50 anni fa il Pci vinceva le elezioni

Giugno 1976, quando il PCI vinse le elezioni e governò l’Italia

Giugno fu un mese decisivo per la storia della Repubblica. Il primo omicidio delle Br e il clamoroso successo dei comunisti di Berlinguer. Che presero in mano il paese e lo cambiarono radicalmente

Politica - di Piero Sansonetti

20 Giugno 2026 alle 15:00

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Foto LaPresse – Publifoto Archivio storico Politica
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Gli anni settanta, in Italia, furono anni di piombo e d’oro. Di piombo per la violenza, per la lotta armata. D’oro perché fu un decennio di grandissimi cambiamenti, l’Italia si modernizzò, ottenne grandi conquiste sociali e cambiò volto. Gli anni settanta furono un decennio riformista, guidato dal Pci. Il 1976 fu un anno chiave. E in particolare fu decisivo il mese di giugno. Successero due cose che ebbero un peso gigantesco su tutto quello che è successo dopo. L’inizio vero e proprio del terrorismo e la vittoria politica del Pci di Berlinguer. L’8 giugno le Brigate Rosse, a Genova, realizzarono il loro primo delitto programmato, e quel giorno iniziò la stagione della lotta armata che sarebbe durata più di dieci anni. Fu ucciso in un agguato, a colpi di rivoltella e mitraglietta, il Procuratore generale di Genova Francesco Coco. Aveva 68 anni, tre figli ancora minorenni, ed era considerato il nemico numero 1 dai terroristi perché due anni prima aveva impedito la liberazione di alcuni militanti della “XXII Ottobre”, una organizzazione a metà tra la lotta politica e la criminalità comune. Le Br nell’aprile del 1974 avevano rapito un magistrato genovese (amico di Coco) che si chiamava Mario Sossi, e avevano chiesto per la sua liberazione che fossero scarcerati quelli della “XXII ottobre”. Il governo (ministro dell’interno Taviani) e la procura di Genova avevano accettato lo scambio. Ma la Procura generale, dopo la liberazione di Sossi, aveva deciso di non procedere alla liberazione dei detenuti. E le Brigate Rosse avevano giurato vendetta.

Fino all’8 giugno del 1976 le Br non avevano usato l’omicidio come strumento di lotta. Nel 1973, per la verità, durante una incursione in una sede dell’ Msi a Padova, un gruppo di brigatisti si era trovato di fronte a due militanti missini, Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, e li aveva uccisi: ma quel delitto fu considerato un incidente, non una scelta politica. L’esecuzione di Coco fu la prima volta di una lunghissima catena di attentati mortali e di delitti (si calcola che ci siano stati circa 130 omicidi) che si conclusero nel 1988 con la spietata uccisione del professor Roberto Ruffilli (intellettuale molto noto legato alla Dc di De Mita) a Bologna. Appena 12 giorni dopo l’uccisione di Francesco Coco si svolsero le elezioni politiche che segnarono un clamoroso trionfo del Pci. Il partito di Berlinguer ottenne un numero di voti (12 milioni e 615 mila) che mai aveva ottenuto nella sua storia e mai più avrebbe ottenuto, pari al 34,3 per cento dei voti, e si piazzò a una distanza minima (2 per cento) dalla Democrazia Cristiana. Fece un balzo di oltre il 7 per cento rispetto alle ultime elezioni politiche (che si erano tenute nel 1972) e in quegli anni le variazioni elettorali erano sempre minime. È vero che non ci fu il sorpasso da parte del Pci (cioè che il Pci non riuscì a diventare primo partito), come aveva temuto nei mesi precedenti una parte significativa della borghesia, impaurita seriamente per questo rischio che aveva spinto Indro Montanelli a invitare tutti a votare Dc, seppure col naso turato. Ma la presenza sulla scena politica di un partito comunista che rappresentava più di un terzo del paese e che sembrava comunque ancora in crescita (l’anno precedente alle elezioni regionali aveva conquistato un clamoroso successo con circa il 33 per cento dei voti) modificava l’assetto politico del paese.

