L'intervista

“Lo spauracchio tedesco agitato da chi non vuole un’Europa forte”, parla Angelo Bolaffi

La preoccupazione di Timothy Garton Ash? «Il problema è infondato. Non è che la Germania si riarma, c’è una decisione comune dei Paesi Nato e Ue di aumentare il budget per la difesa. Il vero campanello d’allarme è un altro e riguarda tutta l’Europa»

Politica - di Umberto De Giovannangeli

19 Maggio 2026 alle 16:30

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“Lo spauracchio tedesco agitato da chi non vuole un’Europa forte”, parla Angelo Bolaffi

La Germaniariarmata” e l’Europa. Tra spettri del passato e opportunità per il futuro. L’Unità ne discute con il professor Angelo Bolaffi. Filosofo della politica e germanista, ha insegnato Filosofia politica all’Università La Sapienza di Roma.

“Cosa succede se l’Europa affida la sua sicurezza all’industria tedesca”. E il titolo di un impegnato articolo per Repubblica di Timothy Garton Ash. Professor Bolaffi, è una preoccupata constatazione di fatto?
No.

Perché?
Basta leggere l’articolo per rendersi conto che il problema non è fondato. C’è stata una decisione dell’Unione europea di aumentare le spese militari per tutti i Paesi membri. Non è che la Germania si riarma e gli altri Paesi della Ue non fanno nulla. C’è una decisione comune dei Paesi Nato e dell’Unione europea di aumentare il budget per la difesa. Non c’è un affido alla Germania. C’è che la Germania, avendo una disponibilità finanziaria e fiscale superiore, ha un margine di investimento maggiore di quello di altri Paesi. Prima di scagliare la prima pietra, chi lo fa dovrebbe domandarsi come mai questo avviene. Come mai tutti quelli che accusavano la Germania di essere troppo parsimoniosa, oggi invidiano il fatto che la Germania ha uno spazio fiscale superiore. Non ci si affida alla Germania. Esiste ed è sempre più dirimente il problema di costruire per l’Europa, tutta insieme, un processo di riadattamento alle nuove condizioni geostrategiche e geoeconomiche. È evidente che la Germania, avendo un peso demografico ed economico superiore, ed essendo in una posizione geopolitica strategica rispetto a tutti gli altri Paesi europei, abbia una responsabilità superiore.

Nella sintesi dell’articolo di Timothy Garton Ash, si afferma che la Germania è pronta ma fa ancora paura. È il passato che non passa?
Ma non diciamo fesserie. Tutto è cominciato con un articolaccio di una politologa americana, Liana Fix, pubblicato sul numero di marzo/aprile 2026 di Foreign Affairs, dal titolo “Il prossimo egemone dell’Europa (i pericoli del potere tedesco)”. Nell’articolo la Fix cita una frase estrapolata da un discorso del 1921 del generale Ferdinand Foch, esponente del militarismo francese, che secondo l’autrice dovrebbe funzionare da monito per l’oggi, dimenticando il trattato di Locarno del 1925 tra Germania e Francia per il quale i ministri degli Esteri Gustav Stresemann e Aristide Briand vennero insigniti nel 1929 del premio Nobel per la Pace. La frase in questione, cito testualmente, è: “Se gli Alleati persistono nella loro indifferenza…sicuramente la Germania si solleverà di nuovo in armi”. Detto questo, è evidente che fare la storia a ritroso è alquanto semplice. Certo che dopo la crisi di Weimar arriva Hitler. Ma questo è tutt’altro discorso. Se vogliamo accusare la Germania di oggi di essere come la Germania di Hitler siamo messi proprio male. Semmai il vero, preoccupante campanello di allarme per tutta l’Europa e non solo per la Germania, è un altro…

Quale, professor Bolaffi?
Cosa succede se questo riarmo avviene in presenza di una svolta complessiva a destra di tutte le democrazie europee? Francia, Italia, Inghilterra, Germania, Olanda, Norvegia e quant’altro. Questo è il discorso che andrebbe fatto e indagato. Come lo è quello del rischio di implosione dell’Europa di fronte a una svolta neo-nazionalista. Agitare lo spettro della paura tedesca non ha alcun senso, non sta in cielo né in terra. A meno che…

A meno che?
Qualcuno pretenda o auspichi che la Germania non si riarmi e accetti di subire l’attacco di Putin. Se posso, vorrei aggiungere due altre considerazioni…

Siamo qui per questo.
Giovedì scorso a Mario Draghi è stato conferito, ad Aachen, l’antica Aquisgrana, in Germania il premio Carlo Magno. E la laudatio a Draghi, cioè il discorso che si fa per spiegare perché è stata assegnata questa onorificenza, è stato tenuto dal cancelliere tedesco Merz. E di certo Mario Draghi non può essere tacciato di essere un anti-europeista e un filotedesco.

