La proposta di legge

Patrimoniale progressiva, tassare chi ha più di 2 milioni di euro (esclusa la casa)

L’idea di imposta patrimoniale progressiva applicata soltanto ai grandi patrimoni. Per chi ha più di 2 milioni previste aliquote crescenti dall’1% fino al 3,5%. La tassa interesserebbe tra le 200 e le 50 mila persone, meno dell’1% della popolazione italiana

Politica - di Stefano Galieni

8 Maggio 2026 alle 20:30

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Patrimoniale progressiva, tassare chi ha più di 2 milioni di euro (esclusa la casa)

“La proposta è semplice, ma radicalmente equa: introdurre un’imposta patrimoniale progressiva, applicata esclusivamente ai grandi patrimoni, con una soglia di esenzione fissata a 2 milioni di euro, al netto dell’abitazione principale. A partire da questa soglia, il contributo prevede aliquote crescenti dall’1% fi no al 3,5%, colpendo una platea ristretta – tra le 200 e i 50 mila persone, meno dell’1% della popolazione – e intervenendo là dove oggi il sistema fiscale italiano è più ingiusto e regressivo”. Dario Ballardini, del comitato 1% equo ed esponente di Rifondazione Comunista, spiega in maniera semplice e netta quello che è il lavoro che lo ha visto impegnato, insieme a economisti, sociologi, giornalisti, militanti politici, per mesi e che ha permesso di presentare ieri alla Corte di Cassazione, una proposta di legge di iniziativa popolare, per cui occorreranno 50 mila firme, che nell’arco dei sei mesi massimi previsti per la raccolta, sarà depositata in parlamento. Si stima che qualora la proposta divenisse legge, ne deriverebbe un gettito stimato tra i 26 e i 60 miliardi annui, che sarebbe vincolato al finanziamento di sanità pubblica, istruzione, politiche abitative, tutela ambientale, sicurezza sul lavoro, disabilità e sostegno al reddito, oltre a una quota destinata alla diminuzione dell’Irpef.

La proposta si muove nell’ambito del tentativo di riequilibrare un sistema fiscale come previsto in Costituzione (Art 53). A fronte di chi si affanna con la cosiddetta tassa piatta, che azzera qualsiasi criterio di progressività, delle tasse, si prova a fare i conti – è il caso di dirlo – con quel 5% di persone più ricche che non contribuiscono al benessere del Paese in base alle proprie disponibilità. Basti pensare che il gettito fi scale oggi è al 90% dovuto all’Irpef pagata da chi lavora e chi è in pensione. Il criterio che ci si ripropone con questa proposta ha però anche una grande valenza sociale. Quei soldi che, soprattutto negli anni che vanno dalla pandemia alla guerra, hanno determinato un aumento osceno dei profitti per pochi dovranno servire a rafforzare i servizi pubblici essenziali da troppi anni sottofinanziati e non potranno essere utilizzati tanto per la corsa al riarmo che per aumentare le risorse destinate a reprimere il conflitto sociale. Il progetto, come si diceva, non è nato su una semplice ondata di ricerca del consenso ma ha richiesto l’impegno di numerose personalità che del tema hanno discusso anche in maniera accalorata. Ci ha lavorato soprattutto un gruppo ampio, plurale e multidisciplinare, composto da oltre 30 economisti ed economiste, docenti universitari, ricercatrici e ricercatori impegnati da anni sul tema del ripristino di una giustizia sociale e fiscale. Si presente, dal punto di vista giuridico, come inattaccabile. A loro si sono uniti, fornendo il loro contributo, giuristi, giornalisti, esponenti del mondo culturale, dell’attivismo sociale e politico, figure con esperienza istituzionale, rappresentanti di spessore delle maggiori realtà sociali artisti. Il ragionamento di fondo che ha portato a iniziare questo coinvolgimento, che resta un work in progress, è legato al fatto che, la raccolta firme può e deve divenire un momento forte per far uscire il tema da un ambito riservato e costruire spazio per farlo irrompere nella scena politica.

