Il parlamentare Pd

“Oggi servirebbe il realismo di Moro. Il centrosinistra metta da parte i discorsi sulle leadership”, parla Graziano Delrio

«Il riformismo non è una zona franca tra la destra e la sinistra, è il vento che gonfia le vele di chi non si accontenta dell’indignazione. E assume la complessità della realtà con l’ambizione di cambiarla. Si dice riformare ma si dovrebbe dire governare»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

23 Maggio 2026 alle 07:00

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Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica
Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica

La sfida riformista e il futuro del centrosinistra. In un mondo marchiato dalle guerre. L’Unità ne discute con Graziano Delrio. Parlamentare, già sindaco di Reggio Emilia, ministro per gli Affari regionali e le autonomie nel governo Letta, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti prima nel governo Renzi e poi riconfermato nel governo Gentiloni, Delrio è stato anche capogruppo PD alla Camera dei deputati.

Senatore Delrio, a sinistra molto si discute sull’essere “riformista”. Lo chiedo anche a lei: per Graziano Delrio come andrebbe declinato idealmente e politicamente questo termine?
Mi faccia dire prima di tutto che questa è una delle patologie che affliggono la mia parte politica, la discussione sul “nome delle cose”. Possiamo spenderci ore e giorni, e c’è chi lo fa. Ma intanto la vita è altrove. Quella vita dove ciò che contano sono le cose, cioè i fatti, le storie, i volti, le voci, i desideri, le paure, i sogni, la fatica, le relazioni, i sorrisi e le lacrime e non i nomi che ci affanniamo a cercare. Suggerisco a me stesso, e a tutti i miei colleghi e le mie colleghe, di occuparci più di questo che dei dibattiti astratti e un po’ autoreferenziali. Detto questo comunque non sfuggo alla domanda: il riformismo non è una zona franca tra la destra e la sinistra e non è un’area di moderazione, è il vento che gonfia le vele di quanti non sono soddisfatti della realtà e che però non si accontentano della denuncia o dell’indignazione. Conoscono ed assumono la complessità della realtà con l’ambizione di cambiarla, passo dopo passo. Si dice riformare ma si dovrebbe dire governare

Insisto su questo tasto. Ma nell’anno di grazia 2026, ha ancora senso usare categorie dicotomiche, anche per raccontare il dibattito interno al PD, come riformismo/massimalismo?
Il dibattito politico è troppo polarizzato. Si fa a gara a chi urla di più. Prevalgono, anche grazie ai social, gli estremismi che offrono chiarezza identitaria, un nemico preciso, visioni semplificate della realtà. Quello che il cardinale Pizzaballa ha definito “la cultura del disprezzo” dove l’altro scompare nella sua legittima diversità e diventa uno stereotipo culturale e sociale. È un problema della politica e non del PD. Salvini che ha fatto peraltro il ministro dell’Interno, si “dimentica”, per eccitare gli animi dopo il grave episodio di Modena, che già oggi è possibile revocare il permesso di soggiorno per reati gravi e che ad un cittadino italiano non si dà un permesso di soggiorno. E perde di vista la realtà concreta e le possibili soluzioni. Noi non dobbiamo inseguire la destra nell’eccitare le tifoserie ma dobbiamo mettere in campo una visione complessiva e strategica del paese che sappia parlare ad una porzione potenzialmente maggioritaria della società italiana Costruire un’alternativa di governo capace di suscitare emozione e convinzione è il lavoro che ci aspetta anche perché l’evidente fallimento della destra – come si è dimostrato menzognero lo slogan “siamo pronti” con cui il centrodestra ha fatto la campagna elettorale del 2022! – ha incancrenito antiche criticità e ne ha create di nuove, ha sprecato occasioni, ha provato a coprire con una fitta coltre di parole una verità fatta di immobilismo e arroganza. L’Italia oggi è più debole ed esposta ai rischi di una crisi economica (l’ennesima) di carattere globale rispetto a quattro anni fa perché il governo si è concentrato sul racconto dei successi e delle gesta eroiche mentre le industrie mandavano fuori meno prodotti, i salari gli stipendi e le pensioni compravano sempre di meno, aumentavano le persone che rinunciavano a curarsi, cresceva la velocità con cui procede lo spopolamento di intere aree del Paese e sempre più giovani cercavano un lavoro ed un reddito dignitoso all’estero.

