L'omaggio alla regista
La lezione di Marjane Satrapi che fece del suo esilio una frontiera
Ha raccontato l’Iran all’Occidente, senza far sconti neppure a quella Parigi che l’ha accolta. “La diaspora non è folklore”, ammoniva. La libertà d’espressione non si difende col taglio di una ciocca...
Cultura - di Dorella Cianci
Marjane Satrapi è una di quelle voci preziose che hanno raccontato all’Occidente l’Iran, ma ha anche dato voce alle donne della sua terra, esiliate dalla brutalità del potere. Sappiamo già tutto di lei, del suo lavoro Persepolis, che non ha bisogno di ulteriori commenti e sappiamo del suo attivismo dentro il movimento Donna, Vita, Libertà. Questo ricordo, invece, vuole mettere l’accento sul rapporto di Marjane con la diaspora iraniana europea, in particolare con quella radicata a Parigi. Per la Satrapi, Parigi non è mai stata la citta delle cartoline, ma un tessuto urbano di grande spessore culturale, nel quale le donne iraniane possono, ancora oggi, permettersi di esistere nella loro essenza, con i loro libri, con le loro manifestazioni e con quei luoghi fortemente riconoscibili, fra cui l’area del XV arrondissement, intorno a rue des Entrepreneurs, zona raccontata dalla stessa Marjane come un piccolo scrigno geografico della diaspora, composta da negozi, ristoranti, memoria e vita quotidiana.
Ascoltandola nel 2024 al Centre de Pompidou aveva, tuttavia, precisato che è molto riduttivo parlare di quell’area parigina come di un “quartiere iraniano”, perché, come affermò chiaramente, “la diaspora non è folklore, ma è una speciale forma politica, che riscrive il tessuto stesso di alcune zone europee, a iniziare dalla Francia”. Satrapi amava Parigi e l’Europa intera, ma quest’amore non si era mai trasformato in una completa assoluzione, infatti, nel 2025, rifiutò la Legion d’onore, denunciando quella che considerava un’ipocrisia francese verso l’Iran e verso la dissidenza iraniana. La sua Parigi non era il lieto fine di una vita in esilio, ma il cuore di una comunità di donne e intellettuali iraniane, le quali non si esprimevano per far trovare spazio alla nostalgia, ma per rendere visibile una società millenaria, violentata dal fanatismo e snaturata da un regime, che ancora vive e che non si dissolverà sotto i colpi faziosi e scellerati della guerra attuale. Marjane Satrapi rivolgeva, dal cuore dei centri culturali di Parigi, una domanda: “Quante iraniane occorrono per salvare l’Iran?”. Con questo interrogativo metaforico, voleva lasciarci una lezione preziosa, forse spesso inascoltata anche dalle sinistre europee: non basta difendere la libertà di espressione in astratto o col taglio di una ciocca di capelli, occorre raccontare e manifestare costantemente, lasciando che quella protesta crei un solco duraturo per le case, per le sue vie, per le ambasciate, per le redazioni dei giornali, per i ministeri della cultura.
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Non voleva raccontare l’Iran dall’Europa, voleva che, anche grazie all’Europa, la cultura iraniana continuasse a esistere, nonostante le sue ferite. Persepolis è un’opera importante anche perché ha dato voce a una costellazione diasporica composta da chi aveva lasciato l’Iran e da chi era nato altrove, dentro famiglie iraniane, assorbendone un Paese in frammenti, con i racconti dei genitori, la musica, il cibo, l’ironia e soprattutto con la poesia. Ovviamente, in tal senso, occorre precisare che la diaspora iraniana, in Europa, non è stata un fenomeno omogeneo e non è stata soltanto un blocco di oppositori al regime, come spesso è detto dai media occidentali. La diaspora iraniana è piena di fratture ideologiche: dall’esilio della sinistra schiacciata prima dallo scià e poi dalla Repubblica islamica, alle famiglie laiche e cosmopolite, ai rifugiati più recenti alle seconde generazioni, che conoscono l’Iran come un’eredità fantasma. Satrapi tentava di mettere insieme tutti questi livelli, facendo nascere la sua opera dentro una formazione francofona e segnata da una ferita post-rivoluzionaria. La sua Parigi non era una declinazione del romanticismo, ma la città europea che, più di tutte, ne contiene altre, facendosi segnare dalla ricchezza della porosità interculturale.
Parigi era la città che aveva accolto una ex bambina, cresciuta per le vie di Teheran in piena rivoluzione, divenuta un’artista d’Europa, senza smettere di essere pienamente iraniana, ma prendendo le distanze tanto dal regime quanto dagli stereotipi occidentali, che ancora abbondano in queste ore di ripresa del conflitto. Il suo matrimonio con Mattias Ripa, produttore svedese, non era fatto di partecipazioni a salotti intellettuali, che riempiono alcune zone di Parigi, ma era una vivace frequentazione con gli ambienti delle case editrici indipendenti, a iniziare da l’Association, ai fumettisti o ai registi come Mohsen Makhamalbaf, con cui Satrapi intervenne, nel 2009, al Parlamento europeo, per denunciare le elezioni iraniane come un “colpo di Stato”. Non aveva risparmiato, fra le sue critiche, neanche il presidente Macron, il quale, a suo dire, era artefice di una politica ipocrita nei confronti delle donne iraniane: da un lato ne apprezzava le manifestazioni, dall’altro era anche consenziente a una politica interna che rifiutava i visti ad alcuni dissidenti ed artisti, mentre venivano elargiti ai figli degli “oligarchi iraniani”, i quali potevano circolare liberamente fra Parigi e Saint-Tropez. Marjane Satrapi aveva scelto l’Europa e Parigi non solo casa, ma soprattutto come frontiera ed è propria da questa frontiera che avrebbe voluto più coerenza e coraggio.