La strage di Amendolara
Dalla lotta di classe alla lotta tra poveri
Un tempo i proletari erano uniti e solidali: oggi si scannano tra loro mentre pochi accumulano ricchezze con lo sfruttamento e lo schiavismo
Politica - di Ilario Ammendolia
La tragedia dei quattro braccianti arsi vivi ad Amendolara in Calabria non è un atto di barbarie ma di guerra. La guerra di emarginati contro altri emarginati, di lavoratori contro altri lavoratori. Archiviata la lotta di classe, finite le guerre di liberazione nazionale, come quella combattuta in Vietnam, restano le guerre concepite dalle élite di governo ad uso interno e quindi esportate all’estero. Guerre tra proletari di tutto il mondo che, diversamente da ciò che pensavamo, sono rimasti divisi. E adesso si combattono “buoni” contro “cattivi” e viceversa. E mentre loro si ammazzano, una piccola minoranza di persone accumula così tante ricchezze da perdere la testa. Sognano se non proprio l’immortalità, quantomeno una vita prolungata all’infinito. Immaginano di vagare nello spazio quando la terra sarà distrutta, e comunque vaneggiano un destino diverso dal resto dell’umanità.
Sono bastati pochi anni e la rivoluzione francese è stata fatta a pezzi e archiviata come un incidente della storia. C’è in campo una nuova “nobiltà” e, ovviamente, ci sono i nuovi “servi della gleba”. E sono molti e, diversamente dal Medio Evo, non tutti vivono in stato di miseria. La finanza (non l’impresa) ha sostituito il “sangue”. In un tale contesto bisogna inquadrare la tragedia dei quattro braccianti di Amendolara. Prima che qualcuno accendesse il fiammifero per bruciarli, molti hanno chiesto di respingerli in mare. E costoro non facevano parte della “razza padrona”. Altri, ancora di più, hanno invocato – e invocano – la loro deportazione in massa. Spesso sono pensionati come me – paurosi come siamo di ogni novità – sottoproletari che vivono di sussidi, operai e impiegati che hanno timore del “diverso” o dello “straniero”. Tutti insieme, hanno scatenato una tempesta che non abbiamo visto arrivare. Amendolara ci ripropone il problema nella sua drammaticità. Probabilmente gli assassini dei quattro migranti nel loro “viaggio al termine della notte” si sono convinti che se non avessero messo i piedi sulla testa di qualcuno per “salire”, altri li avrebbero messi sulla loro testa per spingerli ancora più giù. Non è una logica che riguarda solo gli immigrati ma permea di sé l’intera società. E loro, i “caporali” potevano mettere in piedi solo sulla testa di altri disgraziati come loro. E l’hanno fatto. Con crudeltà, con stupidità e con ingenuità. Forse per calcolo forse per paura. Non erano assassini di professione, altrimenti avrebbero fatto le cose “perbene” e con perizia.
Erano dei braccianti, dei disgraziati che lo stato di guerra permanente in atto ha trasformato in assassini. Il tutto in un contesto di miseria, sradicamento, paura, sporcizia, conflittualità e luridime. Non li giustifico affatto, cerco solo di andare oltre i luoghi comuni per inquadrare la vicenda nella cornice attuale. Gli assassini sono responsabili dinanzi alla legge. La Politica, (e la Sinistra soprattutto), è, o dovrebbe essere, un’altra cosa. Ha altri doveri e non può limitarsi a officiare antichi riti. Ne può ridursi a chiedere più ispettori del lavoro e più forze dell’ordine. E neanche ad invocare una “rivolta morale” perché la “morale” non è separata dalla storia e non vive nell’iperuranio. Per Amendolara forse sarebbe stato più efficace se ad astenersi dal lavoro (sia pure simbolicamente) fossero stati gli operai veneti, gli impiegati di Milano, i lavoratori agricoli dell’Emilia così come per le fabbriche in crisi si dovrebbe manifestare in Calabria o in Sicilia. Occorre insomma che dinanzi all’avanzata di un fronte reazionario, bellicista, oscurantista si risponda mettendo in campo un ampio fronte che sappia battersi per la pace, per l’uguaglianza tra gli uomini, la libertà e per la democrazia. Lo so bene che è difficile… ma i vecchi riti e le vecchie parole d’ordine non servono più.