Il leader dell’area liberal del Pd

“Primarie anima e identità del PD: abbiamo bisogno di leadership e credibilità di governo”, parla Enrico Morando

«Servono a selezionare nel modo giusto la classe dirigente . Il Pd deve essere consapevole del suo compito: ha bisogno di leadership e di credibilità di governo. Vi dico quali secondo me sono i pilastri del programma»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

3 Giugno 2026 alle 11:30

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Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica

Enrico Morando, leader dell’area liberal del Partito Democratico e presidente dell’Associazione Libertà Eguale, già viceministro dell’Economia e delle Finanze nei governi Renzi e Gentiloni.

A mente fredda, passati i giorni della propaganda post-elettorale, che lettura politica dà del voto, in attesa dei ballottaggi, nelle amministrative?
Il voto per il governo delle città dipende in larga misura dalla credibilità della proposta politico-programmatica avanzata dai due schieramenti. Gli elementi che la compongono sono tre: 1) visione sul futuro, prossimo e più lontano, della città. 2) Un programma almeno decennale, che stabilisca un nesso robusto tra gli architravi di quella visione e la realtà economica e sociale della città. Una realtà di cui è parte essenziale un quadro realistico delle risorse pubbliche e private attivabili. 3) Un leader – il candidato Sindaco – che incarni visione e programma di fronte agli elettori. Col linguaggio dell’economia, si dice che questi tre elementi compongono l’offerta politica locale. In generale – cioè, prescindendo dai singoli casi – il centrosinistra è più attrezzato del centrodestra nel confezionare un’offerta di governo locale credibile: può contare su di un personale politico meno improvvisato e su di una solida tradizione di buon governo delle Autonomie locali. Ecco: a me pare che anche la recente tornata di elezioni amministrative abbia confermato questo dato; e sono convinto che i ballottaggi non lo smentiranno. Quello che non capisco è perché la leadership nazionale del Pd – il partito che a livello locale è pressoché dovunque il partito perno del centrosinistra (con le parole della politologia: il partito a vocazione maggioritaria) -, invece di utilizzare questa sua superiorità nella costruzione dell’offerta di governo locale per accrescere la sua credibilità – ancora gravemente deficitaria – anche come forza di governo nazionale, la releghi in secondo piano, non resistendo alla tentazione di nazionalizzare le elezioni amministrative: “Da qui (Venezia) parte la riscossa per battere il Governo (nazionale)”. Finendo così per svalutare un proprio fattore di forza, esaltandone uno di debolezza: ai cittadini italiani, che sanno distinguere le Politiche dalle Amministrative – lo hanno sempre fatto, dal 1946 in poi -, arriva un messaggio ambiguo e – in generale – controproducente per il centrosinistra: non siete chiamati a votare davvero per il Sindaco, ma per confermare o bocciare il Governo nazionale. Peccato che, mediamente, noi si sia più “forti “sul Sindaco che sul Governo nazionale… Non sto dicendo che l’esito delle Amministrative non abbia rilievo per il confronto nazionale. Sappiamo tutti che, quando si vincono diffusamente le elezioni locali, si crea un clima di fiducia che ha importanti ripercussioni nazionali. Sto dicendo che la nazionalizzazione del confronto politico locale svaluta le Autonomie e, per ciò stesso, denuncia seri limiti della cultura di governo di chi la propone.

