Il "teorema Calogero"

Storia del teorema Calogero che segnò il patto tra Pci e magistratura

Esattamente 47 anni fa la retata di intellettuali e dirigenti operaisti ordinata dal giovane sostituto procuratore di Padova. L’accusa si reggeva sul nulla. Il “teorema” crollò sul piano giudiziario

Politica - di Piero Sansonetti

8 Aprile 2026 alle 15:30

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Nella foto: Negri Toni
Nella foto: Negri Toni

Era il 7 aprile del 1979, esattamente 47 anni fa, quando polizia e carabinieri fecero irruzione nelle case private e nelle sedi politiche dei dirigenti dell’ex Potere Operaio, realizzando decine e decine di arresti. I nomi più famosi degli arrestati sono quelli del filosofo Toni Negri, e poi di Oreste Scalzone, Emilio Vesce, Luciano Ferrari Bravo e un’ altra ventina di giovani. Solo in due riuscirono a fuggire: Lanfranco Pace e Franco Piperno. Il quale Piperno era sulla strada per partecipare a una riunione della rivista Metropoli (il mensile che radunava i superstiti di Potere Operaio), ma essendo in ritardo fece una telefonata per scusarsi. Gli rispose Scalzone pronunciando una sola parola: “madama”. Che nel linguaggio di allora, popolare o di sinistra, voleva dire polizia. Piperno capì e prese al volo un treno con il quale passò il confine con la Francia.

Nel 1979 Potere Operaio non esisteva più da diversi anni. Era nato nel 1968 raccogliendo molti esponenti del vecchio operaismo italiano degli anni 50 e 60, e aggregando la nuova generazione dei ventenni sessantottini, ma dopo il 1972 si era sciolto ed era confluito in parte nel gruppo del “manifesto” in parte nell’“autonomia operaia”. I mandati di cattura li aveva firmati un sostituto procuratore di Padova, fino ad allora sconosciuto. Si chiamava Pietro Calogero, aveva 39 anni, e accusò i capi dell’Ex Pot Op, diventato “autonomia operaia” di essere i fondatori e i dirigenti delle Brigate Rosse che l’anno prima avevano rapito e poi ucciso Aldo Moro dopo averne sterminato la scorta.

Toni Negri, che era il più prestigioso tra gli arrestati, fu accusato di essere il telefonista che aveva chiamato la moglie di Moro, durante il sequestro, per annunciarle la morte imminente del marito. Ma qualche mese dopo l’arresto, una perizia fonica escluse che la voce del telefonista fosse lui, e più tardi si seppe che a telefonare alla signora Moro era stato il vero capo delle Br che era Mario Moretti (Curcio, il fondatore, era già in prigione da alcuni anni). Le accuse di Calogero (che è morto ieri all’età di 86 anni, proprio alla vigilia dell’anniversario del blitz del 7 aprile) si fondavano sul niente. Infatti il suo fu definito, anni dopo, “il teorema Calogero”. Ma in quei giorni, e in quei mesi, tutta la stampa lo seguì, e anzi lo nominò eroe. Convinta che il giovane giudice padovano avesse dato un colpo mortale al terrorismo. E invece non era così. Il colpo lo aveva ricevuto lo stato di diritto, travolto da una ideologia del sospetto che avrebbe poi guidato per anni l’azione di una parte della magistratura, non solo sul versante dello scontro con la lotta armata o con l’estremismo di sinistra.

Fu un’operazione di grande peso quella di Calogero. Perché tagliò la testa alla sinistra operaista che nel decennio precedente (forse addirittura nei due decenni precedenti) aveva avuto una influenza intellettuale grandissima nel dibattito politico tra le forze di orientamento marxista che costituivano una parte importante e maggioritaria del mondo culturale italiano. La caccia al militante operaista, e soprattutto agli intellettuali del gruppo, fu la prima vera e propria azione della magistratura contro una parte dell’intellighenzia politica, dai tempi della caduta del fascismo. E determinò una frattura netta tra la politica ufficiale e un pezzo della generazione dei babyboomers. Probabilmente quella rottura non si è mai ricomposta, tanto che quella generazione, che è stata una delle più brillanti, intelligenti e anticonformiste tra le generazioni della storia della Repubblica, tranne pochi esemplari che seppero chiamarsi fuori ebbe un ruolo piuttosto secondario, negli anni successivi, nel funzionamento dell’establishment e nello spazio delle classi dirigenti.

