Guerre di inciviltà
Donald Trump, l’ayatollah americano: la guerra di religione contro l’Islam
Una guerra di religione contro l’Islam, che maschera interessi ben più biechi come il petrolio. I due terroristi internazionali hanno seppellito l’ordine mondiale e il diritto internazionale nel silenzio dell’Europa
Esteri - di Michele Prospero
Le chiamavano radici giudaico-cristiane e venivano sbandierate come le fonti della più grande civiltà. I due profeti che oggi diffondono nel mondo il bel messaggio etico dell’Occidente libero portano i nomi di “The Donald” e di “Bibi”. Il loro Verbo inventa una “minaccia esistenziale” per poter ordinare i massacri e diffondere ovunque il terrore della liberazione che uccide in nome di Dio. L’ultima provocazione punta a ridurre Teheran in polvere per farla sprofondare nella “età della pietra”.
I due potenti conquistatori sanguinari si atteggiano a degli emuli del lupo grigio turco che nel 1981 infierì sul pontefice polacco. Con una mira migliore, hanno violato mortalmente il corpo di un capo religioso e, con la stessa precisione, promettono di far fuori anche il successore. Perfino un editoriale di Domani ha scovato una fascinosa “poesia” nella liquidazione di un quasi novantenne Imam, reo della malattia teocratica. E però non sembrano avere il tratto melodico delle costruzioni in rime le bombe che sgretolano i palazzi e fanno strage nelle scuole. E non sprigionano l’eleganza dei versi i fragori che inceneriscono ogni cosa al fine di annichilire un’antica tradizione e di estorcere il controllo delle risorse.
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Lo dipingono come un Impero restaurato, ma la testa tutta di arancio colorata che lo presiede avrà combinato irreparabili guai prima di far precipitare definitivamente nel fango la più longeva costituzione. Con la pretesa di recitare da primo attore in una grottesca variante della lotta per le investiture, Trump avrà dato alle fiamme l’intero pianeta. Durante il Conclave per nominare il successore di Francesco, che per il suo primo viaggio scelse Lampedusa, mica Montecarlo, il tycoon si travestì da Papa e dichiarò che sognava ardentemente di diventare il Vescovo di Roma. Dopo aver fatto la pelle a Khamenei, ha intimato all’Assemblea degli Esperti di farsi da parte perché spettava solo a lui indicare la figura della nuova Guida suprema. Mentre progetta la grande sala da ballo nella Casa Bianca, ha organizzato una blasfema seduta spirituale nello Studio Ovale per pianificare il martirio dell’ayatollah. I fanatici integralisti, stretti attorno al novello spirito del mondo, gli toccavano la mano prima che dall’indice del comandante in capo partisse il diktat di scagliare gli ordigni benedetti. La resurrezione dei simboli della guerra giusta confonde le mappe della postmodernità, infatti molti governi paiono disorientati ascoltando l’annuncio di una inimicizia di religione. Lo spaesato alleato Erdogan auspica anzi “che Dio possa schiacciare e distruggere Israele”.
Con decine di miliardi mandati in fumo in pochi giorni per accompagnare la marcia dell’impero del terrore, l’architetto della riviera di Gaza annusa che non basta incidere sulla cintura un segno per ogni cadavere di ministro iraniano accumulato. Invoca perciò la santa crociata al suo seguito per liberare il Medio Oriente, imbottito di gas e di oro nero ma bloccato dagli infedeli nello stretto di Hormuz. Le cancellerie europee esitano a partire e finanche a concedere l’autorizzazione al decollo dei cacciabombardieri a stelle e strisce. Hanno visto la cattiva sorte accanirsi su Giorgia, la patriota che ha scandito “non condanno né condivido”. Dal Torrino, adducendo la originale dottrina della legittima difesa preventiva, aveva anche benedetto i raid americani in Venezuela, con annesso rapimento dei coniugi Maduro.