C’è chi ha detto e scritto che l’onda lunga del No al referendum sull’ordinamento giudiziario non ha avuto il riscontro che la sinistra si aspettava in questa tornata elettorale. Eccesso di ottimismo?
E qui, peggio mi sento. Non è questione di ottimismo o pessimismo, ma di necessità di distinguere due terreni che hanno molte vie di reciproca comunicazione, ma restano distinti: considerare il referendum costituzionale come un mero surrogato del conflitto tra partiti per la direzione politica del Paese è un errore anche più grave di quello relativo al tentativo di nazionalizzare le elezioni locali. Nel NO al recente referendum costituzionale si sono unite in un’unica espressione di voto – come è naturale che sia – forze e motivazioni tra di loro molto diverse e qualche volta opposte: c’erano quelli (numerosi a sinistra) cui la separazione delle carriere piaceva, ma non piacevano i proponenti; c’erano quelli che pensavano che il referendum fosse un’occasione buona per dare una spallata al Governo Meloni, a prescindere dal merito della riforma; ma c’erano anche quelli che prendevano per buone le parole di Nordio e respingevano la riforma quale strumento per riequilibrare a favore della prima il rapporto tra politica e magistratura; così come c’erano quelli che considerano un attentato alla Costituzione qualsiasi tentativo di riformarla… Mi fermo con l’elenco delle possibili e contraddittorie motivazioni del NO, ma potrei continuare a lungo. La sconfitta referendaria ha inferto a Meloni un duro (e meritato, data la conduzione della campagna referendaria) colpo? Certamente. Ma pretendere di iscrivere compiutamente il NO nella nomenclatura partitica è stato un atto di hybris, che gli dei (della politica) non perdonano quasi mai.

Il voto amministrativo, soprattutto quello che riguarda i comuni, ripropone la questione del radicamento nei territori e la scelta di candidati all’altezza. Il Pd ha qualche autocritica da farsi?
Mah… il radicamento sociale e territoriale delle forze politiche non è questione di cui discutere in termini assoluti (alla ricerca dell’ottimo radicamento) o riferiti al passato (una volta sì che eravamo radicati… Basta tornare là). La valutazione deve essere fatta in termini relativi: il livello di radicamento del centrosinistra rispetto a quello del centrodestra. In questo senso, come ho già detto, continuo a ritenere che – per quanto indebolito – il centrosinistra mantenga un vantaggio competitivo rispetto alla coalizione avversaria. Quanto ai “candidati all’altezza “, vorrei prescindere dalle singole personalità impegnate nella recente competizione, per porre il problema del metodo di selezione. Quando e dove il Pd ha deciso di cancellare le Primarie? Perché è questo che è avvenuto: da un lato, l’esaltazione della vittoria venuta dal basso (“non ci hanno visto arrivare “), dall’altro la cancellazione dello strumento e della regola di vita interna che l’hanno resa possibile. Si tratta di una questione di assoluto rilievo, perché le Primarie per la scelta della leadership nazionale e locale sono parte essenziale del “mito originario “del partito. Come diceva Giovanni Bianchi, ogni grande partito ha un suo mito originario. Lo compongono due elementi: un manifesto e un’avanguardia che lo elabora e ne sostiene l’affermazione. Il mito originario del Pd ha queste due componenti, ma in una versione del tutto originale: il manifesto (il discorso di Veltroni al Lingotto) è stato scritto dopo la decisione di far nascere il partito e la ristretta avanguardia…sono stati i tre milioni di cittadini italiani che sono venuti a votare alle Primarie di fondazione. La decisione di non fare più Primarie – perché di questo si tratta: non può essere solo un lento scivolamento verso l’oblio – inaridisce una delle fonti vitali del partito. Il rischio è che si stia segando il ramo su cui siamo seduti. Le Primarie non garantiscono che si scelga chi è in grado di vincere le “Secondarie“? È ovvio. Ma è il corretto utilizzo di questo strumento a garantire che, pro-tempore, la selezione del personale politico mantenga robuste radici nella società. Aggiungo un’impressione: credo che l’assoluta priorità riconosciuta in questa fase alle alleanze politiche (testardamente unitari) sia uno dei fattori che ha pesato nella scelta di abbandonare le Primarie… Della serie: noi le vorremmo, ma gli alleati non ci lasciano. Meglio rovesciare l’argomento: il Pd le Primarie le fa, per scegliere il “suo “candidato. È disposto però a rinunciarvi, se si fanno quelle di coalizione, consentendo la presenza di più candidati iscritti al Pd stesso (modello Primarie nazionali di coalizione a doppio turno indette nel 2012 dal Segretario Bersani). Una scelta che salva sia l’autonomia del Pd, sia l’unità della coalizione.