L’altra considerazione?
Riguarda la storia e il rapporto tra la Russia, allora Unione Sovietica, e la Germania. Ricordo quanto disse nel 1952 Stalin, di cui Putin è erede: “Chi controlla die Mitte (il Centro) controlla la Germania, e chi controlla la Germania controlla l’Europa”. La Germania è oggi sotto una minaccia potenziale portata dalla Russia di Putin. La scorsa settimana la Duma ha approvato una legge che consente di intervenire militarmente al di fuori dei confini della Federazione Russa, con le stesse argomentazioni addotte da Hitler per intervenire nei Sudeti. Allora il pretesto erano le minoranze tedesche, oggi quelle russofone. Se queste minoranze vengono discriminate dai governi di quei Paesi, l’intervento militare diventa legittimo. Sappiamo come andò a finire l’altra volta…

Lei, professor Bolaffi, è un convinto assertore che senza una forte Germania non può esserci alcun forte progetto europeista.
Non solo senza ma neanche contro. Né senza né contro la Germania è possibile costruire l’Europa. Il vero, grande, irrisolto problema è un altro…

Vale a dire?
C’è una profonda asimmetria tra quello di cui avrebbe bisogno l’Europa, vale a dire, come ha ribadito Draghi ad Aquisgrana, trovare una integrazione più alta e solida sul piano economico, finanziario, produttivo, industriale e anche dal punto di vista militare, e la spinta da parte dell’opinione pubblica nei singoli Paesi nazionali che va in tutt’altra direzione. Siamo alle prese con una sorta di dissonanza cognitiva nei Paesi europei, che da un lato vogliono l’Europa, consapevoli che senza di essa non si va da nessuna parte, ma dall’altro lato, quando s’impongono dei motivi oggettivi di interesse materiale, nella fattispecie la difesa dello stato sociale o la sua riforma, o la paura dell’immigrazione, si tende non più a rivolgersi all’Europa per cercare soluzioni a livello sovranazionale, ma a chiedere chiusura e protezione ai propri governi nazionali. E nel caso questi governi non lo facciano, il consenso elettorale s’indirizza verso quelli che sul mercato politico offrono questo racconto nazionalpopulista. E questo porta il populismo in Francia, in Germania, in Italia e via elencando, anche per responsabilità dei leader politici nazionali che non hanno il coraggio di dire la verità su come stanno le cose. E qui va fatto un discorso che so che solleverà discussioni…

Di che si tratta?
Vede, il racconto che ha fatto, chi più chi meno, tutta la sinistra europea dice che c’è un popolo europeo pronto, felice di avviarsi verso le radiose strade dell’europeismo, e poi ci sono dei cattivissimi governanti, quello che Habermas definisce “il centralismo degli esecutivi”, che in nome del nazionalismo pongono ostacoli sulla radiosa e popolare via europeista. Ciò è vero solo parzialmente. Perché è vero anche che l’opinione pubblica, spaventata per una serie di motivi materiali o culturali, invece di capire che è soprattutto nel proprio interesse fare un passo in avanti nell’integrazione, tende a sostenere, di volta in volta, quelle forze politiche che si fanno portatrici di un messaggio nazionalista. Questo è il dramma oggi. È come se ci fosse nelle popolazioni europee la mancanza di coscienza dell’urgenza storica, mentre le élite politiche, nonostante tutto hanno colto questa impellenza, tanto è vero che nei giorni scorsi anche il giovane e ambizioso “co-leader”, assieme a Marine Le Pen, del Front National francese, Jordan Bardella, probabile candidato dell’FN alle presidenziali, ha detto ma quale AfD, noi stiamo con Merz. Hanno capito che l’Europa è indiscutibile. Financo la Meloni non è uscita dall’euro, come aveva ventilato in passato quando era all’opposizione. La paura della Germania viene di volta in volta evocata strumentalmente da quelle forze che l’integrazione europea non la vogliono e la combattono.

L’integrazione europea è invisa anche dall’altra parte dell’Oceano, dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Questo è davvero il fatto nuovo, dirompente. Finora l’Europa è stata in un ventre di vacca. La sua difesa la pagava l’America e l’America era stata, per lungo tempo, un egemone benevolo, che ripianava i contrasti tra gli Europei. Ora gli Europei sono soli e nudi alla meta. C’è una solitudine dell’Europa oggi. E in questa solitudine nascono anche le tensioni e i conflitti. Ma da questo a usare strumentalmente il tema della Germania dimenticando che il punto è l’Europa e il suo spostamento a destra, si commette un errore analitico e politico esiziale. Detto questo, occorre, ed è un compito degli Europei e dell’opinione pubblica tedesca, spingere il governo tedesco perché della difesa dalla minaccia ormai oggettiva che la Russia porta all’Europa, la Germania se ne faccia carico assieme altri Paesi europei. Nessuno si salva da solo.

Ma come tradurre questa visione in proposte concrete?
Nel merito è uscito di recente un interessante paper di studiosi tedeschi. Nel medio periodo l’Europa non è in grado di garantirsi una difesa senza l’America. E quindi deve agire in modo tale che la presenza americana, almeno dal punto di vista strategico, non venga completante azzerata. D’altro canto, la minaccia ripetuta più volte da Trump di ritirare le forze militari americane dall’Europa, è una minaccia “spuntata”.

Perché?
Perché per ritirare 80mila soldati dall’Europa e tutto l’apparato strategico, ci vogliono anni con un costo di miliardi di dollari. L’Europa deve operare sapendo che l’America è un alleato, un avversario e per certi versi un nemico. Lavorare su diversi piani: anzitutto aumentando il peso dei Paesi europei nella Nato. Un peso che già c’è: un italiano comanda le forze nel Mediterraneo; un tedesco quelle del Baltico e un inglese quelle nel Mare del Nord, anche se al vertice della piramide di comando resta un americano. Aumentare il peso, non solo decisionale ma operativo dell’Europa nella Nato, è un processo destinato a durare almeno dieci anni. Quanto poi al riarmo tedesco, ammesso che sia vero, per realizzarlo ci vorrebbero come minimo tra i cinque e dieci anni. Intanto l’Europa rischia una indifesa solitudine.

19 Maggio 2026

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