Ma l’operazione Calogero segnò anche la deposizione di un’altra pietra miliare nella storia della Repubblica. L’alleanza tra un pezzo – dominante – della magistratura e la sinistra italiana. È una alleanza che in parte dura ancora e che ha condizionato fortissimamente, in questi 47 anni, l’equilibrio tra potere politico e potere giudiziario. Scardinando le regole essenziali degli stati liberali. Dopo la retata contro l’autonomia operaia il Pci, che della sinistra era non solo il pilastro ma anche l’essenza, si schierò immediatamente al fianco dei magistrati. Rompendo con la sua tradizione garantista, che si era già incrinata con le leggi Reale (stretta sulla pubblica sicurezza) nel 1975 e del 1976, e poi con il sequestro Moro. Calogero e il giudice Gallucci poterono condurre con tranquillità la loro azione giudiziaria, sulla base di accuse infondate, solo perché attorno a loro c’era la solidarietà politica di tutto l’establishment. Erano blindati da una protezione fondata dall’asse Dc-Pci, e dal sostegno dei grandi giornali e persino dei giornali di destra. A dissociarsi credo che fu solo il Manifesto di Rossana Rossanda, che allora era un baluardo del garantismo, e in parte il partito socialista di Craxi, Martelli e Mancini.

Ho accennato prima alla cultura del sospetto. In cosa consiste? Nel trasformare in indizi e prove alcune teorie sostanzialmente politiche. Consisteva in questo l’inchiesta di Calogero, in un ragionamento: “Non è possibile che le Brigate rosse, che stanno mettendo a soqquadro la politica italiana, si reggano solo sul pensiero di alcuni pistoleri: dunque i capi veri sono gli intellettuali, dunque sono gli operaisti, dunque sono Negri e Piperno”. Il teorema non resse sul piano giudiziario, ma funzionò magnificamente sul piano politico. L’autonomia operaia fu azzerata, e con l’autonomia operaia fu cancellata anche quella fonte di pensiero e di analisi politica. L’operazione di demolizione del dissenso che si esprimeva fuori dal cosiddetto arco costituzionale andò perfettamente in porto. E da quel momento l’alleanza tra sinistra e settori dominanti della magistratura non si è più interrotta. Oggi sono i 5 Stelle soprattutto, ma anche alcune correnti del Pd e di Avs, a tenerne le redini. Il momento nel quale quella alleanza funzionò in modo clamoroso fu negli anni di Mani Pulite. Senza l’appoggio della sinistra e dei giornali che la sinistra in qualche modo controllava, Mani Pulite sarebbe fallite sul nascere. Invece fu un trionfo, e determinò una svolta storica nell’Italia repubblicana. Cancellando alcuni dei grandi partiti che avevano fondato la Repubblica.

La magistratura era arrivata a guadagnarsi quella protezione negli anni precedenti. Quando le era stato chiesto di prendere il posto della politica e di combattere l’estremismo di sinistra e il terrorismo. Le fu data una delega in bianco. Pagò anche un prezzo molto alto. Di sangue, di vite umane. Ma fissò quel patto e quel nuovo equilibrio di poteri, sbilanciato, che poi non si è più raddrizzato. E si assicurò un potere fortissimo, che negli anni successivi ha sempre difeso col coltello tra i denti. Oggi si può dare un giudizio positivo o negativo sul procuratore Calogero, che dopo quel 1979 ebbe una carriera brillantissima. Certamente non si può negare che è stato lui a inventare il patto di ferro tra magistratura e politica che ancora tiene l’Italia nel limbo degli Stati di diritto.

8 Aprile 2026

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