In prospettiva delle politiche, quali dovrebbero essere a suo avviso i punti-chiave di un programma di alternativa del centrosinistra?
Come ha scritto Vittorio Parsi, “il ritorno degli imperi – come logica di sopraffazione, come ambizione, come pratica concreta di potere -…è una realtà di nuovo attuale “. Se è vero, come è vero, ecco il primo pilastro del programma di governo: l’Italia del centrosinistra è coi “Volenterosi”, (compresi UK e Norvegia) per costruire l’autonomia strategica dell’Europa in materia di difesa, energia e tecnologia. Nel contesto di quell’alleanza delle potenze intermedie di cui ha parlato il premier canadese, alla quale l’Unione europea può fornire leadership grazie alla sua storia, al sistema di valori ed interessi comuni, al suo modello sociale e alla sua capacità di attrazione. Il secondo pilastro: l’Italia del centrosinistra scommette sulla crescita economica via incremento della produttività del lavoro e dei fattori. Per ottenerla, le forze del centrosinistra intendono farsi promotrici di una strategia di riforme, lotte sociali e costruzione di nuovi istituti che consenta un salto sul versante della democrazia economica, con soluzioni che guardino alle più avanzate esperienze di altri paesi europei, adattandole alle caratteristiche del nostro apparato produttivo. Il terzo pilastro riguarda il rafforzamento del nostro Stato sociale, per adeguarlo alla realtà economica e sociale di oggi e di domani. Bisogna fare i conti con il deserto demografico che sta affermandosi e definire soluzioni che utilizzino le conquiste della scienza e della tecnologia per far fronte alle sue conseguenze: governo dell’immigrazione legale, qualità ed estensione del sistema di istruzione e di formazione continua e qualità dell’assistenza sanitaria territoriale. Bisogna passare dall’agitazione propagandistica dei problemi a soluzioni innovative e realistiche. Abbiamo e avremo sempre meno giovani nelle scuole. Ma per gestire con successo la rivoluzione digitale dovremo migliorare qualità e quantità della formazione garantita dal sistema pubblico. Abbiamo e avremo sempre più anziani con patologie croniche, ma non potremo migliorare l’assistenza loro garantita se non rafforzeremo la componente territoriale del Servizio sanitario nazionale. Per la quale è indispensabile una riconversione profonda della figura del medico di medicina generale.

Contenuti e alleanze dovrebbero essere un tutt’uno, ma il condizionale è quanto mai d’obbligo. Un campo troppo largo non rischia di trasformarsi in un rassemblement privo di appeal?
Il problema non è la sua larghezza. Ci vuole. Ma deve essere resa compatibile con la credibilità di governo della coalizione dalla presenza al suo interno di un partito che ne costituisca il perno, per il livello del suo consenso, per la qualità della sua leadership, per la radicalità e il realismo del suo programma. Quindi, per usare le sue parole, è il Pd che decide della forza dell’appeal della coalizione.

Il tema delle alleanze porta con sé quello della legge elettorale con cui si andrà al voto. Come la vede?
Come Libertà Eguale abbiamo presentato qualche settimana fa una proposta: se non si vuole il doppio turno maggioritario di collegio alla francese (che resta la nostra soluzione preferita, malgrado la Francia dimostri che neppure questa può fare miracoli, se il sistema dei partiti non regge), l’unica legge che consegna nelle mani dell’elettore la scelta della rappresentanza e contemporaneamente quella dell’indicazione per la formazione del governo, resta la proporzionale corretta dal premio di maggioranza al vincente. Questo premio non può in nessun modo superare il 55% dei seggi. Al posto delle liste lunghe e bloccate, si possono usare i collegi uninominali, secondo la soluzione adottata per lunghi anni al Senato della Repubblica. Il governo ha presentato modifiche del suo progetto che vanno nella giusta direzione. Ma non sono sufficienti: restano i listoni bloccati e il premio può consentire di superare il 55 % dei seggi. Dovranno cambiare ancora, se vogliono evitare di contraddire le sentenze della Corte. L’opposizione? Al solito: è chiaro il suo no alla soluzione governativa. Come ho detto, ampiamente giustificato. Quanto alla pars construens, la proposta, … nessuno sa quale sia. Salvo dichiarare ai quattro venti che mai e poi mai – in caso di sostanziale pareggio- si parteciperà a soluzioni di governo non indicate dagli elettori. Giustissimo, ma allora…

3 Giugno 2026

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