L'enciclica di Papa Leone
L’umanità è magnifica, il potere non lo è
L’enciclica di Leone è un complesso ragionamento che parte dal messaggio di Gesù (che è di tutti, non solo dei suoi discepoli) per ricostruire una etica universale nell’epoca del riarmo e dell’intelligenza artificiale.
Politica - di Mons. Vincenzo Paglia
“Disarmare l’intelligenza artificiale”, è l’auspicio che lo stesso Leone XIV rivolge a tutti nella presentazione della sua prima enciclica “Magnifica Humanitas”(MH). E confida ai presenti che questo testo nasce dall’ascolto del grido dei popoli della terra che soffrono per le condizioni drammatiche nelle quali vivono. Accenna, tra l’altro, ai rischi delle armi automatiche che rendono le guerre ancor più amare di quel che già sono di per sé. Sì, l’AI va disarmata. Il Papa, ovviamente, intende affermare che sono gli uomini che debbono disarmarsi, che debbono scegliere la via della politica e non quella della guerra che, in questo caso, diventerebbe distruzione di massa. Ci troviamo di fronte ad un bivio: cooperare o distruggere. Sta qui la scelta che ha di fronte l’umanità di oggi. In effetti, per la prima volta nella storia umana, l’uomo ha la possibilità di distruggere se stesso e il creato (già con il nucleare, poi con il cambiamento climatico e ora con le tecnologie emergenti e convergenti, compresa l’Intelligenza Artificiale).
Papa Francesco, quando affermava che ci troviamo in un cambiamento d’epoca, intendeva esattamente questo. Una responsabilità da “apocalisse”. Ma ce ne siamo accorti? Sembra di no, visto che già da tempo anche Hans Jonas aveva scritto un piccolo libricino: “Sull’orlo dell’abisso”. Papa Leone, consapevole di questo (n.4), offre questa enciclica per suscitare un movimento di risposta a questioni epocali dalle quali dipende lo stesso domani dell’umano. L’enciclica infatti non è sull’Intelligenza Artificiale, bensì “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. E già nel titolo il Papa parla di una “magnifica umanità” che deve essere custodita e resa soggetto attivo di una storia che sia buona per tutti. La “magnifica umanità” è senza dubbio quella che splende su Gesù, ma anche quella che splende sul volto di chiunque, credente o no, mostra la magnificenza dell’amore, della giustizia, della pace. Possiamo dire che l’umano “magnifico” è appunto quel che risplende in Gesù e in tutti coloro che ne riflettono le caratteristiche. E questo è già presente nei Vangeli. Non mi dilungo e porto un solo esempio. Nel Vangelo ci sono persone che non fanno parte dei discepoli, ad esempio la samaritana, la quale ammira e accetta il messaggio di Gesù – anzi lo comunica a chiunque incontra – e non fa parte del gruppo dei discepoli. Gesù propone e rappresenta la fraternità universale. Con un guizzo di visione Giovanni Paolo II diceva che in Gesù ci sono giù tutti i miliardi di uomini che sono sul pianeta. Gesù è di tutti. È dall’umano di Gesù e dai testimoni che mostrano un’analoga umanità che papa Leone denuncia le innumerevoli ingiustizie che impediscono a miliardi di persone di vivere una vita degna (che è appunto quella di Gesù, poveri compresi).
Il testo non si ferma alla sola accusa, propone una visione positiva. È una Enciclica che esorta a sperare e perciò ad operare per custodire l’umano e costringere questa nuova e sofisticatissima tecnologia a custodire l’umano perché a sua volta possa esprimersi per il beneficio di tutti. Insomma la strada della dignità umana non solo è possibile, è nelle nostre mani. Dobbiamo avere la consapevolezza e l’intelligenza di usare l’IA per promuovere una umanità migliore. Per questo vanno conosciuti bene i rischi che questa tecnica comporta. Ma dobbiamo responsabilmente affrontarla e governarla. La grande sfida è umanizzare la tecnica e non tecnologizzare l’umano. In tal senso il testo va oltre le Encicliche Sociali (la data cade il 15 maggio 2026, in coincidenza con la “Rerum Novarum” di Leone XIII, il 15 maggio 1891) che comunque il testo riassume.
