La strage di braccianti ad Amendolara
La strage di Amendolara e il sistema schiavista nei campi che il governo fa finta di non vedere…
Il rogo nel quale han perso la vita quattro ragazzi stranieri che reclamavano il salario è la conferma: al governo che ringhia contro i migranti, i migranti servono. Purché schiavi
Cronaca - di Marco Grimaldi
Quattro vite sono state spezzate nel modo più brutale possibile, nel rogo infame di Amendolara. Ragazzi di 19, 27, 28 e 29 anni. Si chiamavano Ullah Ismat Qiemi, Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad. Sappiamo che hanno tentato di difendere la propria dignità e sono stati orribilmente puniti. Una punizione esemplare per dire a tutti gli altri di tenere bassa la testa. All’unico sopravvissuto, Taj Mohammad Alamyar, va il nostro abbraccio, il nostro cordoglio per gli amici persi, la nostra vicinanza per il trauma subito e il dolore. Ci sono responsabilità penali che la magistratura accerterà: due uomini, Safeer Ahmed e Ali Raza, sono stati fermati con l’accusa di omicidio plurimo aggravato. Ma dietro questa tragedia c’è una realtà che denunciamo da anni. Da quanto tempo Roberto Saviano, Yvan Sagnet, Marco Omizzolo raccontano quella realtà? Il mondo del lavoro agricolo sfruttato, il caporalato, la ricattabilità dei migranti, la “ghetto economy”. Quante interrogazioni, quanti articoli, quanti interventi abbiamo scritto e pronunciato?
Troppo spesso si finge di non vedere. Eppure, i fatti si susseguivano anche prima di quest’ultimo orrore indescrivibile. Nei giorni scorsi, in quella zona, altri 14 veicoli sono stati dati alle fiamme. Quei lavoratori, si pensi, avevano un regolare contratto. Eppure erano lasciati senza salario e tassati con un pizzo di 5 euro per il trasporto. Insomma, nonostante leggi e contratti, c’è un intero sistema malato in cui il salario diventa un favore, l’alloggio un’arma di ricatto, il trasporto una tassa imposta. I sindacati parlano di almeno 10mila schiavi impiegati ogni anno nei campi e nei vivai della piana. Ma sappiamo bene che non c’è solo questo. Tante volte abbiamo denunciato, anche su queste pagine, il caporalato e lo schiavismo nel distretto tessile toscano, nelle filiere del made in Italy, nel food delivery. Ecco perché è intollerabile sentir parlare di una devianza locale, prerogativa di mafie straniere. Esiste da troppo tempo un’economia parallela che vive dentro l’economia legale. È fatta di mafie italianissime che subappaltano e si legano ad altre mafie. Studiosi, sindacalisti e investigatori concordano: dietro la catena di sfruttamento in quelle terre c’è la ‘ndrangheta. Non potrebbe essere altrimenti. Lo dice senza mezzi termini il superstite, Alamyar: “Stanno insieme, mafia pakistana e mafia italiana”.
Quel sistema, costruito come una vera e propria rete criminale, si nutre dei nostri campi, delle nostre filiere. E spesso si nutre anche del silenzio complice di chi sta in cima alla catena. Lo dimostrano le continue, coraggiose inchieste del pm Storari, che hanno fatto emergere vicende di caporalato tutt’altro che meridionali, chiamando in causa firme eccellenti. Questo sistema, purtroppo, vive anche grazie al fatto che leggi giuste e potenzialmente efficaci non vengono applicate. È il caso della 199 del 2016, come giustamente sottolinea Saviano. Se ci fossero controlli continui e pressanti, quella norma permetterebbe di condannare i caporali con pene da uno a sei anni e confisca dei beni, e richiamerebbe i committenti alle loro responsabilità. Eppure, nonostante tantissime denunce, l’ultima grande operazione di contrasto al caporalato in Calabria e Basilicata risale al 2020. Altre leggi, invece, generano proprio le condizioni di fragilità che gettano tante persone in balia del neo-schiavismo. Parlo della Bossi-Fini e dei decreti flussi. Come denuncia la Flai-Cgil, una volta arrivate in Italia con quel sistema, le persone sono abbandonate nelle mani dei caporali. Solo il 16% di chi arriva con i flussi ottiene il permesso di soggiorno. Che cosa succede a tutti gli altri? La legge italiana chiede allo straniero di avere un alloggio con certi requisiti. È così che si finisce nelle baracche con la paga decurtata per l’affitto. Lollobrigida rivendica l’aumento dei controlli e della lotta al caporalato, ma nella migliore delle ipotesi non sa di cosa parla: la situazione sta peggiorando.
Intanto l’Italia non ha una sua agenzia di mediazione interculturale come altri Paesi. Continua a non dotarsi di Centri per l’impiego di strada in quei territori. Manca la volontà politica di combattere un sistema che si nutre anche del razzismo di Stato. Perché molto si potrebbe fare. Per esempio, moltiplicare immediatamente le ispezioni in agricoltura, con l’aiuto delle forze dell’ordine. Insieme all’Inps, dare piena applicazione alla legge 199, con l’insediamento delle sezioni territoriali. Attuare il piano di accoglienza dei lavoratori migranti, ancora inesistente a 10 anni dall’approvazione della legge. Inasprire la disciplina contro le aziende che ricorrono a forme di intermediazione illecita. Coordinare con gli ispettorati controlli in tutti le aziende agricole e in tutti i cantieri edili. Abolire la legge Bossi-Fini che, anziché combatterla, ha finito per favorire la clandestinità, rivelandosi preziosa alleata dei caporali.
Quando interi settori si reggono su mano d’opera che lavora ore e ore sotto il sole per pochi euro, persone tenute ai margini non solo della società, ma perfino del diritto, è lecito parlare di economia schiavista. Perché chi è isolato, senza documenti regolari, non conosce la lingua e dipende da altri per spostarsi, dormire, mangiare, è in una condizione di vulnerabilità che diventa ricattabilità ed espone a uno sfruttamento illimitato. Ma quella fragilità è generata da un sistema che lascia migliaia di persone senza alternative. Questo modello non è solo un’offesa alla dignità dei lavoratori migranti, ma una vergogna per tutti e un fallimento dello Stato. Come ripetevano i sindacalisti che negli anni 40-50 si battevano per la riforma agraria, vogliamo la civiltà nelle campagne! Giustizia per Ullah Ismat Qiemi, Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani, Safi Iayjad e Taj Mohammad Alamyar.