Lei viene da una tradizione importante quale quella del cattolicesimo democratico e sociale. Una tradizione, penso a La Pira, a Dossetti, a Capitini, che ha posto al centro il grande tema della pace. Tema di stringente, drammatica attualità. La pace nell’epoca dei Trump, dei Putin, dei Netanyahu…È ancora una opzione praticabile?
Abbiamo ricordato da poco Aldo Moro, il suo martirio. Moro è stato protagonista per vent’anni della politica estera italiana. Non era ambiguo ed aveva una linea chiara europeista ed atlantista insieme, favorevole alla NATO e mai dimentico della missione dell’Italia nel Mediterraneo. Pochi ricordano che in molti dei suoi importanti discorsi ripeteva che l’azione internazionale del governo italiano si concentrava sul disarmo con ogni sforzo e che nell’era nucleare il disarmo non costituisce una possibilità bensì una scelta obbligata della comunità internazionale per assicurare la pace e l’uguaglianza dei popoli.
Il realismo moroteo è ciò di cui avremmo bisogno oggi. La politica della forza come pilastro dell’ordine internazionale non può durare. La pace è una prospettiva inevitabile mentre la guerra è insostenibile, come dimostra la sofferenza del mondo intero dopo Hormuz. Va rilanciata la efficacia della diplomazia specialmente europea. Vanno costruite istituzioni comuni come fu fatto per euro e Schengen, sulla difesa e la politica estera europea. Con chi ci sta, con un nucleo di paesi intanto. Il centrosinistra sarà europeista o non sarà. E va ridata dignità, specialmente ora con Trump, ad un lessico pubblico che restituisca valore a parole come fraternità, rispetto, diritto, cooperazione e scolorisca di senso le altre perché, avvertiva Victor Kemplerer, studioso della lingua del Terzo Reich: “Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico.

Contenuti e alleanze, un nesso che dovrebbe essere inscindibile. Se guarda al dibattito nel centrosinistra, il condizionale è d’obbligo?
Dobbiamo imparare a guardare oltre la cronaca quotidiana degli avvenimenti o delle dichiarazioni. Se ne restiamo imprigionati, oltre a rischiare di cadere preda di cupi stati d’animo, perdiamo di vista la realtà. Che oggi è diversa da quella di ieri. Sto pensando alle battaglie comuni condotte in Parlamento dai partiti del centrosinistra o alle alleanze elettorali nelle amministrative, al lavoro per affinare e avvicinare proposte, ai terreni comuni sui quali ci troviamo con facilità, dalla sanità alla difesa del lavoro e dei salari. Non siamo all’anno zero. Ma non abbiamo di certo completato il programma comune. Europa federale, lotta radicale alle povertà materiali ed educative, lavoro dignitoso ed impresa responsabile, i giovani e le famiglie: i temi sono tanti e si deve chiarezza ai cittadini. Sono tra quelli che ha scritto il programma del “Conte due” e quindi testimone della possibilità di un’intesa con il M5s. Questo però non vuol dire che il cammino sia in discesa né che ogni distanza potrà essere superata. Credo che vadano messi da parte i discorsi sulle leadership e vada valorizzato al massimo l’impegno per far ripartire l’Italia e per battere squilibri e disparità. Se facciamo questo e se rinunciamo alla tentazione degli ultimatum e dei “prendere o lasciare” che pure ogni tanto riaffiorano nel cosiddetto campo largo allora costruiremo un’alleanza solida e coesa

La “guerra di Hormuz” ha fatto già una vittima: l’economia europea e in essa quella italiana. Eppure, la destra sembra non averne contezza. E il centrosinistra?
La guerra di Trump e Netanyahu sta dando una mazzata tremenda all’economia mondiale. Non c’è Paese che non stia pagando il prezzo di questo conflitto e le stime di tutti gli istituti e gli organismi sovranazionali parlano la stessa lingua di allarme e di fosche previsioni. La guerra dichiarata da Trump ha assestato solo l’ultima botta al fallimento del governo. Lo abbiamo già detto: dalla caduta costante della produzione industriale all’erosione del potere d’acquisto di salari e stipendi, dalla diffusione del lavoro precario e sottopagato. Insomma, l’elenco è lungo. Certo noi abbiamo consapevolezza delle difficoltà della gente comune e dell’urgenza di politiche serie, credibili efficaci per la ripartenza del motore produttivo e per il sostegno alle fasce sociali più fragili. Se loro si son concentrati su una riforma dell’ordinamento giudiziario che è stata bocciata dai cittadini, sulla “madre di tutte le riforme” ovvero il premierato finito in qualche polverosa soffitta, sulla cosiddetta autonomia differenziata che serve a spaccare il Paese noi ci concentreremo sulla sanità pubblica, sulla garanzia di una vera sicurezza nelle città, sul recupero per salari stipendi e pensioni di potere d’acquisto, sugli investimenti e sugli incentivi alle imprese, sulle energie rinnovabili, su un sistema di istruzione e formazione che faciliti l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro, su un sistema fiscale equo che non faccia cadere tutto il peso del prelievo sempre e solo sui “soliti noti”, sulla innovazione e sulla promozione della ricerca, su un funzionamento della macchina pubblica improntato alla sussidiarietà che avvicini sempre più l’amministrazione alla persona a cui è destinato il servizio.

23 Maggio 2026

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