Dopo lo scossone ungherese

Meloni e la sconfitta di Orban: la premier fa finta di non capire che la caduta dell’autocrate ungherese parla di lei

La sconfitta dell’uomo forte di Budapest è stata accolta dalla premier con sprezzante pressapochismo: “Non ha vinto la sinistra”. No, non ha vinto. Ma il sovranismo nero ha perso

Politica - di Davide Faraone

22 Aprile 2026 alle 10:00

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Foto Roberto Monaldo / LaPresse
Foto Roberto Monaldo / LaPresse

C’è qualcosa di profondamente rivelatore, più che contraddittorio, quasi involontariamente sincero, nel modo in cui una parte della destra italiana ha reagito alla sconfitta di Viktor Orbán. Hanno commentato, spiegato. Non perché abbiano cambiato idea – il loro guru è e resta Orbán – ma perché “non ha vinto la sinistra”. E questo, a quanto pare, a loro basta.

Ma è proprio qui che il ragionamento si rompe. Non si può sostenere per anni un modello politico — Orbán come punto di riferimento, Donald Trump come alleato strategico, l’idea stessa di democrazia “illiberale” come evoluzione possibile – e poi, al primo cambio di vento, raccontare la realtà come se nulla fosse. Come se quella storia non fosse mai esistita. Come se la vittoria di oggi non smentisse le scelte di ieri. Il punto non è chi ha perso o chi ha vinto. Il punto è cosa rappresentava quella partita. Per anni Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno costruito una traiettoria politica precisa: l’aggancio ai sovranismi globali. Non un errore occasionale, non una deviazione tattica, ma una linea. Rivendicata pubblicamente, difesa nei consessi internazionali, rilanciata in Italia come alternativa al “vecchio” europeismo. Ricordo ancora tutte le volte in cui Trump e Vance hanno insultato violentemente il modello europeo, con il rilancio compiaciuto dei due Dioscuri italici. Orbán non era un problema. Era un modello. Trump non era un rischio. Era un riferimento. E intorno a loro si costruiva una galassia politica: Marine Le Pen in Francia, Alice Weidel in Germania, Nigel Farage nel Regno Unito. Una rete che ha un’idea comune: scassare l’Unione europea, svuotare progressivamente i vincoli del diritto internazionale, sostituire la cooperazione con una sovranità nazionale intesa in senso assoluto. Una politica fatta più di rapporti di forza che di regole condivise.

Oggi la Giorgia Meloni che diceva di costruire ponti finisce per restare sospesa nel vuoto. Su Viktor Orbán si ergeva a mediatrice con gli altri leader europei. Voleva tenere insieme pezzi che non stavano insieme. Poi, nello stesso giorno, la mollano Stati Uniti e Israele. Orbán non c’è più, e l’Europa la guarda con diffidenza. E così quella che sembrava una posizione di equilibrio somiglia sempre di più a una posizione di isolamento, da ponte a vuoto sotto è un attimo. Quella rete scricchiola. E la reazione italiana è rivelatrice: non un ripensamento, ma una rimozione. Ciò che non hanno capito è che il mondo, nel frattempo, è cambiato davvero. La globalizzazione non è finita, ma si è trasformata. I blocchi geopolitici si sono ricomposti. Le grandi potenze – Stati Uniti, Cina, Russia – hanno ridefinito il proprio ruolo e il proprio linguaggio, mentre nuove potenze si sono affacciate nello scenario internazionale. E dentro questo nuovo equilibrio, l’Europa si trova davanti a una scelta che non è più rinviabile: o essere soggetto politico, oppure diventare terreno di gioco degli altri. Più Europa è il modo per superare i limiti dell’Unione europea. È in questo contesto che la vecchia distinzione tra destra e sinistra perde progressivamente centralità, e la lettura della destra italiana su quanto accaduto in Ungheria appare antiquata. Non scompaiono le divisioni del passato, ma si ridimensionano. Al loro posto emerge una linea di frattura più netta e decisiva: europeisti contro sovranisti, democrazie liberali contro modelli autoritari, diritto internazionale contro unilateralismo.