L’enciclica è composta di una prefazione, cinque capitoli ed una conclusione. La prefazione presenta due immagini bibliche destinate a fare da guida. La prima è la Torre di Babele (Gen 11, 1-9), simbolo della pretesa autosufficienza umana che produce disastro e confusione. È il rischio che corriamo e che dobbiamo assolutamente evitare. La seconda è l’immagine positiva nel racconto del profeta Neemia (Ne 1-2) quando il popolo d’Israele, rientrato dall’esilio babilonese, si trovò davanti la città di Gerusalemme completamente distrutta e assieme tutti cooperarono per ricostruirne le mura. La città – il mondo – rinasce “attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre” (MH, par. 8). Evitiamo dunque la “sindrome di Babele” – che è l’idolatria dell’Io che vuole mettersi al posto di Dio. A me impressiona il fatto che dietro il mio portatile vedo incisa la mela morsicata. Mi verrebbe da dire che tutto comincia di lì. Adamo, dando un morso alla mela, pensava di diventare come Dio (fu questo il suggerimento sinistro che il serpente gli diede e che lui accolse). E si ritrovò nudo. La tecnologia non salva. Certo, possiamo, anzi, aggiungerei anche, dobbiamo usarla.
I primi due capitoli costituiscono una sorta di premessa. Il Papa ripercorre l’evoluzione della Dottrina Sociale della Chiesa, ricordandone i tre cardini fondativi: l’essere umano immagine del Dio trinitario, l’eguale dignità di tutti gli esseri umani, l’altissimo valore dei diritti umani. Elenca poi i cinque princìpi di fondo: il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà, la giustizia sociale. Il criterio per verificare la bontà del progresso è se persegue lo “sviluppo umano integrale” (parr. 82-85). Anche la Chiesa – è un aspetto molto importate del testo – è invitata alla coerenza nel suo agire interno, rispetto a questi princìpi, valorizzando le persone, bonificando gli abusi di potere, per “offrire alla società un segno credibile del fatto che cercare insieme il bene di tutti, nella corresponsabilità e nella fraternità, non è un’utopia, ma una reale possibilità” (par. 89). Con questa premessa, il documento entra nel vivo della tematica, richiamando la visione di papa Francesco nella “Laudato Sì” e “Fratelli Tutti”: un’unica casa (il pianeta) e un’unica famiglia che la abita (la famiglia dei popoli). Ecco, la tecnologia, lo sviluppo, il potere economico e politico, devono porsi a servizio dell’umanità e del creato.
La prima conseguenza? La tecnologia non può essere controllata – come oggi avviene – da attori privati (parr. 95-96). Deve favorire uno sviluppo sostenibile, con regole condivise. Anche queste oggi mancano. Leone XIV esorta ad un approccio “sobrio e vigile” (par. 100) verso la tecnica evitando altresì una facile divinizzazione del termine “intelligenza”. Il Papa avverte, saggiamente, che “l’impressione di oggettività che le risposte e le proposte di questi sistemi possono suscitare rischia di farci dimenticare che esse riflettono i parametri culturali di chi li ha progettati e addestrati, con tutti i loro pregi e difetti. L’imitazione artificiale di una comunicazione umana positiva – parole di consiglio, di empatia, di amicizia, di amore – può risultare gratificante e persino utile, ma in utenti poco consapevoli può trarre in inganno e illudere di essere in relazione con un autentico soggetto personale. Quando la parola viene simulata, essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza. L’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può diventare pericolosa quando si insinua in un contesto povero di relazioni e di affetti reali: allora il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro” (par. 100).
Con grande lucidità papa Leone XIV spiega che la tecnologia non è neutrale e dunque è il suo uso che va posto al servizio del bene comune e dell’umanità: “Parlare di destinazione universale dei beni significa trovare modi per assicurare l’accesso universale alle tecnologie e alla formazione. Parlare di sussidiarietà chiede di proteggere la capacità delle comunità di scegliere e correggere, senza relegare il loro intervento a una vigilanza, dopo che gli standard sono stati scritti altrove. Parlare di solidarietà obbliga a riconoscere il lavoro invisibile, spesso sfruttato, che alimenta i modelli algoritmici. Parlare di giustizia impone di interrogare le geografie del potere che definiscono chi può addestrare i modelli e chi è solo oggetto di addestramento, e riconoscere che la giustizia sociale non è solo un obiettivo da tutelare dopo l’adozione delle tecnologie, ma una condizione previa da praticare nel loro stesso disegno” (par. 109). Non meno importante, in questo viaggio all’interno dell’IA, è il tema del “disarmo”. La tecnologia non va collocata a servizio della distruzione e della morte, ma al servizio della custodia della vita e del bene. Nella visione di papa Leone XIV, c’è la convinzione che l’umanità è capace di migliorare e migliorarsi, accogliendo e alleviando le sofferenze. Di qui l’appello ai poteri tecnocratici, alla politica, e a tutte e tutti gli uomini e le donne del pianeta, affinché lo sviluppo tecnologico sia portatore di un nuovo umanesimo.
