L'intervista
“Netanyahu vuole la fine del Libano come stato indipendente”, parla Silvia Stilli
«È il suo secondo obiettivo strategico del dopo la cancellazione del popolo palestinese», dice la direttrice di ARCS Culture solidali. «Dal 2 marzo 3000 civili sono rimasti uccisi nei raid d’Israele. Altro che tregua»
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Silvia Stilli, Direttrice ARCS Culture Solidali. Le navi della Global Sumud Flotilla con gli aiuti umanitari sono state abbordate a largo di Cipro dalla marina militare d’Israele. Gli attivisti identificati e fermati, tra cui una decina italiani, lei pensa che verranno trattati alla stregua di criminali, portati in Israele e trattenuti per giorni subendo violenze come avvenuto per Saif Abukshek e Thiago Avila?
Nel 2017 le navi delle ong del soccorso umanitario nel Mediterraneo vennero definite da alcuni deputati e media “taxi del mare” e negli anni a seguire “pirati” da Panorama. Quando c’è un legittimo atto di denuncia delle violazioni dei diritti e ci si attiva nel nome dell’aiuto umanitario, il rischio di essere “criminalizzati” è forte. La Global Sumud Flotilla è vittima di azioni piratesche da parte israeliana in acque non solo internazionali, come successo di recente davanti alla Grecia che lo ha permesso. Il Ministro Tajani però ha prontamente chiesto a Israele di “tutelare e rilasciare i nostri connazionali”. Forse il vento gira in favore della Flotilla umanitaria.
L’ARCS, l’ong dell’ARCI che lei dirige, è in Libano dal 1998. Qual è oggi la situazione del Paese con l’offensiva militare israeliana iniziata dall’estate 2024, che ha intensificato le operazioni da marzo 2026 e sembra inarrestabile?
Dal 2 marzo 2026 in Libano gli attacchi israeliani hanno provocato la morte di 3.000 civili e il ferimento di 9.300. E la chiamano tregua: 110 operatori sanitari uccisi e 252 feriti; 2 ospedali e 42 centri sanitari primari inagibili; bombardamenti sulla periferia sud di Beirut, a Dahieh, e nel sud del Libano; ordini di evacuazione per almeno 18 località. Sono state colpite le infrastrutture con conseguente crisi per l’approvvigionamento idrico. 1.050.000 sono gli sfollati dall’interno del Paese. I rifugi collettivi attrezzati sono 632, ma larga parte dei senza tetto è ospite di famiglie o vive in shelter improvvisati. Tanti rifugiati, pur in situazione di estremo rischio personale e dei propri cari, hanno comunque deciso di tornare in Siria. Dall’estate del 2024, quando ad agosto iniziarono gli attacchi militari israeliani contro Hezbollah, sottolineo che la fine del Libano come stato indipendente è il secondo obiettivo strategico del governo di Netanyahu dopo la cancellazione del popolo palestinese. Gli attacchi militari israeliani sono una minaccia che si ripete ciclicamente per il Paese dei Cedri, in default e con un’instabilità politica decennale: sciti, sunniti, maroniti, palestinesi, siriani e altri popolano un territorio stretto e lungo come la Liguria in verticale. Dal gennaio 2025 il Presidente della Repubblica è il generale Joseph Khalil Aoun, che sopperisce ad un governo che non ha un Primo Ministro operativo e di accordo unitario da decenni. Aoun, nato nel Sud del Paese, di fede cattolico-maronita, è stato un comandante militare in prima linea dagli ultimi anni della guerra civile durata dal 1975 al 1990 e in seguito ha diretto le forze armate nazionali schierate al confine con Israele; essendosi formato negli Stati Uniti sul versante dell’antiterrorismo ha poi guidato la campagna contro i militanti dello Stato Islamico entrati dalla Siria nella parte orientale del Paese. Conosce i pericoli interni e di confine e non può essere considerato un fantoccio né un dittatore, ha un potere conferitogli democraticamente. L’esercito israeliano è penetrato fino al fiume Litani di fatto e ora si teme che occupi Tiro, una delle città più importanti nella storia e vita del Libano.
Una storia che si ripete…
Ricordiamo la stagione della seconda guerra israelo- libanese del 2006 (la prima nel 1984), iniziata come rappresaglia da parte di Israele per la cattura di due suoi soldati nel mese di luglio da parte di militanti Hezbollah. Fu un’estate di fuoco con tanto di blocco navale del Paese da parte israeliana. Le stime ufficiali parlarono allora di libanesi civili morti tra gli 800 e i 1.000 e circa 400 feriti, mentre per i militari le forze Onu indicarono la cifra di 500 più o meno. Tutto per poco più di un mese di scontri, con bombardamenti che colpirono gravemente Tiro e fino a Beirut, danneggiando anche l’aeroporto che divenne inagibile. Gli spostamenti del personale diplomatico, di operatori ong e altri internazionali alla fine avvenne via terra verso Damasco, transito allora possibile. Quella guerra ebbe termine per intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la Risoluzione 1701 votata all’unanimità l’11 agosto 2006, che responsabilizzò le potenze mondiali a fare pressione su libanesi e israeliani per la cessazione delle ostilità, posizione consolidata dalla costituzione di una Forza di Interposizione Onu, già prevista nel 1978: la missione UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon), oggi anch’essa bersaglio degli attacchi israeliani e il cui termine di mandato è stato prorogato fino al 31 dicembre 2026. Se non verrà invece anticipato per “cause di forza maggiore”, dato l’attuale contesto in cui tutto quello che riguarda le Nazioni Unite e il diritto internazionale viene calpestato e negato dall’operato israeliano e statunitense.
