L'addio allo studioso

Carlo Ginzburg, a 87 anni è morto l’ultimo degli storici e storico degli ultimi

Figlio di Leone e Natalia, ebbe l’intuizione che è la gente comune il motore del mondo e che il potere fabbrica verità fasulle. Rigoroso fino all’ultimo, declinò l’invito al Maxxi di Giuli: “No grazie, siete nazisti”

Cultura - di Filippo La Porta

18 Giugno 2026 alle 21:30

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Photo credits: Simona Caleo/Imagoeconomica
Photo credits: Simona Caleo/Imagoeconomica

Se dovessimo individuare l’idea principale che ispira la variegata produzione saggistica di Carlo Ginzburg si potrebbe riassumere così: il mondo va avanti non per merito dei “grandi uomini”, dei potenti e dei sovrani, dei grandi leader e degli eroi monumentali, ma per merito delle persone comuni e anonime, degli individui invisibili che non hanno lasciato tracce e che stanno ai margini della Storia. Già ci aveva saggiamente avvertito il poeta Auden: “chi non ha ucciso nessuno / difficilmente avrà una statua”.

Ginzburg, nato nel 1939 da Leone e Natalia Ginzburg (che gli hanno trasmesso una vocazione intellettuale eretica e un antifascismo fisiologico), alle persone comuni ha voluto dedicare tutti i suoi libri. È stato uno studioso rigorosissimo, uno storico autorevole, sempre al servizio degli ultimi e degli oppressi, contro la verità del potere. In lui si riassumono in modo esemplare le due figure dell’erudito e del critico dell’ideologia. Citiamo i due suoi libri probabilmente più importanti. Anzitutto Il formaggio e i vermi (1981), che anticipa tutta la microstoria, dimostrando attraverso una fittissima documentazione che si può fare storia delle classi subalterne a partire dalla vita di un oscuro, ma ingegnoso, mugnaio friulano del ‘500 finito sul rogo dell’Inquisizione. Poi Storia notturna. Una decifrazione del sabba (2017) sull’ossessione di un complotto attribuito via via – tra ‘400 e ‘700, a gruppi diversi (lebbrosi, ebrei, musulmani…), tra stregoneria, credenze sciamaniche, tribunali, confessioni estorte, etc., un libro attualissimo (i lupi mannari baltici ci aiutano a capire, che so, tutto il pensiero paranoico dei no-vax). Molti altri i titoli di Ginzburg, il quale insegnò alla Normale di Pisa e nelle più prestigiose università americane: Indagini su Piero, Rapporti di Forza, I benandanti, Il giudice e lo storico (pamphlet sulle molte anomalie del processo a Sofri), Occhiacci di legno, Paura, reverenza, terrore, e fino al bellissimo Nondimanco. Machiavelli, Pascal (2018), su casistica gesuitica e logiche di potere (il quale sempre prevede una deroga alle normali regole, un’“eccezione”), e al recente Il vincolo della vergogna (uscito quest’anno da Adelphi, che ha pubblicato e ripubblicato l’intera sua opera insieme a Quodlibet). La sua riflessione e il suo prezioso lavoro di ricerca spaziano dalla storia delle idee e dell’immaginario all’arte, dall’antropologia alla letteratura e al cinema. Particolarmente raccomandabili, per chiunque intenda trovare una bussola nell’attuale crisi della sinistra italiana, le sue conversazioni con Vittorio Foa, ex azionista e vicino negli anni ’70 alla nuova sinistra (una figura decisiva nel lessico famigliare dell’autore): Un dialogo (2003 Feltrinelli) e Scelte di vita (2010, Einaudi).

Ma un saggio di Ginzburg del 1979, Spie. Radici di un paradigma indiziario, fu per me particolarmente illuminante – e influenzò un’intera generazione – a proposito del cosiddetto cosiddetto sapere indiziario (saggio che poi confluì in un libro): indicava un modello epistemologico alternativo che ribalta la gerarchia tradizionale tra concetto e dettagli, tra sistema e tracce, tra sapere astratto e attenzione incarnata. Il “metodo” suggerito da Ginzburg, modellato sulla semeiotica medica (la lettura attenta dei sintomi del paziente), sulle expertise della critica d’arte (per certificare l’autenticità di un quadro occorre analizzare i dettagli secondari e involontari), e sulla detective story, valorizza il particolare, l’anomalia, lo scarto, proprio come faceva l’uomo primitivo che per sopravvivere doveva interpretare tracce impercettibili (orme, rami spezzati…). Un modello che ci permette tra l’altro di ripensare l’intelligenza stessa: non è intelligente chi possiede un sapere, chi domina concetti generali e te li scaraventa addosso in modo aggressivo, ma chi sa cogliere e “leggere” gli indizi minimi dentro un contesto specifico (sia in un testo che in una persona). La vera intelligenza è sempre in situazione, ed è fatta soprattutto di attenzione. Corrisponde alla forma più pura di conoscenza, come pensava Simone Weil e come sapevano bene Stendhal, Proust e Nabokov tra gli altri.

Nel maggio 2024 Alessandro Giuli rivelò di aver invitato Carlo Ginzburg al Maxxi, di cui era presidente, ma lui rifiutò, rispondendogli: “Non vengo perché siete nazisti”. Giuli aggiunse di avere poi scritto, per ripicca, un saggio su Gramsci. Confesso di non aver letto – per ripicca – il saggio di Giuli, e non intendo mettere in dubbio la sua buona fede, o l’autenticità del suo percorso politico, dal neonazismo alla democrazia. Però la risposta secca di Ginzburg – certamente settaria, idiosincratica – fu come una boccata d’aria nel nostro asfittico paese dove si sdogana di tutto, si normalizza il male assoluto con battute che sembrano argute, e si suggeriscono improbabili sincretismi (Gramsci ed Evola, cultura pagana e Vangelo….). Carlo Ginzburg oltre ad allenarci a interpretare gli innumerevoli indizi della realtà, può inoltre aiutarci oggi a decifrare anche il sabba infernale della destra di governo, paranoicamente convinta di trovarsi in stato d’assedio ad opera di “invasori” (migranti) e “cospiratori” (giudici).

18 Giugno 2026

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