Strage e mancata accoglienza

Strage di Amendolara, cosa c’è dietro la barbara uccisione dei pachistani arsi vivi

Prima di morire bruciati vivi in un van, Ismat e Fazal avevano attraversato l’inferno della rotta balcanica per finire nel deserto del sistema di accoglienza: la più grande fabbrica di marginalità sociale

Politica - di Gianfranco Schiavone

9 Giugno 2026 alle 17:30

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Strage di Amendolara, cosa c’è dietro la barbara uccisione dei pachistani arsi vivi

Tra le tante sottovalutazioni e rimozioni che avvolgono la drammatica questione dello sfruttamento estremo dei lavoratori stranieri in Italia, tema di cui si è tornati a parlare dopo la strage di quattro braccianti agricoli bruciati vivi dentro un minivan in un distributore di carburanti ad Amendolara, ve n’è una in particolare che rimane sempre in ombra ed è quella che riguarda il ruolo del sistema pubblico di accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Lo sfruttamento del lavoro è un fenomeno storico profondamente strutturato nel malato sistema dell’economia italiana e certo solo parte degli sfruttati sono stranieri e in particolare sono rifugiati. Anche per queste ragioni la connessione tra sistema pubblico di accoglienza ed economia dello sfruttamento non appare dunque evidente, ma è invece molto stretta per le ragioni che evidenzio di seguito.

Ismat Ullah, ragazzino afgano di appena 19 anni è una delle persone bruciate vive. Era arrivato a Trieste nell’estate 2025 percorrendo la rotta balcanica con il suo carico di violenze, respingimenti e abusi di ogni tipo da parte delle polizie dei paesi attraversati. Presenta domanda di asilo il 12 agosto 25 e, come avviene da anni nell’indifferenza generale, rimane in strada insieme a centinaia di altre persone a causa dell’inerzia che caratterizza l’operato della Prefettura di Trieste. Riuscirà ad accedere ad un posto di prima accoglienza solo quattro mesi dopo, a dicembre, a seguito di un’operazione di sgombero dei magazzini del porto vecchio di Trieste in cui aveva trovato misero riparo. Gli è assegnato il trasferimento in un centro prefettizio di accoglienza in Sardegna, Ismat accetta e ci va nonostante il timore di quella destinazione: i rifugiati sanno infatti che sulla splendida isola la probabilità di finire in una struttura di accoglienza degradata e isolata, senza la possibilità di fare nulla è alta (anticipo che a metà giugno uscirà su questo tema il rapporto “Fuori rotta” edito congiuntamente da ICS e NNK). Ismat lascerà però assai presto la Sardegna, non so quando e se, come credo vista la brevità dei tempi, ciò sia avvenuto prima del riconoscimento della sua domanda di asilo. Anche se è ancora un ragazzino Ismat deve lavorare, darsi da fare per ripagare il debito enorme che ha sulle spalle, mandare soldi ai genitori rimasti a casa. Non può marcire in un centro di accoglienza prefettizio dove non c’è niente: né assistenza legale, né psicologica, né corsi di italiano, né accesso a corsi di formazione per preparare il suo futuro. Ismat deve tentare di fare qualcosa, anche se può essere rischioso.

Fazal Amin Khogyani arriva anch’egli a Trieste dalla rotta balcanica a giugno 25 e vive mesi in strada senza accoglienza, fino a novembre. Prima la Sardegna e poi anche lui finirà quasi subito nei campi della piana di Sibari e infine morirà insieme a Ismat. Le scelte fatte da Fazal e da Ismat non sono né isolate né bizzarre, ma sono la condizione diffusa tra i richiedenti asilo e tra molti rifugiati. I dati, statisticamente interessanti, che emergono dal programma condotto da OIM e Ispettorato nazionale del lavoro su mille vittime di sfruttamento lavorativo condotto tra il 2020 e il 2024 evidenziano come la larga maggioranza delle vittime che hanno usufruito di quel programma erano regolarmente soggiornanti (ben il 74%) diversamente dall’opinione comune che ritiene che lo sfruttamento colpisca solo chi non ha documenti. Tuttavia ciò che colpisce ancor di più è che nonostante i richiedenti asilo e i rifugiati siano una minoranza sul complesso degli stranieri essi sono enormemente rappresentati nel mondo dello sfruttamento estremo; sempre nel report OIM il 22% aveva un permesso di soggiorno per richiesta asilo risultando la condizione giuridica maggiormente rappresentata, mentre il 7% era titolare di protezione internazionale. Nel novembre 2025 l’accurato rapporto di Altreconomia “Lo stato di abbandono” dedicato ad analizzare il sistema italiano dell’accoglienza dei richiedenti asilo gestito dal Ministero dell’Interno tramite le prefetture evidenziava come tra il 2024 e la prima metà del 2025 “le prefetture italiane hanno revocato le misure di accoglienza a oltre 50mila persone, abbandonandole alla strada. Un dato abnorme che mostra lo svuotamento quantitativo e qualitativo di quello che sulla carta ormai ingiallita del decreto legislativo 142 del 2015 sarebbe dovuto diventare un sistema organico di accoglienza e integrazione, finalizzato a supportare migliaia di persone straniere in condizioni di vulnerabilità, e che dieci anni dopo si ritrova invece a forma di un gigantesco parcheggio attraversato da un via vai di ombre”.

