L'udienza pubblica storica

Fine vita, i malati alla Consulta: “Non discriminateci”

I giudici, chiamati a decidere sul suicidio assistito di una 89enne contestato dal gip di Bologna, hanno convocato undici pazienti a scopo consultivo

Politica - di Angela Stella

24 Giugno 2026 alle 20:30

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Photo credits: Clemente Marmorino/Imagoeconomica
Photo credits: Clemente Marmorino/Imagoeconomica

Udienza pubblica storica ieri in Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi ancora una volta sul tema dell’accesso al “suicidio medicalmente assistito”, legalizzato dalla Consulta stessa oltre 7 anni fa, con la nota sentenza Cappato/Dj Fabo. Sotto la lente di ingrandimento (Relatori: Antonini e Viganò) l’articolo 580 del codice penale e la sua legittimità costituzionale rispetto agli articoli 2, 3, 13, 32, e 117.

La questione al centro del giudizio riguarda il requisito dei trattamenti di sostegno vitale, previsto appunto dalla sentenza 242/2019. Secondo quella decisione, una persona può accedere legalmente al suicidio assistito se è affetta da una patologia irreversibile, che determina sofferenze fisiche o psichiche per lei intollerabili, è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli ed è dipendente da trattamenti di sostegno vitale. Come ha spiegato l’Associazione Luca Coscioni, “proprio quest’ultimo requisito è stato contestato dal GIP di Bologna nel procedimento a carico di Felicetta Maltese e Virginia Fiume, che nel 2023 accompagnarono in Svizzera Paola, una donna di 89 anni affetta da Parkinson avanzato, e di Marco Cappato, responsabile legale di “Soccorso Civile”, che organizzò il viaggio. Il reato contestato è quello di aiuto al suicidio, che prevede una pena da 5 a 12 anni di carcere. Paola non avrebbe potuto accedere al suicidio assistito in Italia secondo una interpretazione restrittiva della sentenza del 2019 perché non dipendeva da macchinari o trattamenti salvavita, ma da assistenza continuativa. Una discriminazione rispetto agli altri malati sui cui i giudici costituzionali daranno una decisione nei prossimi mesi”. La Corte ieri ha ammesso l’intervento “ad adiuvandum” di tre persone malate direttamente coinvolte dagli effetti della normativa: Roberto, paziente oncologico cui la ASL ha negato l’accesso al suicidio assistito per lo stesso motivo, e Carlo Gentili e Marco Gentili, persone affette da SLA che chiedono di non essere discriminate in futuro qualora decidessero di ricorrervi. Hanno infatti sottolineato: “Conviviamo con la malattia dall’infanzia. Dipendiamo in tutto dall’assistenza di nostra madre e delle persone che ci aiutano ogni giorno. Oggi non vogliamo morire, ma il riconoscimento di una libertà fondamentale non deve dipendere da uno specifico trattamento sanitario”.

Ammessi anche otto interventi “ad opponendum”, contrari quindi alla modifica di trattamento di sostegno. Persone che, hanno detto i loro avvocati, vogliono evitare di avere la tentazione di morire. Il loro avvocato Mario Esposito ha poi invece dichiarato: “L’aiuto al suicidio assistito può nascondere un modo alternativo di liberarsi di persone che sono ritenute inutili dalla società, lo dimostrano i dati dei Paesi che lo ammettono”. L’udienza di ieri è arrivata mentre il Parlamento sta discutendo una proposta di legge sul fine vita, mentre si contrappongono un testo del centro destra e uno del centro sinistra. In assenza di una legge nazionale chiara e completa, l’aiuto medico alla morte volontaria da parte del Servizio Sanitario Nazionale è già legale in Italia entro i limiti fissati dalla Corte costituzionale, ma continua a essere applicato in modo disomogeneo sul territorio nazionale. “Siamo in Corte costituzionale perché il Parlamento italiano non fa il proprio lavoro. È l’ottava volta che siamo qui perché la Corte costituzionale è costretta da una politica incapace e impotente a definire il perimetro del diritto ad essere aiutati a morire” ha detto Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, a margine dell’udienza. “Con le nostre azioni di disobbedienza civile – ha poi aggiunto Cappato – noi chiediamo che si chiarisca che anche una persona completamente dipendente dall’assistenza di altri con patologie irreversibili e sofferenza insopportabile possa essere aiutata a morire senza soffrire. Continueremo con le azioni di disobbedienza civile fino a che questo diritto, in un modo o nell’altro, sarà chiarito una volta per tutte”.

24 Giugno 2026

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