Il plenum boccia la nomina del presidente aggiunto

Consiglio di Stato, la bocciatura anomala di Carbone alla presidenza: il ruolo dei “laici” sul siluramento del favorito

Per anzianità, il magistrato napoletano avrebbe dovuto accedere all’incarico, ma la componente laica ha contestato la prassi. A pesare anche i molti fuori ruolo del candidato

Giustizia - di Paolo Comi

14 Maggio 2026 alle 16:30

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Consiglio di Stato, la bocciatura anomala di Carbone alla presidenza: il ruolo dei “laici” sul siluramento del favorito

Bagarre la scorsa settimana a Palazzo Spada. La nomina del nuovo presidente aggiunto del Consiglio di Stato spacca il Plenum e si trasforma in una resa dei conti dopo la bocciatura di Luigi Carbone. Da una parte la difesa della tradizione e dell’anzianità di ruolo come architrave dell’autonomia della magistratura amministrativa, dall’altra chi chiede di rompere automatismi consolidati e valutare davvero chi abbia esercitato più intensamente la giurisdizione e maturato una concreta esperienza di governo dell’istituzione.

Formalmente la questione ruota attorno a un nodo tecnico: quali criteri devono guidare la nomina del presidente aggiunto del Consiglio di Stato? Ma sostanzialmente il confronto è molto più identitario. Dietro il richiamo all’anzianità si nasconde infatti una domanda ben più scomoda: è giusto affidare una delle più alte funzioni della giustizia amministrativa a un magistrato che per anni ha accumulato incarichi esterni e attività istituzionali, scrivendo relativamente poche sentenze rispetto ad altri candidati?

La figura del presidente aggiunto è stata introdotta nel 2003 e la normativa non prevede criteri specifici per la nomina. Da qui la tesi centrale della maggioranza: proprio perché non esistono parametri rigidi, il Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa, l’organo di autogoverno presieduto da Luigi Maruotti, può continuare a valorizzare la prassi storica dell’anzianità di ruolo, considerata un presidio dell’indipendenza della magistratura amministrativa. In tale ottica Carbone, proprio perché più anziano in ruolo, è per tutti il candidato in pectore. Il suo curriculum viene descritto dal relatore Giancarlo Pezzuto come imponente: esperienza accademica, competenze linguistiche, incarichi internazionali, presidenza di sezioni strategiche del Consiglio di Stato, guida della commissione sul nuovo Codice dei contratti pubblici, oltre duemila pubblicazioni tra monografie e note redazionali. A ciò si aggiunge un risultato rivendicato dai suoi sostenitori: l’abbattimento quasi totale dell’arretrato nella Quarta Sezione.

Ma proprio qui si apre a sorpresa lo scontro. Perché la componente laica, guidata dal professore Giovanni Doria, smonta l’idea che l’anzianità debba trasformarsi in una sorta di automatismo mascherato. E lo fa usando proprio la giurisprudenza richiamata dal relatore Pezzuto. Le sentenze del Consiglio di Stato del 2017 e del 2019, ricorda Doria, affermano chiaramente che la nomina del presidente aggiunto non è assimilabile a una procedura ordinaria per incarichi direttivi e che il Consiglio di Presidenza dispone di un ampio margine di valutazione comparativa. Tradotto: l’anzianità conta, ma non può diventare una blindatura.

Nel dibattito entra però anche un tema più “esplosivo”: il peso degli incarichi esterni e il rapporto con l’attività giurisdizionale effettiva. Doria lo mette agli atti con parole calibrate ma pesantissime. Quattro dei cinque candidati — Filippo Barra Caracciolo, Rosanna De Nictolis, Michele Lipari e Carlo De Francisco — hanno svolto attività giurisdizionale “in maniera pressoché esclusiva”. Carbone invece ha ricoperto “numerosi ed importanti incarichi esterni, spesso in posizione di fuori ruolo”. Il messaggio è chiaro: si può davvero considerare equivalente, ai fini della guida del Consiglio di Stato, chi ha passato gran parte della carriera nelle sezioni giurisdizionali e chi invece ha trascorso lunghi periodi nei palazzi governativi e negli incarichi istituzionali, sottraendo tempo alla giurisdizione?

Il tema diventa ancora più delicato quando interviene l’avvocata Eva Sala, che chiede di visionare le schede incarichi dei candidati. Sala ricorda che già in precedenti sedute era emersa una “notevole sproporzione” nel numero di incarichi esterni ricoperti da alcuni magistrati. E aggiunge un passaggio che suona quasi come un alert: il cumulo eccessivo di incarichi può incidere sull’attività giurisdizionale, soprattutto per chi ricopre funzioni apicali. Dentro il Consiglio di Stato, va ricordato, il tema dei magistrati fuori ruolo è da anni una delle questioni più controverse. Da una parte c’è chi considera le esperienze presso governi e ministeri un valore aggiunto. Dall’altra cresce il malumore di chi ritiene che si sia creato un sistema in cui alcuni magistrati costruiscono carriere parallele lontano dalle aule di giustizia, salvo poi tornare a occupare i vertici dell’istituzione.

E infatti la candidatura alternativa di De Francisco assume rapidamente il valore di una sfida simbolica. Non solo perché anch’egli vanta incarichi istituzionali di primo piano, ma perché il suo percorso appare più equilibrato tra esperienza di governo e continuità della funzione giurisdizionale. Anche il consigliere Roberto Lamberti, pur senza schierarsi apertamente contro Carbone, lascia emergere un forte disagio sul metodo seguito. Avverte che una scelta così delicata rischia di diventare fragile se fondata soltanto sui curricula e sull’anzianità. Propone addirittura audizioni e approfondimenti istruttori, evocando il rischio di impugnazioni e tensioni interne. La maggioranza però respinge ogni ipotesi di approfondimento. Per il relatore, unitamente ai consiglieri Daniela Mameli e Luigi Carlotti, non ci sono ragioni per discostarsi dalla prassi. Le audizioni vengono considerate inutili, quasi pericolose, perché introdurrebbero una logica comparativa incompatibile con la tradizione del “merito assoluto”. Alla fine la proposta Carbone passa in Commissione con tre voti favorevoli e due astensioni. La candidatura alternativa di De Francisco raccoglie soltanto il voto di Doria.

Il colpo di scena arriva come detto in Plenum, chiamato a ratificare la decisione della Commissione. Al momento del voto, a scrutinio segreto, Carbone viene a sorpresa impallinato. Determinanti nella bocciatura sarebbero stati proprio alcuni suoi colleghi togati. Incarichi a parte, se ne riparlerà più avanti.

14 Maggio 2026

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