Il caso

Il selfie, ingenua prova di esistenza: dai “15 minuti di celebrità” di Warhol al caso Claudia Conte

Una volta c’era l’autografo, ma valeva meno. Ora serve anche ad accreditarsi. Diceva Andy Wharol: “Chiunque ha diritto a 15 minuti di celebrità”

Cultura - di Fulvio Abbate

9 Aprile 2026 alle 18:00

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Il selfie, ingenua prova di esistenza: dai “15 minuti di celebrità” di Warhol al caso Claudia Conte

Una considerevole branca della discussione politica da tempo mostra l’ambito apparentemente anodino, se non proprio altrove privato, familiare, dei selfie. Scatti veloci, “mordi e fuggi”, poco più di una stretta di mano, o un braccio che cinge una spalla, che nella loro “istantaneità” rappresentano ormai forse il più ampio e pervasivo segmento della cosiddetta “iconosfera” altrettanto pubblica.

I selfie, in senso stretto, mostrando sé stessi sanciscono una forma di esistenza pubblica in vita, se non proprio una forma di collezionismo amicale, o addirittura una geolocalizzazione sociale. “Mi vedi? Guarda con chi sono…”, suggerendo, se non proprio familiarità, prossimità. Talvolta, come alcuni casi di cronaca politica e forse perfino criminale recenti dimostrano, i selfie consentono di consegnare a sé stessi un’identità ulteriore, una forma di accreditamento sociale. Ora mostrando un’attitudine da “fan”: pensate ai selfie richiesti ai personaggi “famosi”, selfie che, di fatto, hanno sostituito ciò che un tempo era l’autografo. Dunque i selfie sono da ritenere a buon diritto autografi in forma visiva. Quasi un contratto di familiarità, sia pure in concessione temporanea.

Chissà perché mi torna in mente la storia letta molti anni fa su una rivista chiamata “Frigidaire” dove un signore nato il primo gennaio del 1900 pare avesse consacrato la propria vita a farsi fotografare accanto a personaggi celebri. In una società fortemente spettacolarizzata sembra quasi che i selfie, non esattamente quelli “a scopo familiare”, semmai quegli altri che mostrano il soggetto accostato a un volto celebre, restituiscano l’illusione d’essere al mondo, in questo senso hanno surclassato perfino una frase che nel discorso corrente viene puntualmente attribuita a Andy Warhol, ossia che chiunque, anche il più stupido, “ha ormai diritto a quindici minuti di celebrità”.

Nell’epoca del post-fotomontaggio, cioè dell’intelligenza artificiale, si potrebbe aggiungere che è possibile ottenere anche un selfie con chi non si trovi più al mondo, ma in questo caso il discorso ci porterebbe lontano, ciò che importa in questa nostra storia è immaginare i selfie che mostrano lo sconosciuto in compagnia dei protagonisti del Palazzo, e qui la società spettacolare si trasfigura in altro, portando con sé sospetti e illazioni. Leggevo che alcuni dei selfie che Claudia Conte ama raccogliere sulle proprie pagine social, personaggio giunto alla ribalta per una storia decisamente privata, hanno però assunto un valore politico, investendo addirittura il destino di un esecutivo. Certo, potrebbero essere “apocrifi”, ossia che la signora non si sia mai davvero incontrata, metti, con Papa Francesco o con altre figure decisamente apicali.

In realtà il confine tra falso e vero, e qui si ritorna al discorso sull’Intelligenza artificiale, al tempo dei selfie appare sempre più labilissimo… Peccato che non sia più al mondo Ando Gilardi, collezionista e storico della fotografia, che nei volumi di “Fototeca” aveva raccolto ogni genere di scibile iconografico, perché forse proprio lui riuscirebbe a dare una risposta più convincente sul ciclopico valore simbolico che i selfie hanno assunto nel nostro tempo, insieme al già citato Andy Warhol.

9 Aprile 2026

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