Meccanica quantistica in fumetti

“Dio gioca a dadi con il mondo,” la magia della scienza si fa fumetto

Il graphic novel di Giuseppe Mussardo (fisico teorico) e Luca Morici (disegnatore) non fa capire la meccanica quantistica, però chiarisce la cornice da cui è nata raccontando i suoi protagonisti

Cultura - di Filippo La Porta

12 Aprile 2026 alle 09:41

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“Dio gioca a dadi con il mondo,” la magia della scienza si fa fumetto

Tempo fa ho visto su Internet la prima lezione di un corso di meccanica quantistica: il docente esordiva dicendo che nessuno capisce la meccanica quantistica e che al termine del corso gli studenti, impegnandosi, sarebbero arrivati anche loro a non capire la meccanica quantistica! Ecco, Dio gioca a dadi con il mondo. La storia della meccanica quantistica a fumetti (Castelvecchi) di Giuseppe Mussardo (fisico teorico) e Luca Morici (disegnatore) non vi fa capire la meccanica quantistica, però chiarisce perfettamente la cornice da cui è nata raccontando i suoi protagonisti.

Avvertenza: la quantistica – specie maneggiata dai letterati – è fonte inesauribile di affascinanti ma fuorvianti paradossi. Ogni volta occorre precisare che la quantistica descrive il mondo microscopico, dove appunto gli eventi sono probabilistici, il tempo reversibile e un tavolo composto al 99% di vuoto. Ma nel mondo macroscopico, dove funziona la fisica classica, il tempo è una freccia, un evento altamente probabile coincide con una verità operativa (è la migliore descrizione del mondo), e se un tavolo te lo tiro in testa posso farti molto male! Intendiamoci sia la fisica classica che quella quantistica hanno fondamentali ricadute pratiche nella nostra vita quotidiana: la prima mi fa costruire ponti e satelliti, la seconda transistor e laser. Ma descrivono due livelli diversi della realtà fisica.

Torniamo al libro, affascinante esempio di graphic novel, un genere da noi mai del tutto sdoganato. Il messaggio che viene da queste pagine è della scienza come magia e insieme come sapere controllabile, come universo poetico-fiabesco e come conoscenza basata sull’esperimento, come approssimazione all’enigma del mondo ma anche come convinzione che quell’enigma non sarà mai sciolto (Wittgenstein:Quando anche tutte le domande della scienza troveranno risposta il mistero della vita non sarà neppure sfiorato”). Un’immagine capace di conservare tutto il fascino del sapere scientifico, distinguendolo però dal ciarpame New Age, dall’esoterismo low cost. Il fumetto di Luca Morici mi pare totalmente in sintonia con questa immagine della scienza, e particolarmente adatto al testo. È un fumetto ispirato a un realismo espressionistico: da un lato attenzione al quotidiano, ai dettagli, alle tazze da tè, alle poltrone, alle lampade, ai quaderni, dall’altro però i volti non sono interamente definiti, le identità individuali restano sospese, in parte impenetrabili. Con alcuni scatti visionari e onirici, come Einstein alle prese con il tempo e con i meccanismi degli orologi, o l’improvvisa epifania del cielo stellato.

Mussardo è un magnifico divulgatore: non è demagogico come certi fisici a la page che ci rassicurano che non ci sono solo i buchi neri (la cosa ci toglieva il sonno!), non usa un linguaggio criptico: nel suo stile comunicativo conserva qualcosa della sua meridionalità salentina: il gusto dell’affabulazione e della convivialità, che si respira ovunque nei paesi del Sud. Qui si affida a un affabulatore d’eccezione, il fisico del Cern John Stuart Bell, irlandese: l’Irlanda – ricordiamolo – è un’infiltrazione del Sud nel Nord. Dei tanti ritratti fulminanti di queste pagine ne segnalo uno, di un fisico assai meno conosciuto degli altri, Ernest Rutheford, nato nell’800 in Nuova Zelanda. La sua richiesta di matrimonio a Mary Newton è commovente. Poi quando scopre che gli atomi si trasformano e dice di essere oltre la chimica, nel cuore della materia, si tratta di una delle pagine più avvincenti del libro, e della storia della scienza contemporanea. O anche il celeberrimo Heisenberg, che dopo una malattia, una violenta febbre di origine allergica, si rifugia in un’isola e lì scopre un qualche ordine della natura leggendo Goethe!

Inoltre: il libro non è un Dagospia della fisica novecentesca, non c’è mai la perfidia e il gusto perverso del gossip, il vedere le cose dal buco della serratura. Entra nelle vite private degli scienziati, e sfiora anche le loro preferenze sessuali, ma sempre con tatto e delicatezza.
Un tema che indirettamente solleva il volume riguarda i “grandi uomini”. Ora, le grandi menti della fisica novecentesca, questi uomini straordinari, per certi versi “mostruosi” nella loro genialità, sono riportati a una dimensione di vita ordinaria: con i loro affetti, le loro ordinarie passioni (Bohr per il calcio). In fondo questi grandi uomini erano anche persone normali, solo che – impegnati fino in fondo a coltivare una propria passione – avevano scoperto qualcosa di prezioso. Sono stati medium di qualcosa di più grande, di una potenza divina dell’intelletto umano, presente in ciascuno – Platone parlava di una mania divina, Dante scriveva sotto dettatura – : a volte ci appaiono come dei “posseduti”. Non è che fossero sempre intelligenti, in ogni momento della loro esistenza (anzi potevano essere anche molto stupidi o infantili o superficiali). Insomma, la “grandezza” è più un passaggio di qualcosa dentro di noi, uno stato di grazia che un possesso!

Il vero asse narrativo dell’intero libro è lo scontro titanico tra Einstein e Bohr, che ci ricordano i “duellanti” di Conrad! Per Einstein Dio non può giocare a dadi con l’universo, il caso non può governare la vita del cosmo, e una cosa esiste anche se non la misuriamo. Chi aveva ragione? Alla fine l’ha spuntata, di poco, Bohr. Io, per parte mia direi (ignorando qualsiasi verifica sperimentale dei due punti di vista opposti): sì, Dio tira i dadi perché somiglia al fanciullo cosmico di Eraclito, che gioca a dama con i mondi (immagine ripresa da Nietzsche e ben presente nell’induismo). Ma il non-finalismo non è nichilismo: il gioco non coincide col nulla, piuttosto è intensità, ritmo, forma, gratuità. È una profondità senza scopo, la più alta forma di serietà cosmica. Cosa ci spaventa nell’immagine di Dio che gioca a dadi? Forse che ci sentiamo precipitare nel disordine? In fondo i nostri gesti più belli – in cui si esprime cioè la nostra parte divina – non sono vicini al gioco, e cioè disinteressati, improduttivi, privi di funzionalità? Creare, ridere, contemplare, perdere tempo con chi amiamo, cazzeggiare con gli amici, tutte cose che non servono a niente!

12 Aprile 2026

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