Alcune vite valgono poco

Lo Stato è presente a Modena ma assente a Taranto: contro il razzismo nessuno si muove

Cronaca - di Dijana Pavlovic

19 Maggio 2026 alle 11:30

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Lo Stato è presente a Modena ma assente a Taranto: contro il razzismo nessuno si muove

Nel giro di pochi giorni l’Italia ha attraversato due episodi di violenza brutale. Entrambi capaci di raccontare qualcosa di vero sul nostro Paese. A Taranto, Sako Bakari, trentacinque anni, originario del Mali, viene ucciso all’alba da un branco di adolescenti italiani mentre si avvia alla stazione per raggiungere i campi dove lavora come bracciante. A Modena, un cittadino italiano di origine marocchina, laureato, paziente psichiatrico, investe deliberatamente dei passanti, ferendo otto persone, alcune gravissime.

La reazione delle istituzioni ai due fatti è stata radicalmente, rivelatoramente diversa. A Modena accorrono il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio. Si discute di sicurezza, di immigrazione, di frontiere da chiudere. Salvini propone i permessi di soggiorno “a punti” — per un cittadino italiano, circostanza che Tajani è costretto a ricordare pubblicamente. Vannacci sentenzia: “Se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo”.

A Taranto, invece, niente. Non solo nessuna visita istituzionale, ma neppure una dichiarazione. Nessun dibattito sulla violenza giovanile, sul razzismo, sulla brutalità del branco. La notizia scivola nella cronaca e lì rimane. Sako Bakari aveva fatto tutto quello che la società italiana chiede ai migranti per essere considerati degni di essere accolti. Aveva i documenti, parlava italiano, aveva un lavoro stabile, una moglie, aspettava un figlio. Quando il ristorante in cui lavorava ha chiuso, è scivolato nel lavoro agricolo stagionale — quella zona grigia di braccianti invisibili che tengono in piedi una parte sostanziale dell’economia italiana. Alle cinque e mezza del 9 maggio aspetta un treno per Massafra. Incontra un gruppo di ragazzi, poi l’aggressione, viene accoltellato, tenta di rifugiarsi in un bar: il barista invece di chiamare i soccorsi lo caccia fuori e protegge gli aggressori. Lo colpiscono ancora, cade. Uno dei ragazzi fuma una sigaretta davanti al suo corpo e chiede se stia ancora respirando.

È quella sigaretta l’immagine più difficile da sostenere. Non solo per la crudeltà del gesto, ma per quello che rivela: l’assenza totale di percezione dell’altro come essere umano. Quando la violenza viene compiuta da italiani, il fatto viene individualizzato: sono ragazzi, è un episodio, è una tragedia circoscritta. Quando l’autore è percepito come straniero, il gesto diventa immediatamente simbolo di un problema collettivo, di un’invasione, di una minaccia culturale. Questa asimmetria è strutturale. Racconta una gerarchia di chi conta e chi no, di quale vita pesa e quale scivola via senza lasciare traccia.

Mi chiedo, senza spirito polemico, se non avrebbe fatto bene il Presidente Mattarella ad andare anche a Taranto. Come gesto capace di affermare, con il linguaggio simbolico della più alta carica dello Stato, che ogni vita ha lo stesso peso. Che Sako Bakari — marito, padre in attesa, lavoratore — era parte di questo Paese. Che il razzismo è un problema italiano. Che quei ragazzi, allevati da questa cultura, formati dalle sue scuole e dai suoi schermi, sono il prodotto di qualcosa che ci appartiene e che dobbiamo avere il coraggio di guardare.

19 Maggio 2026

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