Ed è rottura con la NATO
Iran, per Trump fine del conflitto “entro due-tre settimane”: la fretta del presidente travolto dalla crisi di consenso
Ancora messaggi contrastanti, smentendo le parole pronunciate solamente poche giorni o in alcuni casi poche ore prima. Donald Trump sull’Iran continua a fare e disfare: mentre la stampa di tutto il mondo attende il contenuto di quello che è stato definito dalla sua portavoce un “importante annuncio sull’Iran” che arriverà alle 21 di oggi a Washington (le tre del mattino in Italia, ndr), martedì il presidente Usa è tornato nuovamente sulla questione Teheran.
Trump ha infatti spiegato ai giornalisti nello Studio Ovale che gli Stati Uniti concluderanno la loro campagna militare in Iran entro due o tre settimane. “Ce ne andremo molto presto”, le sue parole, che sembrano confermare quanto filtra dalla stessa amministrazione: diversi membri del suo “circolo” da giorni ripetono che di fatto gli obiettivi principali dell’attacco contro la Repubblica Islamica sono stati raggiunti e che la fine delle ostilità è dunque vicina.
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Parole difficilmente interpretabili, considerando che il regime, pur “ammaccato” nella sua leadership, tra la morte dell’ex ayatollah Khamenei e dei suoi fedelissimi, resta saldamente al potere a Teheran. Per non parlare delle conseguenze dell’offensiva congiunta di Usa ed Israele sul Paese, che ha provocato una gravissima crisi energetica a livello globale di difficile soluzione.
Anche le capacità nucleari non sembrano esser state toccate in maniera significativa dai raid, nonostante le dichiarazioni propagandistiche di Washington. Lo spiega senza mezzi termini il New York Times, secondo cui l’Iran dispone ancora di “970 libbre di uranio altamente arricchito, sufficienti per fabbricare da 10 a una dozzina di bombe”. Regime, scrive il NYT, che “manterrà il controllo su una scorta ancora più consistente di uranio mediamente arricchito che, con un ulteriore arricchimento, potrebbe essere trasformato in combustibile per bombe, qualora gli iraniani riuscissero a ricostruire tale capacità dopo un mese di bombardamenti incessanti”.
Sullo sfondo c’è poi Israele, che appare tutt’altro che convinto di lasciare la presa attorno al collo del regime di Teheran: il governo di Benjamin Netanyahu, spalleggiato anche dalle altre monarchie del Golfo Persico, potrebbe decidere di continuare a muoversi in autonomia contro la Repubblica Islamica, oppure seguire l’indicazione di Washington e spostare la propria attenzione sul vicino Libano.
Per Trump però sembra essere sempre più incessante la necessità di abbandonare lo scenario del Golfo, una guerra che sta costando al presidente un calo drastico nei consensi in patria.
In questo contesto l’altro fronte aperto da Washington è quello “diplomatico” con la NATO, finita ormai da settimane nel mirino della Casa Bianca per il mancato sostegno all’avventura militare statunitense nel Golfo. È stato il segretario di Stato americano Marco Rubio a mettere in discussione il rapporto transatlantico con la Nato come mai prima d’ora, dichiarando che gli Stati Uniti dovranno “riesaminare” la loro relazione con l’alleanza militare una volta terminata la guerra contro l’Iran. “Credo che purtroppo non ci siano dubbi sul fatto che, una volta terminato questo conflitto, dovremo riesaminare questa relazione. Dovremo riesaminare l’interesse che presenta la Nato per il nostro Paese nel quadro di questa alleanza”, ha detto Rubio a Fox News aggiungendo che spetterà al presidente Trump decidere in merito.