Così dilaga il razzismo
Linciati e pestati a morte perché neri: l’Italia come l’Alabama, dilaga il razzismo grazie a politica e giornali
Non pensiate che quei ragazzini che hanno ucciso Bakary il razzismo ce l’avessero nelle vene. No, no: gli è stato fornito proprio dai politici e dai giornali. Prima in forma di xenofobia, poi di odio, poi di violenza.
Cronaca - di Piero Sansonetti
Lo hanno visto in bicicletta, si sono accorti che era africano e hanno deciso di colpire. Lui si chiamava Bakary Sako, aveva 35 anni, permesso di soggiorno regolare, bracciante. I nomi dei quattro ragazzi più un adulto che lo hanno aggredito non ci interessano. Sono molto giovani, tre di loro adolescenti, il quarto 20 anni. Poi c’era anche una ragazza che però non ha partecipato. Di certo sappiamo solo che stiamo parlando di ragazzi razzisti. Siamo a Taranto. Centro storico. Sono più o meno le cinque di mattina. A quell’ora si incrociano due mondi. Lontanissimi. Quello dei ragazzi, che hanno fatto nottata, forse hanno bevuto troppo: sta per finire la loro giornata. E quello di un lavoratore, immigrato, certamente sfruttato, come tutti i braccianti, che sta invece per iniziare una giornata dura come tutte le altre. È diretto alla stazione, lì prenderà un pullman che lo porterà a Massafra, 20 chilometri da Taranto, dove verso le sei inizierà il lavoro nei campi.
I ragazzi hanno appena visto passare in bicicletta un altro africano, di pelle scura, lo hanno inseguito ma lui è riuscito a sgattaiolare nei vicoli. Bakary fa un errore. Evidentemente è un tipo fiducioso, quel gruppetto di ragazzi tarantini non gli fa paura. Ferma la bici e si avvicina a un bar che ha già tirato su le saracinesche. Vorrebbe fare colazione. I ragazzi lo circondano, probabilmente lo insultano, poi iniziano a colpirlo con pugni. Lui scappa, si rifugia nel bar, ma non trova aiuto, loro lo inseguono, lo buttano a terra, picchiano ancora duro, calci e pugni, poi uno di loro tira fuori una lama e lo trafigge tre volte, al torace e all’addome. Probabilmente gli buca un polmone. Un signore che è seduto a un tavolino si alza e vuole la sua parte di gloria: lo colpisce anche lui con un pugno, mentre è a terra, morente. Poi i ragazzi prendono la loro vittima e la trascinano fuori dal bar. Lo lasciano agonizzante in strada. Spariscono. Qualcuno avverte la polizia. Arriva il 118. Troppo tardi. Bakary è morto. Questa notizia, se spulciate i giornali online di ieri, la trovate quasi ovunque. Non tra le notizie più importanti. No: dovete fare scorrere parecchio il monitor per leggerla. Cronaca nera. Ho provato a immaginare una notizia quasi uguale ma a colori invertiti. Un gruppo di ragazzi africani aggrediscono un ragazzo bianco e lo scannano. E poi ho provato a immaginare la reazione dei giornali, della politica, delle istituzioni. Titoli a tutta pagina, lutto cittadino, dichiarazioni di fuoco. Giusto. Se un branco di ragazzi commette un delitto assurdo, l’indignazione scatta in chiunque. Certo, se la vittima è del Mali, come era Bakary, è diverso. Un po’ meno indignazione. Molta meno. Niente lutti.
Però almeno il Procuratore di Taranto ha rilasciato una bella dichiarazione. Mi pare che solo lui abbia capito cosa è successo. Si chiama dottor Eugenio Pentassuglia. Voi sapete quanto raramente io parli bene di un procuratore. Stavolta però non posso non tirare giù il cappello. Sentitelo: “La persona da colpire è la persona vulnerabile, indifesa, nello specifico caso viene individuata nella persona di colore. E allora ci dobbiamo domandare che cosa significa tutto questo. Non posso esimermi dal considerare che queste situazioni si stanno sempre di più moltiplicando e non ci sono dei decreti sicurezza che tengano. Non serve aumentare le pene, non serve individuare nuove figure di reato. Dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che la nostra terra non è la terra nostra. Tutti coloro che hanno diritto di esserci, devono essere rispettati”. Capito? “La nostra terra non è la terra nostra”. E provate a spiegarglielo ai giornalisti e ai politici.
Ieri a Milano, 900 chilometri da Taranto si è verificato un altro episodio di razzismo. La polizia ha fatto irruzione in un ristorante gestito da africani e frequentato da molti africani. Per lo più del Senegal. La gente ai tavoli ha rumoreggiato e protestato. Un poliziotto in borghese ha preso uno dei clienti, nero, anche lui senegalese, 43 anni, orafo, Diala Kante, lo ha gettato a terra, faccia in giù, lo ha immobilizzato con un ginocchio sulla schiena, e intanto due suoi colleghi in divisa lo immobilizzavano con le manette. Tutto ciò di fronte al figlio, un ragazzino di dodici anni. Poi lo hanno trascinato via. Negli audio registrati dai presenti si sente il grido disperato del ragazzo: “Papà, papà!”. Gli agenti non si sono fermati, lo hanno portato al commissariato e ce l’hanno tenuto per 12 ore. Perché ho citato questo secondo episodio? Perché dobbiamo capire che il razzismo sta diventando un sentimento che si espande, a tutti i livelli. Che diventa senso comune, spirito pubblico. E travolge la nostra civiltà. Con l’inseminazione di odio, di inconcepibile senso di superiorità, di inciviltà e ignoranza profonde. Negarlo non serve a niente. E non pensiate che quei ragazzini che hanno ucciso Bakary il razzismo ce l’avessero nelle vene. No, no: gli è stato fornito proprio dai politici e dai giornali. Prima in forma di xenofobia, poi di odio, poi di violenza.