Salta il grande obiettivo del Fatto e dei 5 stelle

Travaglio fallisce l’assalto al Quirinale, Mattarella esce dalla vicenda Minetti sempre più forte

Il tentativo di affossare il Quirinale con un’inchiesta che si è rivelata non credibile si è ritorto contro i grillini, che ne hanno rafforzato ruolo e autorevolezza

Politica - di David Romoli

4 Giugno 2026 alle 17:30

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Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica
Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica

La relazione della Procura generale di Milano che conferma il parere positivo sulla grazia a Nicole Minetti anche dopo il supplemento d’inchiesta e smonta tutti gli addebiti messi nero su bianco dall’inchiesta del Fatto che aveva aperto il caso ha, implicitamente e involontariamente, un enorme peso politico. Ce l’ha semplicemente perché lo avrebbe avuto, in misura anche maggiore in senso opposto, anche se l’esito dell’approfondimento fosse stato diverso.

L’inchiesta rappresentava un netto salto di qualità rispetto alle critiche mosse immediatamente sull’opportunità della grazia. Quelle critiche Mattarella se le aspettava e proprio per questo aveva deciso di non rendere pubblica la sua decisione. Le accuse di adozione torbida e in odore di illegittimità, accompagnate alle “rivelazioni” sui festini con minorenni organizzati da Minetti, cambiavano completamente le carte in tavola. Lo stessa scelta di non comunicare ufficialmente la concessione della grazia appariva, alla luce di quell’inchiesta, molto più equivoca di quanto non fosse in realtà. È vero che a rigore di norme il capo dello Stato non avrebbe avuto comunque responsabilità dirette, avendo firmato una richiesta di grazia inoltrata dal ministro della Giustizia sulla base di un parere positivo della Procura generale di Milano. Ma nessuno, probabilmente neppure sul Colle, si illudeva che l’immagine del presidente e di conseguenza la sua autorevolezza potessero uscire non gravemente ammaccate se si fosse accertato che quella grazia era stata concessa senza gli opportuni approfondimenti. In ogni caso e per ogni evenienza era stato proprio il direttore del Fatto a scrivere senza perifrasi che prendersela con la Procura generale o il ministero della Giustizia sarebbe stato fuori luogo, essendo il firmatario vero il primo responsabile.

La relazione non si limita a confermare il parere positivo. Sgombra il campo da ogni ombra e da ogni sospetto perché smantella le “scoperte” di quell’inchiesta, tutte e ciascuna. La stessa portata dell’offensiva, una volta respinta, finisce per spuntare anche le frecciate, invece in sé del tutto legittime pur se non condivisibili, sull’inopportunità della grazia. Mattarella ne esce meglio di come si sarebbe trovato se a quelle critiche non si fosse accompagnato il tentativo un po’ sgangherato di aggiungere festini con minorenni, ratti di minori, processi addomesticati e addirittura, pur se perifericamente, un omicidio. È probabile però che il presidente della Repubblica sia destinato a restare nel mirino non solo di una testata ma di una intera area politica che a quella testata fa riferimento, il M5s soprattutto. Ieri il Fatto fingeva di attaccare la parata militare del 2 giugno, non certo senza ottime ragioni per farlo, per caricare di nuovo sul capo dello Stato, accusandolo stavolta di ipocrisia sia per i discorsi alati pronunciati di fronte alla sfilata di micidiali ordigni sia per essere stato a suo tempo, nel 1999, “il vicepremier che, in barba all’Onu, bombardò Belgrado”.

L’antipatia di Conte per Mattarella è nota e data dalla sua sostituzione con Mario Draghi a palazzo Chigi nel 2021. Ma in ballo c’è probabilmente qualcosa di più. In almeno due dei tre scenari possibili dopo le prossime elezioni il capo dello Stato avrà un ruolo centrale. In caso di pareggio, esito non escluso eppure se si voterà con lo Stabilicum, sarà lui a dare le carte in veste di dominus unico del quadro politico. Ma se vincerà il Campo largo dovrà fare i conti con due confini che Mattarella ritiene insormontabili: una politica assolutamente filoucraina e decisa a restare in primissima fila a fianco di Kiev fino all’ultimo e costi quel che costi e un europeismo totale che, nella visione del Quirinale, significa anche adesione senza margini di dubbio al riarmo europeo. Nel primo caso, quello del pareggio, un Mattarella colpito nella sua autorevolezza avrebbe quanto meno le mani molto meno libere nel decidere le sorti della politica italiana. Nel secondo, un presidente più traballante avrebbe minori possibilità di opporsi a cambiamenti anche solo parziali di rotta sulla guerra in Ucraina e sul riarmo. Ma la prima vera offensiva che minacciava di azzoppare il Colle, quella sulla grazia “alla ex igienista dentale berlusconiana” è fallita ieri ed è fallita completamente.

4 Giugno 2026

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