Parla la cineasta
Ahangarani, 40 anni di storia dell’Iran dalla Rivoluzione Islamica all’attacco di Trump: “Le donne salveranno questo Paese”
Con “Rehearsals for a Revolution” la regista alza il velo: “Nessuno sa chi siamo veramente, siamo solo numeri nei telegiornali”
Spettacoli - di Chiara Nicoletti
Presentato in Special Screening al 79° Festival di Cannes, Rehearsals for a Revolution è il nuovo documentario della regista e attivista iraniana Pegah Ahangarani. Attraverso cinque capitoli, ritratti di familiari e mentori, esempi di resistenza, Ahangarani ricostruisce la propria storia e quella del suo paese: più di quarant’anni di Iran, dalle prime ore della rivoluzione del 1979 fino alla guerra scoppiata nel 2026, intrecciando archivi personali, video domestici, riprese delle proteste di piazza, voci registrate e pagine di giornale. Ne emerge il ritratto di un paese plasmato dalla repressione politica e in perenne attesa di una rivoluzione che non smette di provare. Abbiamo incontrato Ahangarani a Cannes.
Ha inserito parti di “finzione” in questo suo documentario per esigenze narrative?
Certo, è una necessità. Nel momento in cui stai creando, il pubblico ha bisogno di storie. C’è bisogno di tutta l’intensità di una costruzione drammatica. Quindi, sebbene tutti gli eventi sulla storia iraniana e tutti i personaggi siano veri e quello che succede loro corrisponda a verità, ho trattato ciascuno di questi capitoli come una storia che dovevo raccontare, con la giusta drammaticità.
Ha immaginato questo film anche come un racconto che fa a sua figlia?
Quando ho iniziato a lavorare al film non avevo figli, non ero madre, quindi non posso dire che questa fosse la mia prima intenzione. Ma, mentre stavamo lavorando al film, ed eravamo al terzo o quarto capitolo, un giorno il mio montatore è venuto a casa nostra e io ero incinta e lui non lo sapeva. Sono andata da lui e gli ho detto: ho un segreto da confessare, sono incinta. E quasi subito dopo, gli ho detto: forse allora possiamo trasformare il film in una lettera a mio figlio. Lo dico molto chiaramente alla fine del film, questo fi lm rappresenta le tante storie che dobbiamo conservare e raccontare ai nostri figli, alle prossime generazioni.
Nonostante il tuo film come quelli di molti altri registi iraniani, sia di denuncia, il pubblico grazie a voi si innamora dell’Iran, perché impariamo a conoscere le persone che lo compongono. È far conoscere il suo popolo, oltre la cronaca, uno degli scopi del suo cinema?
Certo, è qualcosa che sento molto. Noi iraniani siamo spesso conosciuti attraverso i media, le notizie, le cifre. Siamo spesso titoli di giornale: “10.000 persone uccise in Iran” e non sai chi siano queste persone. Ma poi, quando racconti la storia delle persone, quando sai come una persona è nata, com’era la sua infanzia, cosa ha fatto nella sua vita e come alla fi ne è morta, allora ti importa di più anche della morte di questa singola persona che di tutte quella quantità di persone con cui non riesci davvero a connetterti, che non riesci a capire, che non riesci a immaginare. Quindi la questione è questa: per interessarsi al destino di un individuo o di un intero popolo, di un’intera nazione, bisogna conoscere le loro storie.
Un regista iraniano ha detto che se un giorno il vostro paese si salverà è prima di tutto grazie alle donne iraniane. Concorda?
Sì, è qualcosa che abbiamo anche osservato nella storia recente dell’Iran: le donne sono sempre state in prima linea in ogni movimento di protesta. E il movimento più progressista nell’Iran contemporaneo è Donna, Vita, Libertà, perché con tutti gli altri non si era sicuri di come definire o identificare il progresso, quale fosse il guadagno di ciascun movimento. Qui invece il guadagno è evidente: le donne sono riuscite a togliersi l’hijab, a togliersi il velo. E l’intelligenza di questo movimento, e il motivo per cui dico che è stato così progressista, è che non hanno espresso né chiesto qualcosa. Non si sono scusate, non hanno chiesto, non hanno cercato di prevedere cosa sarebbe successo alle loro aspirazioni, l’hanno semplicemente fatto. Hanno bruciato il loro velo, e così è stato. Quindi la Repubblica Islamica non ha avuto altra soluzione che cedere e semplicemente riconoscere il fatto compiuto. Le donne in Iran non indosseranno più questo hijab obbligatorio. Quindi questo livello di coraggio, questo livello di determinazione, questo livello di intelligenza appartiene ed è sempre appartenuto alle donne iraniane. Quindi è evidente che saranno sempre in prima linea in qualsiasi cambiamento di questa società.
Grazie al suo documentario, le 10.000 persone uccise improvvisamente hanno un volto. C’è qualcosa che avrebbe voluto aggiungere nel film alla notizia della guerra americana contro l’Iran?
Forse avrei potuto desiderare un altro finale o un’altra forma per questo quinto capitolo in circostanze diverse. Ma di fatto, mentre lo stavo realizzando, mentre stavo chiudendo il film, questi eventi sono accaduti, un massacro, una guerra, e io ero in stato di shock. Quindi penso che non ci fosse nulla di più onesto, nulla di più pertinente che mostrare lo stato di shock, perché quando ricevi notizie del genere, quando ti confronti con tragedie simili, sei completamente impotente, in uno stato di confusione, senza sapere cosa dovresti fare. Quindi non aveva senso cercare di evitarlo o di far sembrare che avessi più distacco. Non lo avevo. Ero in shock. Era evidente che dovevo inserire nel fi lm, nel quinto ed ultimo capitolo questo grado di incertezza, il non sapere cosa avrei dovuto fare. E col senno di poi penso che abbia senso, dato che il tono di ogni capitolo appartiene al suo tempo.