In questo senso il capitolo quarto del documento (“Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà”) indica la direzione in cui si deve collocare lo sviluppo tecnologico. Non la paura ma la visione positiva che un nuovo mondo è possibile. Di grande importanza sono i richiami alle potenzialità educative dell’IA e l’attenzione da porre da parte delle famiglie ai rischi dell’adescamento, dello sfruttamento, del ricatto, soprattutto verso i minori (parr. 141-142). Sui temi del lavoro e dell’occupazione, la visione della Chiesa è chiara ed il papa la richiama con estrema perspicacia e realismo. Una saggezza di grande importanza quando si osserva che “servono strumenti capaci di adattamento: modelli articolati, sperimentazioni locali, redistribuzioni progressive, nuovi diritti di accesso ai beni essenziali. Senza inseguire un’armonia astratta, si tratta di costruire forme concrete di convivenza umana nella trasformazione” (par. 153). Il capitolo si chiude con il richiamo al fatto che anche la Chiesa nel suo percorso storico ha avuto un percorso di conversione e che solo nel Novecento – ma con forza – ha assunto un impegno deciso a favore di tutti i diritti umani, come cartina al tornasole della bontà di una visione equa della politica, dell’economia, dello sviluppo sociale (parr. 170-181).
Infine, con il capitolo quinto (“La cultura della potenza e la civiltà dell’amore”), l’analisi diventa proposta. Un capitolo splendido, questo! Leone XIV denuncia anzitutto la “cultura della potenza” (par. 188) che “riabilita la guerra” (par. 190), come via per la soluzione dei problemi. Come si vede il pensiero del Papa va ben oltre l’accusa verso un solo protagonista. Anzi avverte del pericolo che siano pochi a detenere il potere tecnologico. E invita a percorrere una via etica non in maniera generica ma condivisa e chiara: “Non basta invocare genericamente l’etica: occorre indicare puntuali criteri di discernimento. Il primo riguarda la responsabilità personale. Quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione. Per questo la catena delle responsabilità deve restare identificabile e verificabile: chi progetta, chi addestra, chi autorizza, chi impiega deve poter rendere conto delle proprie scelte. Il secondo criterio riguarda il tempo del giudizio morale. L’IA tende a comprimere i tempi decisionali; ma, in guerra, decisioni irreversibili non possono avere come criteri supremi rapidità ed efficienza. Il terzo criterio è la distinzione e la protezione dei civili. Ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto. La selezione dei bersagli e l’impiego della forza non possono confondere combattenti e non combattenti, né ignorare l’impatto sulle popolazioni indifese” (par. 199).
Nell’attuale mentalità che ci vorrebbe portare ad una sorta di “normalizzazione del conflitto” (par. 208) cui si piega la disinformazione, la facile strumentalizzazione, la demonizzazione dell’avversario, Leone XIV indica un’altra strada: la “civiltà dell’amore”, già segnata da Giovanni Paolo II (parr. 210-228). E quindi il rilancio del dialogo, della convivenza pacifica, della ricerca di soluzioni condivise, del multilateralismo in politica, ed anche della misericordia reciproca. Appunto la figura di Gesù, la sua magnifica umanità: ha dato la sua vita per gli altri, sino alla morte. Come appare evidente nell’Eucarestia ove è presente come “pane spezzato” e “sangue versato”. Scrive il Papa: “L’Eucaristia ci apre alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione preferenziale verso chi porta il peso della povertà e dell’emarginazione. E mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa, nutrita dell’Eucaristia, è chiamata a rendere visibile un’altra misura, custodendo legami, restituendo voce agli invisibili e orientando i processi verso la dignità delle persone” (par. 235).
In conclusione, papa Leone XIV riprende la vicenda di Neemia con cui ha aperto l’Enciclica: la convergenza verso un progetto comune. E la visione della speranza si concretizza nel canto del Magnificat per diventare “tessitori di speranza nel nostro mondo” (par. 245).