Anche in questo caso l’Europa sembra non essere in grado di intervenire nella mediazione per la pace. Cosa sta facendo l’Italia per gli aiuti umanitari al Libano sotto attacco israeliano?
L’Europa e il Governo italiano li ascoltiamo chiedere il cessate il fuoco nell’area mediorientale con inviti ad accordi rivolti flebilmente a tavoli a cui non sono invitati, visto che le mediazioni si svolgono nel teatro e con il controllo dei Paesi Arabi, che pongono al centro i loro interessi in termini di controllo di territori e confini e risorse nella trattativa con la potenza americana guidata dal folle Trump. D’altronde, la scelta europea di non imporre le sanzioni e non applicare quanto la Corte Internazionale ha stabilito nei confronti di Netanyahu è la dimostrazione chiara di una dipendenza non solo dagli accordi di collaborazione con Israele, ma soprattutto da Trump, che pure la denigra e la schiaffeggia continuamente. La centralità del Medio Oriente per la pace, la stabilità e la sicurezza del Mediterraneo e dell’Europa stessa, ben chiara per decenni fino sicuramente a 20 anni fa alla politica italiana, purtroppo non è più nella nostra agenda nazionale e in quella dell’Unione. Dall’agosto 2006, nell’immediatezza della cessazione della guerra, la cooperazione internazionale italiana si piazzò in posizione prioritaria in Libano sia per l’emergenza che per la ricostruzione del Paese: infrastrutturale, economica e sociale. Noi ong fummo accompagnate nel ritorno in Libano da un programma di interventi umanitari e anche strategici di sviluppo che riguardava tutto il Paese. Da allora non lo abbiamo mai abbandonato, di fronte all’emergenza dei profughi da Iraq e Siria (2 milioni su 6-7 milioni di abitanti) e la ripresa degli scontri Hezbollah-Israele. Abbiamo fatto nascere e crescere esperienze di protezione civile, rafforzato l’associazionismo sociale attivo anche per l’inclusione dei rifugiati, oltre ad aver attivato programmi sostenibili di eccellenza per lo sviluppo comunitario, in agricoltura, pesca, allevamento, economia circolare, per le energie rinnovabili, gestione delle acque.
Cosa stanno facendo le Ong italiane in Libano per questa emergenza?
Siamo rimaste operative. ARCS, ad esempio, è a fianco delle associazioni culturali e giovanili che riaprono teatri e cinema rendendoli spazi di cittadinanza attiva e per questo oggi li hanno attrezzati come shelter, in cui, oltre l’accoglienza e il sostegno psico-sociale, vengono organizzate per rifugiati e non attività educative, ludiche, di socialità e garantite lezioni online, data l’impossibilità di andare a scuola. In Libano i minori sfollati sono 390.000: esposti a bombardamenti, attacchi dei droni, sfruttamento e lavoro minorile. Le comunità libanesi hanno la formazione e la vocazione per l’auto-aiuto, anche grazie ad una società civile organizzata e vivace, che si vuole far carico della ricostruzione oltre l’emergenza. Ho imparato in più di 20 anni ad apprezzare questa vitalità solidale in comunità vissute per decenni nei conflitti e nelle guerre. In Libano è operativa una rete di sicurezza sociale nazionale (SRSN) che collabora con le organizzazioni locali e internazionali e ha permesso a 138.000 famiglie di ottenere 15,6 milioni di dollari per la sussistenza. Il Flash Appeal in Libano da parte delle maggiori organizzazioni umanitarie del sistema Onu è finanziato per 129 milioni di dollari, cioè per 42% del minimo fabbisogno: si tratta drammaticamente di scegliere tra il contrasto alle malattie o alla fame e alla sete. Il sistema di partenariato coordinato dalle Agenzie delle Nazioni Unite ha permesso la distribuzione di 9,2 milioni di pasti caldi e freddi e 121.000 razioni pronte al consumo. Le diplomazie e le diaspore libanesi nel mondo (la più numerosa in Brasile) stanno organizzando raccolte di beni di prima necessità tramite navi o aerei cargo. In Italia l’Ambasciata libanese si è messa a disposizione lavorando in tal senso. L’11 maggio L’Unione Europea ha organizzato un volo umanitario per far arrivare in Libano oltre 4.500 articoli di prima necessità. Il 7 maggio è giunto anche il primo convoglio regionale partito da Amman in Giordania. Il Ministero degli Esteri e Cooperazione Italiana ha deliberato 15 milioni di aiuti umanitari da affidare alle Agenzie umanitarie Onu e alle organizzazioni italiane, che in questi mesi hanno portato avanti con partner e personale espatriato e locale i progetti avviati rafforzandoli con raccolte fondi private. Neanche stavolta lasceremo sole le comunità libanesi.