L'intervento dalla Casa Bianca
Iran, il discorso vuoto di Trump alla Casa Bianca: “Riporteremo Teheran all’età della pietra, 2-3 settimane per colpire duro”
Esteri - di Carmine Di Niro
Il solito Donald Trump tra mirabolanti dichiarazioni, qualche minaccia, previsioni pronte ad essere smentite e non detti. Nella notte italiana il presidente degli Stati Uniti ha tenuto l’atteso discorso alla nazione dalla Casa Bianca, focalizzato ovviamente sulla guerra in Medio Oriente contro l’Iran, che ha superato ormai il mese di conflitto.
Quello che dalla Casa Bianca era stato annunciato come un discorso di grande spessore per un “importante annuncio sull’Iran” è stato in realtà il solito show del tycoon in cui Trump si è limitato a ripetere le solite formule stantie.
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Trump, come già riferito mercoledì parlando nello Studio Ovale con i giornalisti al seguito del presidente, ha ripetuto che la guerra “si sta avvicinando alla sua conclusione” e che l’Iran verrà colpito duramente nelle prossime due-tre settimane, che era il periodo di tempo di cui mercoledì Trump aveva parlato in riferimento alla fine del conflitto.
Questa volta nel suo discorso dalla Casa Bianca il presidente non ha invece indicato una data di fine dei combattimenti ma ha sostenuto che gli Stati Uniti siano vicini a raggiungere i loro obiettivi, senza però specificare quali. Sia lui che il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, hanno invece ripetuto che gli Stati Uniti sono intenzionati a bombardare l’Iran fino a riportarlo “all’età della pietra”, rivendicando la sostanziale distruzione delle postazioni di lancio dei missili iraniani e delle fabbriche di armi del Paese: una tesi falsa, considerando che i lanci di missili contro Israele e gli altri Paesi del Golfo sono quotidiani.
Trump ha quindi ripetuto che la riapertura dello stretto di Hormuz, sostanzialmente chiuso al traffico di petroliere e metaniere per le minacce di interventi militari iraniani, “non è un problema degli Stati Uniti”: si tratta di un tentativo, con metodi estremi, di spingere gli altri Paesi occidentali e asiatici, che dipendono dal greggio che transita per lo stretto, ad intervenire militarmente nell’area contro la Repubblica islamica di Teheran.
In realtà le conseguenze dello stop al traffico di petrolio è un problema anche per gli Stati Uniti e la sua economia, col prezzo della benzina negli Stati Uniti che ha di poco superato i 4 dollari al gallone, una soglia psicologica problematica per l’opinione pubblica statunitense. Eppure Trump ha evitato grossi commenti sulle conseguenze economiche della guerra per il suo Paese, sottolineando come la guerra è “un investimento nel futuro dei figli e dei nipoti” degli statunitensi perché punta ad eliminare la minaccia iraniana contro il Paese. Rivolgendosi agli americani scontenti per il conflitto e le sue conseguenze, Trump si è spinto a chiedere ai suoi concittadini di “mettere in prospettiva” la guerra paragonandola ad altri della storia statunitense molto più lunghi, come le guerre mondiali e quelle in Corea, Vietnam e Iraq.
Quindi Trump ha escluso un’operazione per recuperare l’uranio dai siti del programma nucleare iraniano, ipotesi che era circolata nei giorni scorsi, mentre non ha citato in alcun modo la possibilità di un’invasione di terra, di cui si sta discutendo anche per l’invio in Medio Oriente di alcune migliaia di marines e aerei tipicamente usati come supporto ad operazioni di fanteria. Tra le cose non dette anche la minaccia, riferita mercoledì in una intervista al quotidiano britannico Telegraph, di uscire dalla NATO.
Alle parole di Trump non hanno reagito bene le borse. Dopo il suo discorso il prezzo del petrolio è aumentato e le borse asiatiche hanno mostrato evidenti segnali negativi: il Brent, l’indice di riferimento nel mondo per il mercato del petrolio, ha superato ampiamente i 100 dollari al barile, salvo poi scendere leggermente.