Quattro braccianti bruciati vivi

La Repubblica compie 80 anni tra morti e schiavitù da Cosenza a Milano: l’Italia ha superato il confine tra civiltà e barbarie

Tre braccianti afghani e un pakistano bruciati vivi in Calabria. Dai caporali. E a Milano erano gli americani a organizzare il lavoro schiavistico

Politica - di Piero Sansonetti

3 Giugno 2026 alle 10:36

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La Repubblica compie 80 anni tra morti e schiavitù da Cosenza a Milano: l’Italia ha superato il confine tra civiltà e barbarie

È una storia spaventosa. Si fa fatica a scriverne. Quattro braccianti stranieri sono stati chiusi a chiave dentro un pulmino e poi bruciati vivi. Non potevano scappare, non potevano salvarsi. Tre erano afghani, uno pakistano. Non sappiamo ancora chi fossero e non sappiamo perché li hanno uccisi. Probabilmente perché pretendevano di essere pagati, sicuramente pagati una miseria. Stiamo parlando certamente di una vicenda che riguarda il modo nel quale i lavoratori stranieri che arrivano in Italia e ai quali è negato il permesso di soggiorno, vengono sottomessi, sfruttati, maltratti, ridotti in schiavitù. Fino, talvolta, ad essere uccisi o addirittura messi sul rogo.

La parola “caporali” ha questo significato: persone addette a reclutare gli schiavi. A volte sono dei farabutti aguzzini, a volte sono semplicemente dei Kapò, costretti a fare la guardia e a reprimere i propri connazionali, in nome di una paga, di una salvezza dalla miseria, dell’obbedienza al padrone. Questa storia tremenda è avvenuta lunedì sera nelle campagne del Cosentino, nel nord della Calabria. Stavolta non c’entra la ndrangheta. Ora sappiamo che esistono forme di criminalità molto peggiori persino della ‘ndrangheta. Solo al Sud? No, è di qualche giorno fa la notizia che in pieno centro a Milano una società americana sfruttava fino alla schiavitù un gruppo folto di lavoratori indiani che venivano fatti lavorare per 12 ore al giorno in cambio di una ventina di euro. Erano maltrattati, sottoposti a continui ricatti, umiliati, quando si facevano male non potevano andare in ospedale. Se ne è accorto un magistrato sempre impegnato nella lotta alla criminalità, il Pm Storari, che ha beccato il capo dell’organizzazione criminale e schiavista proprio mentre stava salendo su un aereo per espatriare e mettersi in salvo.

La società schiavista che operava nella capitale economica d’Italia è una società americana, con sede legale in Alabama. Sono venuti qui dicendo che avrebbero investito dei milioni per costruire il nuovo consolato di Trump. I milioni li hanno investiti e i lavoratori li hanno trattati peggio dei servi della gleba. A Cosenza , certo, si è andati oltre. Bisognerà aspettare le indagini. Sapere chi sono stati i killer. Però qualcosa la sappiamo. Per esempio sappiamo perché funziona questo sistema atroce e medievale che è il caporalato. Funziona perché in questo modo i proprietari terrieri possono ricavare dalla terre un buon profitto. Se pagano i lavoratori due o tre o cinque euro all’ora fanno un bel guadagno. Se fossero costretti a pagarli il doppio, o il triplo, vedrebbero il loro guadagno ridimensionato, o sarebbero costretti a aumentare i prezzi degli ortaggi. E noi, andando in frutteria, scopriremo che invece di pagare il pomodoro quattro euro al chilo dovremmo sborsarne otto. E l’inflazione andrebbe alle stelle. Possiamo permettercelo? Possono permetterselo le classi dirigenti? I Proprietari? No, e allora ben venga il caporalato che col sangue degli schiavi rende la nostra economia compatibile col mercato. Succede così in Calabria, e la stessa cosa a Milano con gli americani. Forse non sappiamo chi ha ucciso i quattro pachistani. Sappiamo da dove parte la macchina delittuosa: da chi ha interesse a sfruttarli. Tutte persone per bene, che possiamo incontrare pacificamente in un salotto borghese e ascoltarli, talvolta mentre parlano dei mondiali di calcio, talvolta anche mentre parlano di Proust o di Kierkegaard.

Cosa fanno le autorità politiche di fronte a questo scempio della modernità e della civiltà? Nulla. Si adagiano nel realismo, nella ragionevolezza, oppure chiamatelo opportunismo. Loro dicono che bisogna stare vicini al popolo, non ai migranti. Loro dicono che i migranti non sono popolo, perché il popolo è italiano. E perciò danno retta alla voce popolare e varano decreti sicurezza uno dopo l’altro. Dicono che il pericolo sono i maranza. Cioè gli italiani di origini africane, o asiatiche o latine. Quanti ne hanno uccisi i maranza, come spregiativamente loro li chiamano? Nessuno. Quanti morti hanno fatto sul lavoro i sistemi di sfruttamento e di schiavismo? Decine, forse centinaia. Quanti ne sono stati affogati in mare, sui barconi, grazie ai decreti che hanno fermato le barche delle Ong? Migliaia. Non so se ragionare su queste cose, non so se indignarsi per Cosenza e Milano faccia vincere le elezioni, non so se allarga il campo, o se fa il gioco elettorale di Vannacci e di Salvini. So che esiste una linea di confine tra civiltà e barbarie. E che l’Italia, nell’ottantesimo anniversario della repubblica, questa linea l’ha superata, Si è sistemata comoda nel campo della barbarie.

3 Giugno 2026

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