Agitando stavolta una pistola giocattolo, adesso che si è cacciato nei guai, il disperato Trump minaccia un big bang per uscire dalla Nato ingrata e renitente alla leva che servirebbe ai suoi disegni di guerra permanente. È in ritardo di alcuni lustri il ripensamento di una struttura militare nata per scopi difensivi e tramutatasi via via in uno strumento di fuoco, che ha sacrificato inutilmente centinaia di migliaia di corpi. Durò un attimo l’euforia del vincitore che negli anni 90 speculava attorno ad un’adesione all’Ue della nazione più grande per territorio e ottava per popolazione. Dopo aver invitato “dentro la tenda” la Russia, che ottenne addirittura lo status di “partner” presso la sede Nato a Bruxelles, il brusco passo successivo è stato quello della sua umiliazione con l’allargamento scriteriato verso Est dell’Alleanza.
Il destino era già scolpito nella risoluzione che Bush impose durante il vertice di Bucarest (aprile 2008) e che sentenziava: “La Nato accoglie con favore le aspirazioni all’adesione euro-atlantica di Ucraina e Georgia. Abbiamo concordato oggi che questi Paesi diventeranno membri della Nato”. Non ci vuole alcuna lampada magica per prevedere le conseguenze dell’avventata strategia. Le colse, già in un libro del 2011, un analista come Howard J. Wiarda (American Foreign Policy in Regions of Conflict. A Global Perspective, Palgrave Macmillan). Il tentativo di esportare le proprie insegne militari in Stati che non fanno parte dell’Occidente come Moldavia, Bielorussia, Georgia, Armenia, Azerbaigian e Ucraina, che per decenni sono stati parte integrante dell’Urss e parlano russo, era per lui un puro azzardo destinato “ad inimicarsi ancora di più la Russia rispetto al precedente ciclo di adesioni e a portare ad alcuni seri scontri, anche militari”. Tutte parole al vento. Come inascoltata è stata anche la previsione di un euroscetticismo galoppante come effetto politico dei costi degli ingenti sussidi stanziati per modernizzare a livelli minimali l’Europa orientale: “I contribuenti europei non vogliono pagare più di quanto già facciano per raggiungere questo obiettivo. Non accettano le implicazioni del detto: più si va a Est, più si diventa poveri”.
Ora che si raccolgono gli infiniti cocci, coperti del sangue prodotto dalle avventate strategie partorite sulle due sponde dell’Oceano, si rivelano fulminanti nella loro trasparenza analitica le parole di John J. Mearsheimer (The Great Delusion. Liberal Dreams and International Realities, Yale University Press, 2018): “Chiunque abbia una conoscenza anche rudimentale della geopolitica avrebbe dovuto prevederlo. L’Occidente si stava insinuando nel cortile di casa della Russia, minacciandone i principali interessi strategici allorché violava un’enorme distesa di terra che la Francia napoleonica, la Germania imperiale e poi nazista hanno invano attraversato per colpire Mosca. L’Ucraina funge da cuscinetto strategico di enorme importanza per la Russia. Nessuno dei suoi leader tollererebbe l’espansione dell’alleanza militare di un ex nemico in Ucraina o resterebbe inerte mentre l’Occidente aiuta ad insediare a Kiev un governo determinato ad aderire alla Nato. Washington potrebbe non gradire la posizione di Mosca, ma dovrebbe comprenderne la logica. Le grandi potenze sono sempre sensibili alle minacce vicine al loro territorio. In base alla Dottrina Monroe, gli Stati Uniti non tollerano che grandi potenze lontane dispieghino forze militari in qualsiasi parte dell’emisfero occidentale, tanto meno ai propri confini. Immaginate l’indignazione di Washington se la Cina costruisse un’alleanza e cercasse di insediare dei governi amici in Canada e Messico pronti ad entrarvi”.
La miope estensione ad Est ha bruciato in maniera irreversibile ogni condizione di sicurezza paneuropea. Ha inoltre favorito la dissoluzione dell’Europa come potenza economica, soggetto politico autonomo, serbatoio di cultura e laboratorio dei diritti. Dalla Nato, che non va in trincea secondo i suoi capricci, ora Trump vuole scappare. Dopo aver appiccato l’incendio, però, è troppo tardi, Donald, troppo tardi.