Il giugno del 1976 segnò questa doppia novità importantissima e inedita nella politica italiana. La presenza di un gruppo che faceva politica coi fucili (come allora accadeva, in Europa, soltanto nella Spagna fascista e nell’Irlanda del Nord oppressa dagli inglesi) e il dilagare di un partito comunista, il più forte di tutto l’Occidente, che aveva già compiuto degli atti significativi di rottura con Mosca e col comunismo sovietico, e che proponeva un piano di riformismo radicale che poteva fare dell’Italia il primo stato socialista libero della storia. Alcune importanti riforme, sempre sotto la spinta del Pci, erano già state realizzate negli anni precedenti di quel decennio. Tre soprattutto: la legalizzazione del divorzio, lo Statuto dei lavoratori (che per la verità era una conquista soprattutto del partito socialista) e il punto unico di scala mobile, ottenuto nel 1975 con un accordo firmato da due giganti come Luciano Lama, capo del sindacato, e Gianni Agnelli, all’epoca capo di Confindustria. Punto unico di scala mobile voleva dire che l’aumento automatico degli stipendi legato all’inflazione (si chiamava, appunto,scala mobile) non era più calcolato in percentuale, cioè proporzionalmente agli stipendi e quindi più ricco per i più ricchi, ma era calcolato in cifra fissa uguale per tutti. E siccome l’inflazione era molto alta e la scala mobile incideva in misura molto consistente nel calcolo degli stipendi, l’accordo Lama-Agnelli prefigurava un progressivo restringimento della forbice tra stipendi alti e bassi. Non è una forzatura dire che dal 1976, e fino alla fine del decennio, il Pci svolse in Italia una funzione formidabile di governo. Influenzando, e quasi dettando, la politica dei vari esecutivi. La Dc aveva appena cambiato pelle e linea politica. Amintore Fanfani, ex leader riformista che si era spostato da qualche anno su posizioni molto moderate e a volte persino reazionarie, era stata sconfitto e sostituito alla segreteria del partito da Benigno Zaccagnini, ex partigiano, figura molto autorevole moralmente, meno politicante, spostato decisamente a sinistra. Il vero capo del partito però era diventato Aldo Moro. E fu proprio lui a decidere di aprire le porte alla proposta di compromesso storico (cioè, riassumendo e semplificando molto, accordo tra Dc e Pci) proposta da Berlinguer.

Subito dopo le elezioni del 1976 la Dc affidò ad Andreotti il compito di presiedere un governo fondato su una nuova maggioranza: monocolore Dc, sostenuto dalla astensione di tutti i partiti dell’arco costituzionale tranne i liberali, cioè il Psi, il Psdi, il Pri e anche il Pci. Per la prima volta dal 1947 il Pci entrava nell’area di governo. La formula però durò poco. Circa un anno e mezzo. Durante le vacanze di natale del 1977 il governo cadde e Moro trattò con Berlinguer l’ingresso del Pci in maggioranza. Si trovò l’accordo, l’incarico fu dato di nuovo ad Andreotti e fu fissata al 16 marzo la data della presentazione in Parlamento del nuovo esecutivo. di nuovo un monocolore ma con il PCI in maggioranza. La mattina del 16 marzo però avvenne l’imprevisto. Le Br fecero irruzione nella politica nazionale e diventarono di fatto il terzo partito, per forza politica, dopo la Dc e il Pci. Rapirono Aldo Moro, sterminarono la sua scorta, si posero al centro della politica italiana per 55 giorni dettando l’agenda ai partiti, ai giornali, ai sindacati, agli intellettuali. Le carte le davano loro. Chiesero la liberazione di alcuni militanti della lotta armata per salvare Moro. Il Pci e la Dc di Zaccagnini si opposero. Craxi, che stava proprio in quei mesi affermando la sua leadership, cercò di mediare, insieme a Fanfani. Alla fine, il 9 maggio, mentre stava per andare in porto una mediazione guidata da Fanfani (che era presidente del Senato), Moro fu ucciso. La lettura più accreditata dai politologi è che il terrorismo frenò la spinta riformista impressa all’Italia dall’avanzata del Pci. Non credo che sia vero. E la stessa eliminazione di Aldo Moro, a mio parere, non solo non frenò il compromesso storico, ma lo trasformò in un’alleanza decisamente a guida Pci, nella quale la Dc, pur mantenendosi da sola al governo, svolse una funzione gregaria. Cosa che sicuramente non sarebbe successo con Moro alla guida del partito. Moro non è mai stato di sinistra. Non credo che amasse le riforme radicali. Era un realista e un grandissimo navigatore in politica, capace di difendere sempre e coi denti il potere della Dc. Cosa che la sinistra di Zaccagnini non seppe fare.

E così successe che nel giro di pochissimi mesi il Pci impose al Parlamento l’approvazione di un numero incredibile di riforme molto profonde e di nettissima impronta socialista. La riforma psichiatrica, la riforma sanitaria (la prima nel mondo così vasta e completa) l’introduzione dell’equo canone negli affitti (che assegnava allo stato e non il mercato il potere di decidere il valore delle case e quindi l’ammontare del canone d’affitto), i patti agrari, il nuovo stato di famiglia, e infine l’introduzione dell’aborto, osteggiato e combattuto dalla Dc, (cioè dall’unico partito formalmente di governo), e passato per pochissimi voti al Senato.
L’Italia riformista durò poco. Alla fine del 1979 cambiò tutto. Il Pci uscì dalla maggioranza, i grandi imprenditori iniziarono la riscossa, a partire dalla Fiat, i sindacati arretrarono, subirono pesanti sconfitte, in Gran Bretagna Margaret Thatcher vinse le elezioni, poi le vise Reagan negli Stati Uniti, come un ciclone arrivarono gli anni ottanta che rovesciarono la gigantesca spinta del decennio precedente. Però l’Italia non era più l’Italia bigotta e reazionaria che era stata fino al 1968. E certamente l’anno 1976 fu il punto di svolta. Magari anche oggi, la sinistra, quando pensa al suo futuro, potrebbe buttare un occhio a quei successi, che non erano simbolici, erano storia vera. Quale storia? Quella di un partito che fu davvero, concretamente, profondamente, anche idealmente, un partito di lotta e di governo.

20 Giugno 2026

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