazione regolare ha portato in Italia circa 450 mila persone e il governo ha già programmato ulteriori 500 mila ingressi nel prossimo triennio. Meloni ha riconosciuto che abbiamo bisogno di lavoratori migranti. Numeri che, peraltro, il sistema produttivo considera ancora insufficienti per garantire la tenuta del nostro sistema produttivo. Tutto questo è però molto distante dall’idea dello “zero immigrati” che per anni ha alimentato la destra, tanto meno dalla proposta di remigrazione di Vannacci, che, oltre ad essere disumana, avrebbe conseguenze devastanti per il Paese.
E dunque?
La scelta che oggi si pone alla destra italiana e soprattutto a Meloni appare sempre più netta: da un lato una destra europea, conservatrice e popolare, inserita nel quadro dell’integrazione comunitaria; dall’altro una destra radicale, sovranista, identitaria, antieuropea e spesso incline a derive xenofobe e omofobe. Una direzione che talvolta emerge in modo ambiguo nella Lega e in Fratelli d’Italia, ma che viene rivendicata apertamente e senza esitazioni da Futuro Nazionale. Si tratta di due visioni della destra del tutto incompatibili. Se invece tutto questo fa parte solo di una recita, perché alla fine metteranno insieme tutto e il contrario di tutto, allora sarà una presa in giro alla quale i moderati non potranno piegarsi.
Avete recentemente approvato il bilancio del partito. Lei ha parlato di un Pd che finalmente tira un sospiro di sollievo dopo una lunga fase critica. Che lavoro, come tesoriere, ha portato avanti?
Dal punto di vista finanziario, il Pd in questi ultimi anni si è fatto orientare da tre principi: stabilità, trasparenza, giustizia. La condizione finanziaria di un partito, così come il suo finanziamento, è una questione democratica. Il bilancio registra un patrimonio netto superiore a 5,5 milioni di euro e un utile di oltre 3,6 milioni. È un record nell’ultimo decennio, che ci riporta ai livelli del 2013, quando esisteva il finanziamento pubblico legato ai voti. Il 2025 è anche l’anno in cui abbiamo superato gli ammortizzatori sociali, che per otto anni hanno inciso sulla condizione dei lavoratori e delle lavoratrici. Oggi garantiamo stipendi pieni ai dipendenti e alle dipendenti; abbiamo aggiornato il regolamento, riducendo l’orario di lavoro a 35 ore settimanali a parità di retribuzione e con il congedo paritario pienamente retribuito. È una scelta politica: vogliamo essere coerenti con ciò che affermiamo nei nostri principi, programmi e progetti di legge. Sul 2×1000 il partito ha avuto oltre 10,5 milioni di euro, corrispondenti a più di 632 mila scelte, con un incremento del 43% rispetto al 2022. Di queste risorse dal 2023 a oggi sono stati destinati ai territori oltre 4,8 milioni di euro, per le nostre iniziative in particolare su sanità, lavoro, istruzione e diritti, per le sedi che stiamo riaprendo ovunque, per le feste dell’Unità, per i Giovani democratici e per la Conferenza delle Donne Democratiche. E con la campagna per quest’anno, ancora in corso, vogliamo fare ancora meglio. Nell’epoca della disintermediazione, del rapporto diretto tra capo e folla, degli algoritmi, dei social, dell’intelligenza artificiale, il partito politico non è uno strumento del passato. Proprio perché il mondo cambia così rapidamente, servono luoghi collettivi capaci di comprenderlo, discuterlo, governarlo. Solo un partito vero può formare nuova classe dirigente. Solo una comunità politica organizzata può trasformare il consenso in responsabilità.