Un approccio, c’è da augurarsi con risultati ancora migliori, molto simile a quello che portò quasi un anno fa ai quesiti referendari sul lavoro e sulla cittadinanza. Invece di giocare perennemente in difesa furono gli attori sociali a costringere anche le istituzioni a confrontarsi con una proposta concreta. Senza mezzi economici adeguati, promotrici e promotori hanno intanto realizzato un sito su cui si forniscono tutte le informazioni necessarie a comprendere le implicazioni che tale proposta determinerebbe, ad allontanare paure – per alcuni settori delle destre ogni imposta è considerata atto di esproprio – a spiegare ad esempio che la prima casa non sarebbe conteggiata ai fini della tassazione. La raccolta delle firme non parte oggi. Si presume, considerando i tempi di esame in merito alla liceità della proposta, di poter iniziare intorno al 15 maggio e quindi almeno fino alla metà del mese di novembre. Si potrà firmare ai banchetti che i promotori contano di attivare ovunque, ma soprattutto anche avvalendosi delle piattaforme elettroniche, quindi attraverso lo Spid o semplicemente usando la propria carta di identità elettronica (Cie). Come spiegava Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista, primo firmatario del testo, durante la conferenza stampa “il solo fatto di ricominciare a parlare di progressività delle tasse, del far pagare chi in questi anni ha visto lievitare i propri profitti a fronte dei tanti e delle tanti per cui il potere d’acquisto dei salari si riduce sempre di più, è secondo noi fondamentale per gettare le basi di una profonda discontinuità col passato. Applicare o meno la Costituzione passa anche attraverso la condivisione o meno di queste scelte”. Ad essere contrari a tali proposte, infatti, non è solo l’attuale governo, lo sono stati i precedenti cosiddetti “governi tecnici”, lo è chiunque pensi che in nome della competitività delle imprese ogni vincolo vada eliminato.

Le condizioni della iniqua pressione fiscale di questi anni sono la rappresentazione plastica di quanto la politica si sia assoggettata all’economia, di quanto il “pilota automatico” con cui uno dei più autorevoli ingegneri dell’autoritarismo finanziario, Mario Draghi, necessiti, per migliorare le condizioni di vita di tutte e tutti, di essere disattivato, riconducendo alla partecipazione democratica i poteri decisionali reali. La povertà dilagante, il precariato come costante per una percentuale sempre più alta di persone, la difficoltà di accesso alle cure o all’istruzione, persino le possibilità di intravvedere una migliore condizione sociale per i propri fi gli, hanno profondamente a che fare con l’iniquità fi scale, perché questa è una abdicazione alla democrazia per come eravamo abituati a pensarla. Non è un caso che le migliori costituzioni siano considerate, dai conglomerati economico finanziari dominanti, vincoli da abbattere o quantomeno di cui delimitare gli spazi perché la loro stessa esistenza non consente totalmente di determinare le condizioni di subalternità a cui si dovrebbe essere sottoposti. Alla conferenza stampa illustrativa hanno partecipato numerosi fra gli oltre 60 primi firmatari. Non solo, ovviamente Acerbo ma personalità note come Fausto Bertinotti, Piergiorgio Ardeni, Maura Cossutta, Marta Fana, Paolo Ferrero, Paolo Maddalena, Laura Marchetti, Loris Caruso, Andrea Ventura, Eliana Como e tante/i altre/ i. C’è una cosa molto chiara nel comitato promotore: non si tratta tanto di ripetere l’esperienza che venne sintetizzata in un manifesto di Rifondazione passato nella storia recente e recante la scritta “Anche i ricchi piangano”, quanto quella di fare i conti col presente. Il tema delle diseguaglianze e delle ingiustizie sociali è punto di convergenza e di azione fra numerosi mondi che da poco hanno iniziato un proprio dialogo. Si pensi alle denunce dei movimenti ambientalisti, ai nessi che vengono analizzati da chi è contro le politiche di guerra e disarmo, da coloro che considerano la progressiva erosione di spazi di democrazia, come centrali per ritrovare e ricercare una intersezionalità ancora più matura e profonda.

La sfida che questa proposta pone è quella di tradurla in obiettivo comune e condiviso da chi oggi non si sente politicamente o socialmente rappresentato, da chi ha anche voglia di intravvedere obiettivi che non abbiano mero carattere difensivo ma cerchino di imporre diverse regole di gioco. Si tratta di un terreno difficile. Gli stessi mezzi di informazione mainstream riceveranno condizionamenti per silenziare il carattere sociale di questa proposta che non contiene in sé nulla di rivoluzionario, ha quasi caratteristiche liberali progressiste, ma si richiama semplicemente a ritrovare un’applicazione del dettato costituzionale che spesso è mancata, anche per responsabilità di forze sedicenti progressiste che si sono illuse della capacità del mercato di potere, per sua natura, attenuare le diseguaglianze. I banchetti nelle strade permetteranno alle tante e ai tanti che si dovrebbero aggregare di poter portare anche un messaggio concreto alle tante persone che in questa crisi vivono male e hanno perso ogni speranza di veder rappresentati e difesi i propri interessi. Persino di coloro che, non riconoscendo più un avversario su cui scaricare il proprio disagio, accettano la narrazione dominante e cercano in chi è povero, magari anche migrante, il capro espiatorio a proprio uso e consumo. Il velo però è caduto, lo si vede nelle periferie europee come negli atroci scenari di guerra senza fi ne e forse, più che in passato, c’è una nuova consapevolezza, con forte caratterizzazione giovanile, quella che ad esempio si è ritrovata nella difesa di Gaza o del contrasto ai ddl sicurezza sulla necessità di affrontare sfide epocali

8 Maggio 2026

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