Parola all'economista

“Alle imprese più vincoli su salari, salute e ambiente: sul caro-bollette interventi del governo regressivi”, parla Brancaccio

“Prebende. Sussidi fossili che rallentano la transizione ecologica, aiuti di stato: si sfonda la soglia del 150mld all’anno. Questa ideologia delle “regalie” pubbliche ha aggravato l’arretratezza del nostro sistema produttivo”

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

10 Aprile 2026 alle 09:00

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Photo credits: Sergio Oliverio/Imagoeconomica
Photo credits: Sergio Oliverio/Imagoeconomica

Dopo la sconfitta referendaria, Giorgia Meloni e il suo governo si presentano in Parlamento in affanno. Le opposizioni intravedono l’occasione di una svolta, ma quale può essere il programma, quali i concreti obiettivi di una possibile alternativa al governo delle destre? Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica alla Federico II, autore del volume Libercomunismo, uscito con Feltrinelli, e di un editoriale sul Manifesto che sta facendo discutere.

Professor Brancaccio, come giudica l’informativa della premier in Parlamento?
Ricordo che fino a poco tempo fa Meloni sponsorizzava Trump per il Nobel per la pace e il vicepremier Salvini si dichiarava orgoglioso di stringere la mano a Netanyahu durante il massacro di Gaza. Se oggi gli Stati Uniti e Israele insistono con le loro azioni devastatrici, è anche a causa di queste forme di subalternità da parte dell’Italia e di altri paesi compiacenti. Al di là della questione giustizia, il referendum ha lanciato un messaggio contro questa disastrosa politica estera, che sta avendo pesanti ricadute anche sulla politica economica. Un’autocritica da parte di Meloni sarebbe stata opportuna. Non è arrivata.

In effetti, il nodo della politica economica si annuncia il più difficile di tutti. Meloni dice che ha fatto tutto il possibile contro il caro-bollette..
Gli interventi del governo sono regressivi, aiutano ricchi e poveri allo stesso modo e quindi in proporzione favoriscono i ricchi. Così non va bene.

Meloni però dice che le opposizioni non hanno un programma alternativo. In effetti già litigano sulla patrimoniale, Giuseppe Conte non la vuole.
Le opposizioni dovrebbero partire dalla realtà dei fatti. L’80 percento del gettito Irpef è a carico di lavoratori dipendenti e pensionati, solo il 10 percento è a carico dei redditi da capitale. Sono squilibri da paradiso fiscale. Una patrimoniale dovrebbe esser considerata un correttivo minimo di partenza, che dia inizio a una riforma più generale che sgravi salari e pensioni e aumenti il gettito fiscale da profitti e rendite.

Tra l’altro, il ministero dell’economia segnala che le risorse pubbliche scarseggiano. C’è il rischio che una possibile alternativa di sinistra sia subito soffocata da un ritorno dell’austerity?
Siamo al cospetto di un tipo di austerità anche più insidioso del passato. Ricordo che il ministro Giorgetti diede il consenso al nuovo Patto di stabilità europeo e subito dopo ammise che avevano approvato “il caos totale”. Una confessione imbarazzante, ma a ben vedere si sta rivelando anche peggio di un “caos”. È un quadro da “austerity di guerra”, che prosciuga le risorse statali per ecologia, sanità, istruzione, e invece lascia a briglie sciolte la spesa per il riarmo. Dovremmo iniziare a chiamarlo per quello che è: un “patto di instabilità bellica”.

È possibile cambiare le regole europee?
Persino Mario Draghi dichiara che l’Unione europea sopravvive a questi tempi di ferro e di fuoco solo se cambia radicalmente. Lui però non pone la questione chiave: il bilancio Ue cresce solo se cresce la legittimazione democratica. Se non si parte da una lotta per dare potere effettivo al parlamento Ue, è inutile iniziare qualsiasi discussione.

Intanto, che facciamo?
Se le regole Ue non vengono sospese di nuovo, ci tocca operare tra le loro crepe. In Commissione bilancio ho spiegato che il nuovo Patto di stabilità europeo apre a una trattativa sul concetto controverso di “Pil potenziale”. Questione tecnica da cui tuttavia possono uscire 10 miliardi di margine all’anno. Giorgetti non ha fatto nulla in tema.

Non c’è il rischio che questo margine venga comunque assorbito dalle spese per il riarmo?
No, perché il Consiglio Ue ha addirittura escluso le spese militari dai vincoli di bilancio europei. È un’interpretazione guerresca dell’articolo 26 del nuovo Patto, che in realtà parla genericamente di “circostanze eccezionali”. Perché mai la spesa per soddisfare intenti bellici sarebbe una circostanza “eccezionale” e invece non lo sarebbero, per esempio, i disastri idrogeologici o gli effetti dell’AI sulla disoccupazione tecnologica? La decisione del Consiglio Ue si può impugnare.

Quanti sono i miliardi per il riarmo dell’Italia?
Per il 2028, il governo vorrebbe salire a 50 miliardi, per arrivare a un boom nominale di oltre il 60 percento in sei anni. Un tale incremento non si giustifica con meri obiettivi di “difesa”. La verità è che si tratta di un programma di “espansione” militare, sostenuto dal ministro Crosetto e da tutto l’esecutivo. È un tentativo di intrupparsi nei progetti di quegli spezzoni rilevanti del capitalismo europeo che nella crisi del vecchio “ordine” americano sperano di crearsi un proprio spazio egemonico, aprendo varchi per i loro capitali all’estero anche con l’uso di truppe e cannoni. Se si vuole intercettare il No referendario alla guerra, bisogna opporsi a questi cenni di nuovo imperialismo europeo. Si possono spostare almeno 15 miliardi verso il welfare e altre voci di bilancio sofferenti.