È una distinzione che si vede chiaramente nelle scelte concrete. In Germania, per esempio, si costruiscono larghe coalizioni per tenere fuori dal governo l’estrema destra. Non per assoluta affinità ideologica, ma per una valutazione di sistema: ci sono forze che mettono in discussione i fondamenti stessi della democrazia liberale e della collocazione europea del Paese. E su questo non si tratta. In Ungheria, le opposizioni, tradizionalmente divise, hanno compreso che continuare a competere tra loro significava consegnare il Paese a un modello che negli anni ha progressivamente eroso l’indipendenza della magistratura, limitato la libertà di stampa, ridefinito gli equilibri istituzionali in senso sempre più accentrato. Non è un caso. È una dinamica che si ripete: quando la posta in gioco diventa sistemica, le categorie tradizionali saltano. In Italia, invece, Giorgia Meloni è sempre stata dalla parte di Trump e Orbán, ma ha provato a rappresentarsi come il “ponte” tra Europa e Stati Uniti: una formula che, nelle intenzioni, dovrebbe indicare un ruolo di mediazione, ma che in realtà è qualcosa di diverso — uno spazio politico in cui una scelta precisa, anche quando compiuta, viene tenuta sottaciuta. Non è mediazione, è sospensione. E la sospensione, in politica estera, raramente è neutrale. Più spesso è percepita come ambiguità. Lo si è visto in questi mesi. Quando Trump ha attaccato frontalmente l’Europa, il silenzio italiano è stato lungo. Quando ha messo in discussione il contributo degli alleati, inclusa l’Italia in Afghanistan, nessuna risposta netta. Quando ha colpito simbolicamente il Papa, la difesa è arrivata tardi, quasi costretta.

Non sono episodi isolati. Sono segnali di una difficoltà più profonda: tenere insieme due linee politiche che, nel momento in cui la tensione cresce, diventano incompatibili. Perché quando il livello dello scontro si alza — sulla Nato, sull’Ucraina, sui valori democratici — non esiste più il centro del ponte. Esistono solo le sponde. E scegliere una sponda significa ridefinire la propria identità. Qui si apre anche una questione interna alla destra italiana. Perché mentre Meloni gioca con l’ambiguità tra atlantismo istituzionale e radici sovraniste, oscillando tra presenza e assenza ai tavoli che contano, c’è chi lavora per occupare quello spazio senza mediazioni. Matteo Salvini, a sua volta, teme di essere scavalcato da Roberto Vannacci, che rappresenta esattamente questo: una proposta politica che parla direttamente all’elettorato più radicale, senza filtri, senza adattamenti, senza compromessi con il linguaggio europeo. È una pressione che cresce. E pone un dilemma strategico: se la destra di governo si sposta verso una posizione più chiaramente europeista, rischia di perdere una parte significativa del proprio consenso. Se resta ancorata a quel mondo, rischia di compromettere la propria credibilità internazionale. Non è una contraddizione momentanea. È una tensione strutturale, che colpisce ancora più pesantemente una forza politica come Forza Italia, collocata nel Partito Popolare Europeo, che ha espulso Orbán per incompatibilità identitaria.

In questo quadro, la reazione alla sconfitta di Orbán assume un significato diverso. Non è solo una lettura sbagliata. È il sintomo di una difficoltà a riconoscere che il terreno politico italiano, europeo e globale è cambiato profondamente. Perché quella vittoria, che piaccia o meno, si inserisce in una dinamica europea precisa: la costruzione di un argine ai modelli che mettono in discussione l’equilibrio tra poteri, i diritti civili, la collocazione internazionale dei Paesi membri. È una dinamica che riguarda anche l’Italia. Perché se il nuovo spartiacque è tra sovranismo europeo e sovranismi nazionali, tra chi rafforza l’Unione e chi la indebolisce, allora anche il sistema politico italiano sarà costretto, prima o poi, a riorganizzarsi lungo questa linea. Non basterà più dire “non ha vinto la sinistra”. Bisognerà dire da che parte si sta. Ed è qui che si apre una prospettiva diversa per chi si riconosce in un campo europeista. La lezione che arriva dall’Ungheria e da altri contesti europei è chiara: quando la sfida riguarda la tenuta della democrazia liberale, la difesa dei diritti, la collocazione internazionale, le divisioni tradizionali possono e devono essere superate. Serve, prima di tutto, l’unità delle forze di opposizione e la capacità di attrarre anche chi in passato ha creduto in Meloni, oggi sempre più impigliata nelle sue ambiguità, dopo aver fatto della linearità e della coerenza la propria forza. Non vanno annullate le differenze per costruire l’alternativa. Vanno stabilite le priorità. In Italia questo passaggio potrebbe compiersi con le prossime elezioni politiche. E diventa ogni giorno più necessario.

22 Aprile 2026

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