Le dichiarazioni in Parlamento

Restare a Palazzo Chigi, ecco il programma di governo di Meloni: dalla premier zero autocritica, idee ancora meno

Autocritica zero. Riflessione zero. Idee per l’anno che verrà zero meno meno. C’è solo un punto chiaro: la poltrona non si tocca

Politica - di David Romoli

10 Aprile 2026 alle 07:00

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AP Photo/Alessandra Tarantino





Associate Press/ LaPresse
AP Photo/Alessandra Tarantino Associate Press/ LaPresse

La campagna elettorale è cominciata, anzi ne sono cominciate due: quella in vista delle elezioni politiche che si terranno prevedibilmente nella primavera 2027 e quella per le primarie del centrosinistra che chissà se e quando arriveranno ma che Conte fortissimamente vuole.
Il tema sul quale doveva esercitarsi la premier, riapparsa in Parlamento dopo 16 giorni di latitanza postreferendaria, era il “Rilancio dell’azione di governo” ma in materia Giorgia aveva pochissimo da dire.

Gli interventi in agenda o erano in ballo già da tempo immemorabile, come il famoso “Piano Casa”, oppure si limitano all’auspicio, come lo snellimento delle liste d’attesa nel Vietnam della Sanità: a dirlo non ci vuole niente, per farlo ci vogliono soldi e il governo non li ha. Per il resto la rivendicazione dei successi ottenuti rievocava le leggendarie conferenze stampa di fine anno di Silvio Berlusconi, nelle quali puntualmente il Cavaliere massacrava e addormentava la platea con interminabili elenchi dei suoi recenti e di solito fantasiosi successi.
Ma Giorgia ieri non era in Parlamento per rilanciare il suo governo. Gli obiettivi erano di tutt’altro tipo. Prima di tutto chiudere sbrigativamente il capitolo dolente del referendum. Peccato, avremmo potuto modernizzare il Paese ma rispettiamo gli elettori (non che sia un grande merito per la verità: è un obbligo) e comunque sulla Giustizia bisognerà trovare modo di intervenire. “Magari col dialogo” aggiunge ma bisbiglia. Poi e soprattutto per negare ogni fantasia di elezioni anticipate, che pure potrebbero convenirle ma “non ci metteremo al riparo facendo pagare ai cittadini i giochi di palazzo”.

Dunque avanti come se nulla fosse, senza crisi ma anche senza una doverosa riflessione sulle ragioni della sconfitta: “Né rimpasto, né dimissioni e non servono nuove linee programmatiche perché sono già scritte ne programma di governo”. Hic Manebimus Optime. Però dall’orgogliosa rivendicazione è stato espunto il premierato, già madre di tutte le riforme e si vede adesso derubricata a nipotina povera.
L’obiettivo principale del suo discorso in Parlamento però era effettivamente un tentativo di rilancio: non dell’opera di governo ma dell’immagine offuscata di chi lo guida. Meloni sa perfettamente di portare una pietra al collo dalla quale deve cercare di liberarsi: il rapporto da lei voluto strettissimo con Donald Trump, il presidente americano più impopolare che ci sia mai stato in Italia. Prende le distanze ma con massima cautela. Ruba lo slogan a Elly Schlein: “Anche io sono testardamente unitaria ma per l’unità dell’Occidente. La collocazione internazionale dell’Italia è sempre la stessa da 80 anni. Lo spostamento d’attenzione degli Usa verso l’area del Pacifico non è iniziata con Trump ma c’è chi non lo ha voluto vedere”. La posizione dell’Italia, comunque, è la stessa di quella dell’Europa: “Alleati sì, subalterni mai”. Segue elenco puntiglioso delle critiche rivolte al presidente americano e anche dei no detti senza paura, dalla Groenlandia a Sigonella, dalla cedevolezza con Putin agli attacchi contro la Nato.

Non c’è niente di finto o sbagliato in quel che sostiene la premier. Ma in una fase così minacciosa le sue parole suonano come un tentativo di giustificarsi, la reticenza sui passati trasporti per la mina vagante della Casa Bianca è totale, una visione politica da mettere in campo oltre la formula “testardamente unitaria” latita. Ma in fondo non è neppure questo quel che a Meloni più importa. Di qualsiasi cosa parli, il discorso è farcito di attacchi, punzecchiature, rinfacciamenti e accuse per l’opposizione. E’ già campagna elettorale ed è una campagna che la premier intende giocare su due registri: l’inadeguatezza dell’opposizione che non ha neppur e la forza di chiedere le sue dimissioni tanto è divisa, e un martellamento securitario a tutto campo quasi ossessivo. Quella di ieri è stata solo la mattinata della prima. La messa in scena sarà replicata infinite volte.

Schlein e Conte rispondono a tono ma con registri opposti. Elly si accalora e si appassiona: “Lei ci sfida ma la sfida la avete già persa. Potevate fare tutto e non avete fatto niente. Ci penseremo noi”. Il leader dei 5S tiene l’eloquio sotto controllo, ironizza, fa lo statista e poi all’improvviso affonda: “Tra le tante cifre che ha elencato ne manca una: 4 anni di governo, riforme 0”. Non sono esercizi gratuiti. Si tratterà di decidere chi sia il più adeguato per misurarsi con Meloni nelle urne del 2027 e i due soli contendenti hanno iniziato a mostrare cosa sanno e possono fare ieri. Anche questa sarà una recita destinata a innumerevoli repliche. Elly ha una sostenitrice occulta: la premier vuole lei come rivale, la cita spesso mentre Conte non lo nomina mai, attacca entrambi ma martella molto più ferocemente sul pentastellato. L’avvocato non se ne fa un cruccio, però: “Non è mica la premier a scegliere chi sarà il candidato”.

10 Aprile 2026

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