Così però andiamo contro l’aumento delle spese militari chiesto dagli Stati Uniti e dalla NATO…
Quella richiesta va respinta. Piuttosto, bisognerebbe lavorare per l’apertura di una trattativa con la Cina e con tutti gli altri paesi, che affronti il nodo chiave di questo tempo: far capire agli americani che sarà meglio accettare la realtà del declino economico dell’impero USA indebitato, e coordinarsi a livello internazionale per governare la tendenza, prima che porti allo scoppio di una guerra su vasta scala. La partita dei prossimi anni è questa.

Lei rievoca l’appello su “le condizioni economiche per la pace”, che avete pubblicato sul Financial Times e Le Monde. È ancora attuale?
Più che mai. L’Italia ha un ruolo non trascurabile nello scacchiere mondiale. Dovrebbe prender posizione su questo crocevia decisivo tra guerra e pace.

Tornando alla questione del bilancio pubblico, lei insiste anche sulla necessità di tagliare le “regalie” alle imprese inefficienti. Cosa intende?
Da decenni l’ideologia prevalente alimenta una lotta senza quartiere contro i famigerati “sprechi” della spesa pubblica. Siamo stati persuasi a tagliare di tutto, dalle spese per la tutela del territorio al reddito di cittadinanza. Il non detto è che nello stesso periodo i sussidi, le prebende e i regali pubblici al capitale privato sono aumentati a dismisura. Sarebbe ora di rimediare a questa ipocrisia.

A quanto ammontano i sussidi al capitale privato?
Se sommiamo i dati ufficiali su prebende alle imprese, aiuti per crisi, sussidi fossili che rallentano la transizione ecologica, aiuti di stato ai privati senza contropartita, eccetera, arriviamo a sfondare la soglia dei 150 miliardi all’anno. Tutto questo senza contare altre forme subdole di “sussidi”, come la storica tolleranza sull’evasione d’impresa. Sommando tutte queste “regalie” pubbliche al capitale privato, l’Italia si trova prima assoluta in Europa: viaggiamo complessivamente sull’8 percento del Pil, ben al di sopra di Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e altri. Il margine per cambiare musica è enorme.

Però, quelli che lei chiama “sussidi”, di solito vengono definiti “incentivi”, per innovare e altro.
La verità è che spesso i cosiddetti incentivi non incentivano nulla di virtuoso. Al contrario, si rivelano regali pubblici a fondo perduto che garantiscono una tranquilla sopravvivenza a grosse sacche di capitalismo parassitario. Sarebbe ora di sostituire questa controproducente politica di “incentivi” al capitale con una nuova politica di “comando” sul capitale: le imprese dovrebbero competere tra loro sotto il vincolo di leggi semplici e stringenti, a tutela dei salari, del lavoro, dell’ambiente, della salute, del bilancio pubblico, senza più lassismo. È questa la porta verso il futuro.

Lei dice che così finalmente “costringiamo l’imbolsito capitalismo italiano a innovare”. Ma non rischiamo piuttosto di farlo morire?
Questa è la solita litania dei più retrivi imprenditori italiani. Ci dicono che riescono a stare sul mercato solo se siamo disposti a tollerare il più pesante schiacciamento dei salari a livello europeo, se chiudiamo gli occhi sulle violazioni dei vincoli ambientali, sanitari e di sicurezza del lavoro, se ammicchiamo agli evasori e se continuiamo a regalare quantità spropositate di denari pubblici al capitale privato. Ma il vero risultato di questa politica quale è stato? Imprenditori senza progetto che aprono attività, prendono i soldi pubblici e poi comunque svaniscono nel nulla tra fughe e fallimenti, una produttività del lavoro che continua a stagnare, investimenti privati nell’innovazione del tutto insoddisfacenti, nessuna concorrenza virtuosa tra capitali e un livello drammatico di frammentazione e disorganizzazione del capitalismo nazionale. Abbiamo assecondato il pianto greco dei proprietari italiani e così li abbiamo resi sempre più parassiti, sempre meno capaci di innovare per competere. Diciamolo chiaramente: questa ideologia delle “regalie” pubbliche al capitale privato ha aggravato l’arretratezza del nostro sistema produttivo.

Professore, messo così, il suo “libercomunismo” sembra anche più drastico del vecchio liberismo…
Il mio “libercomunismo” non fa altro che aggiornare la gloriosa tradizione di quei comunisti che sapevano analizzare il capitalismo nazionale in modo più onesto dei padroni. L’opposto dei liberisti nostrani, che sono stati feroci coi lavoratori e compiacenti coi proprietari del capitale più antiquato dell’Europa occidentale. Se si vuole modernizzare il paese, bisogna invertire la tendenza. Si possono spostare almeno 45 miliardi, dalle prebende alle imprese inefficienti verso un piano di investimenti pubblici per la diffusione gratuita delle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche. Si può liberare un enorme potenziale di sviluppo, a beneficio della collettività e non più dei soliti noti.

10 Aprile 2026

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