Dopo il referendum

Nessuna condanna a Trump: la tregua USA-Iran salva Meloni, i tre nodi da sciogliere dalla premier di un governo agli sgoccioli

Il cessate il fuoco grazia Giorgia, in difficoltà per la guerra scatenata dal suo beniamino. Ma su Israele sarà (per la prima volta) dura

Politica - di David Romoli

9 Aprile 2026 alle 13:11

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Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica
Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica

Quella che Giorgia Meloni svolgerà oggi in Parlamento, prima alla Camera poi al Senato, non sarà un’informativa come tante. La premier parlerà per la prima volta dopo la sconfitta referendaria, rompendo un silenzio che si protrae da oltre due settimane, e caso vuole che sia anche il suo primo intervento dopo la tregua nella guerra contro l’Iran. L’Odg è volutamente vago. La premier dovrebbe fare il punto sul prosieguo di una legislatura arrivata ormai agli sgoccioli: probabilmente non più di un anno e tra finanziaria, campagna elettorale e ferie estive è davvero poco. Ma un odg simile può letteralmente voler dire qualsiasi cosa, il tema è modulabile a piacere. La formula dell’informativa, poi, evita un voto finale sulle risoluzioni e già questo basta a depotenziare radicalmente l’appuntamento.

In realtà, del resto, la scelta di presentarsi di fronte al Parlamento risponde soprattutto a un’esigenza comunicativa. Anche se probabilmente non mancheranno appelli al dialogo e all’unità nazionale di fronte a una possibile crisi che riguarderebbe tutti, Giorgia ha in realtà poco da dire ai parlamentari. L’informativa è destinata invece a cittadini ed elettori. Serve a fare piazza pulita delle voci che si sono accavallate subito dopo il referendum vaticinando elezioni anticipate o almeno un robusto rimpasto. Nulla di tutto questo. Quel che la premier ci tiene a comunicare è l’opposto: il governo va avanti come se nulla fosse, referendum o non referendum e peccato per la riforma della giustizia, che avrebbe modernizzato e migliorato il Paese, pardon la “Nazione”. Ma il popolo è sovrano è se ha bocciato il toccasana affari suoi. Tuttavia ci sono almeno tre nodi nevralgici sui quali la premier non potrà glissare.

Il primo riguarda i rapporti con Trump. Sulla guerra che ieri non condivideva e non condannava la posizione riprenderà più o meno alla lettera la nota congiunta firmata ieri dai leader di diversi Paesi, tra cui Italia, Francia, Germania, Spagna, Uk e Canada e dai vertici della Ue. Evviva la tregua che ora deve però trasformarsi in “rapida e duratura fine della guerra”, obiettivo che può essere raggiunto “solo con mezzi diplomatici”. I firmatari s’impegnano comunque a fare la loro parte “per garantire la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz”. La nota è stata decisa essenzialmente per dare un segnale di esistenza in vita. Al governo italiano la linea comune permette comunque di prendere una posizione senza doversi pronunciare su una guerra che oggi non c’è e si spera non torni mai più. In compenso la premier sarà probabilmente per la prima volta davvero dura con Israele, che non solo ha fatto subito il possibile per sabotare la tregua con una sorta di bombardamento a tappeto su Beirut ma ha anche sparato “colpi di avvertimento” contro una colonna italiana Unifil, tanto da costringere Tajani a convocare l’ambasciatore israeliano.

Il secondo punto critico sono le misure per fronteggiare la crisi energetica  e offrire sollievo alle fasce di popolazione più povere e dunque più svantaggiate. La tregua è troppo fragile per mettere al riparo dal rischio di una crisi energetica, come dimostra la decisione iraniana di tornare a chiudere Hormuz dopo il bombardamento israeliano, e comunque ci vorrà del tempo prima che la situazione si normalizzi. È il fronte più difficile per il governo perché soldi per un intervento reale non ce ne sono e, paradossalmente, la tregua allontana la possibilità di un intervento della Ue con la sospensione del patto di Stabilità.

L’ultimo nodo è quello direttamente collegato al referendum. Il voto ha detto piuttosto chiaramente che gli italiani sono contrari a cambiamenti delle regole o della Carta decisi a maggioranza. La premier dovrà dunque dire se vuole o meno insistere sulla “madre di tutte le riforme”, il premierato, e ancor di più cosa intende fare sul piano della nuova legge elettorale. Qui l’appello al dialogo e la disponibilità a modificare la legge già presentata è già certo e non è del tutto finto. Almeno sul ridimensionamento e forse anche su una modifica più radicale del premio di maggioranza, trasformandolo da fisso a modulabile nella misura necessaria a raggiungere il 55% dei seggi, la disponibilità c’è davvero. Ma se il centrosinistra s’impunterà sul mantenere i collegi la premier dovrà decidere se procedere a maggioranza comunque o tornare al voto con la legge attuale. Non è una scelta da assumere domani ma qualcosa Meloni potrebbe far capire. Prima del referendum non ci sarebbero stati dubbi. Ora, con il concreto rischio che il premio di maggioranza finisca nei forzieri del Campo largo falcidiando la rappresentanza parlamentare della destra, Giorgia potrebbe rivelarsi molto meno determinata.

9 Aprile 2026

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