La riflessione dal libro

Perché la destra non può dirsi cristiana: cos’è il virus del fascismo, l’ultimo libro di Karl Polanyi

Possibile che i Giuli e Buttafuoco esperti di Evola e Guenon non informino Giorgia della non conciliabilità fra “tradizione primordiale” e Discorso della Montagna?

Cultura - di Filippo La Porta

9 Giugno 2026 alle 11:00

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Perché la destra non può dirsi cristiana: cos’è il virus del fascismo, l’ultimo libro di Karl Polanyi

La sinistra, se fosse meno impegnata con le regole delle primarie e con la questione della futura leadership, dovrebbe incalzare molto di più Giorgia Meloni sulla questione del cristianesimo. Tutti ricordiamo “Sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono una cristiana, e nessuno me lo può togliere”. Peccato che la sua provenienza dal neofascismo, dal suo – vieppiù celebrato – maestro Almirante che mai rinnegò l’ideologia fascista (benché si sforzasse di reinserirla nella legalità democratica) e che rivendicava il “virile” diritto all’autodifesa dei neofascisti, già gli ha tolto l’ultima definizione. Come infatti non vedere una assoluta incompatibilità tra cristianesimo e qualsiasi destra (moderna, tradizionale, esoterica, tecnocratica, populista, colta, becera….), e cioè tra l’idea di assoluta uguaglianza creaturale e l’idea di gerarchia naturale, tra quella – evangelica e radicale – di uguale dignità di tutti gli esseri umani (non legata al decoro, alla rispettabilità, al merito, alla virtù) e l’ammirazione per i forti, per il talento, per il successo, per chi ce l’ha fatta, per i vincenti?

Esce ora per Castelvecchi un aureo libretto di Karl PolanyiIl virus fascista. L’essenza del fascismo, Castelvecchi, trad. Serena Parisi e Alfredo Salsano – , grande marxista eretico austriaco, di formazione cristiano-umanistica, insofferente verso il materialismo storico e teorico di una economia mista, che ribadisce questo punto in due scritti, del 1935, e del 1940). Il messaggio cristiano è universalistico, il messaggio fascista è particolaristico e escludente (naturalizza le disuguaglianze, rifiuta l’idea cristiana di persona come valore assoluto). Possibile che i nostri intellettuali di destra, i Giuli e Buttafuoco esperti di Evola e Guenon non informino Meloni della non conciliabilità fra “tradizione primordiale” (o “perenne”) e Discorso della Montagna (che è il sublime manifesto degli sfigati della Storia!), tra spiritualità guerriera e celebrazione degli ultimi! A proposito, in un’occasione conviviale qualcuno ha proposto il giochino “Chi è più di destra, Giuli o Buttafuoco?”. Chi difende il mondo libero ma censurando o chi in nome della libertà di espressione concede più del dovuto alla Russia putiniana (che intende autolegittimarsi)? Secondo me c’è una sola risposta: dato che la destra modella i suoi valori sulla natura, sulla legge della forza, è più di destra, semplicemente, chi dei due vince, chi dimostra di essere più forte, dunque nella fattispecie Buttafuoco! Fine della digressione.

Torniamo a Polanyi: “nessun attacco contro il socialismo può essere definitivamente efficace se non giunge a scalzare le radici religiose e morali del movimento. Ma alle radici c’è l’eredità cristiana…”. In particolare il nazismo tentò di produrre una religione politica, una nuova mitologia (ariana), per contrastare quella cristiana (come sappiamo in Italia Mussolini optò per un compromesso con la chiesa cattolica attraverso il Concordato, ma era solo una scelta tattica). Ma Polanyi introduce un elemento nuovo nella nostra riflessione. Il fascismo attaccò in particolare un elemento centrale del cristianesimo: proprio il concetto di individuo, di personalità. L’individualismo cristiano coincide con la dottrina della fraternità umana: ogni persona ha un valore infinito, assoluto, in quanto dotata di un’anima e creata da Dio. Per questa dottrina la società non è altro che un rapporto tra persone, cooperanti e solidali, consapevoli e responsabili Mentre il fascismo è antindividualistico. Polanyi cita un filosofo fascista suo concittadino (di Vienna, come lui), Othmar Spann, che usa disinvoltamente Nietzsche e Hegel per sferrare il suo attacco alla persona, privando il primo dell’individualismo anarchico e il secondo della dialettica. E anzi fa di più: per confutare l’individualismo, con una spericolata acrobazia, usa Dostoevskij che attacca l’individualismo ateo! Restano sul campo totalitarismo e vitalismo, uno pseudomisticismo di stato e un tribalismo che sostituisce la nazione con la razza! A questo tribalismo è perfettamente organico quel Carl Schmitt adorato da Cacciari: la politica è basata sull’inimicizia, prerequisito dello stato è la distruzione del nemico (non si dà stato mondiale poiché un simile stato non potrebbe essere in guerra, per mancanza di nemico), e così “alternative etiche alla guerra sono concettualmente escluse dalla politica” (vi lascio immaginare l’utilità di un pensatore siffatto per qualsiasi rinascita della sinistra oggi).

Rosenberg, commissario di Hitler, per le questioni relative alla filosofia della vita, riteneva che “la tendenza morbosa del pacifismo e dell’umanitarismo radicata nella mente europea è dovuta al virus cristiano”. Certo, abbiamo visto che il fascismo era assai più opportunista e trasformista (questa natura spregiudicatamente opportunista del duce – infedele a tutto e a tutti! – veniva mostrata plasticamente nella fiction TV ispirata ai libri di Scurati, con Luca Marinelli). E se soltanto qualche gerarca più eccentrico frequentava occultismo e riti pagani, con i Patti Lateranensi del ’29 si riconobbe il cattolicesimo come religione di stato. Si trattava però più di una scelta machiavellica – l’uso della chiesa come strumento di consenso – che di un’adesione ai valori cristiani. Il compromesso poi non restò privo di tensioni. Il conflitto più aspro si ebbe nel 1931, quando Mussolini cercò di sopprimere l’Azione Cattolica. Per Polanyi, che prende le mosse non da filosofi politici ma da tre romanzieri – lo stesso Dostoevskij, Wells, London – il fascismo era solo lo scoppio più recente del virus antidemocratico, intrinseco al capitalismo industriale fin dalle origini. Per lui la necessità della compravendita della forza-lavoro, ridotta a merce tra le altre, implicava la “convinzione metafisica della superiorità morale delle classi possidenti… e della corrispondente inferiorità umana delle classi subalterne”. Oggi nessun “possidente” la pensa in un modo così razzista, obietterete. Eppure l’idea cristiana “scandalosa” che la dignità dell’essere umano non dipende dal merito, dalla prestazione, dall’intelligenza, dal rango, dal talento (si veda la parabola evangelica degli operai dell’ultima ora) – piuttosto, è originaria, ontologica – sembra inestirpabile nella cultura di ogni destra.

9 Giugno 2026

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