Questo numero abnorme di revoche riguarda sia la mancata presentazione presso la struttura di accoglienza che l’abbandono del centro da parte del richiedente asilo, ma secondo il rapporto il fenomeno che viene alla luce è quello di una sorta di fuga di massa dai centri di accoglienza prefettizi. Un dato che appare inspiegabile se non si comprende che si tratta di una scelta forzata che la maggior parte dei rifugiati non farebbe se il sistema di accoglienza, come la legge prevede, fosse organizzato per accogliere, integrare e supportare le persone nel percorso di autonomia socio-econonica. Il rapporto “Centri d’Italia” 2026 curato da Action Aid mette in luce come il sistema gestito dalle prefetture sia formato non da strutture di accoglienza diffusa di piccole dimensioni e integrate nel tessuto sociale dove vengono realizzati servizi per accompagnare gli ospiti all’inserimento sociale gestiti da organizzazioni di solidarietà, bensì da grandi parcheggi gestiti da imprese profit e dove non c’è nulla: un “non sistema, un meccanismo di distribuzione e alloggiamento di persone che funziona secondo un equilibrio nel quale l’eccezione è diventata metodo e la tutela si è fatta intermittente, quando non del tutto inconsistente. I dati del 2024 e del 2025 mostrano la scarsa esigibilità e l’aggiramento di diritti che dovrebbero essere garantiti” (pag. 65).

Non è molto diversa da quella dei richiedenti asilo che abbandonano i centri-parcheggio la condizione di coloro che decidono di rimanere in tali centri fino al riconoscimento del diritto d’asilo; in violazione del diritto dell’Unione che dispone che gli Stati “garantiscono l’accesso ai programmi d’integrazione assicurino l’accesso alle misure di integrazione” (Direttiva 2011/95/UE) una parte rilevante di coloro che ottengono il riconoscimento della protezione internazionale o speciale non vengono affatto trasferiti nel SAI (sistema di accoglienza e integrazione) previsto per proseguire i percorsi di integrazione dei titolari di protezione internazionale o speciale perché nel SAI da anni non ci sono abbastanza posti. Sulla base di precise e feroci indicazioni del Ministero dell’Interno alle Prefetture coloro che ottengono il riconoscimento della protezione vengono dunque immediatamente messi alla porta delle strutture prefettizie di prima accoglienza (CAS) anche se tali persone non hanno un alloggio dove andare, ancora non hanno un lavoro, nessun contatto in Italia, persino nessuna conoscenza dell’italiano che non è mai stato loro insegnato, nessun corso di formazione alle spalle e spesso neppure ancora il permesso di soggiorno che arriverà mesi dopo (per farli uscire basta solo che abbiano il decreto di riconoscimento della protezione). Il (non) sistema pubblico di accoglienza, gestito in modo totalmente irrazionale dal Ministero dell’Interno e dalle sue articolazioni periferiche, le Prefetture, è divenuto il più grande serbatoio di produzione di persone senza fissa dimora destinate a finire nella marginalità sociale e ad essere stritolate dalla gigantesca macchina dello sfruttamento del lavoro di cui il sistema di accoglienza è divenuto, de facto, parte integrante. Nessun sistema di controllo finalizzato ad individuare le situazioni di sfruttamento estremo e nessun impianto di sanzioni penali potranno avere reale efficacia senza una radicale riforma del sistema pubblico di accoglienza che elimini i CAS e sviluppi il sistema SAI riformandolo in profondità affinché esso esca dall’assurda condizione di sistema ad adesione volontaria da parte degli enti locali che, insieme all’asfittico finanziamento a singhiozzo, ne ha sempre impedito lo sviluppo.

La mancata riforma del sistema di accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati sterilizzi anche le specifiche norme di protezione di cui all’art. 18 ter del Testo Unico sull’Immigrazione introdotte nel 2024 che prevedono che un lavoratore straniero nei cui confronti siano accertate situazioni di violenza o abuso o comunque di sfruttamento del lavoro e che contribuisca utilmente all’emersione dei fatti e all’individuazione dei responsabili, può avere un permesso di soggiorno della durata di un anno rinnovato per portare a conclusione le misure di inserimento socio-lavorativo. Secondo il rapporto presentato dal Governo italiano sull’applicazione della Convenzione OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) sul lavoro forzato, anno 2025, risulta che nel 2024 sono stati rilasciati solo 24 permessi ex art. 18 ter che salgono a 149 a maggio 2025 (ultimo dato disponibile). Numeri irrisori anche se in crescita. La norma prevede che lo straniero che è inserito in tale percorso di protezione può accedere a misure di accoglienza, senza le quali è spesso impossibile sganciarsi dallo sfruttamento. Ma i posti vanno reperiti proprio nel sistema SAI. Emerge così un beffardo paradosso: a causa della mancanza di posto nel SAI i rifugiati (come gli ex minori)  vengono gettati sulla strada dalle Prefetture; solo dopo essere finiti nel sistema del grave sfruttamento alcuni di loro potranno forse avere quell’aiuto che dovevano avere all’inizio ma da cui erano stati esclusi.

9 Giugno 2026

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