L'occasione mancata della riforma
Amici del NO al referendum, perché serve una cultura democratica della magistratura
Cari amici del “no”, avete paventato il vento della destra, come se fosse in gioco la democrazia e avete fatto una cosa utile, ma non avete risolto il problema fondamentale, perché diritto e politica non sono la stessa cosa
Politica - di Massimo Donini
La vittoria del “no” si è abbattuta sul governo con la forza delle cose che accadono. Il carattere totalmente politico del dibattito massmediatico ha annullato la percezione collettiva già debole dei profili tecnici dei quesiti e il risultato travolgente le politiche del Ministro Nordio può essere valutato a posteriori per gli aspetti prevalentemente positivi che reca con sé, stemperando il clima di odio che si era creato.
Tuttavia, sul piano giuridico e costituzionale l’appuntamento è stato mancato dagli italiani, che non hanno votato sul tema specifico del governo della magistratura, delegittimando forse definitivamente l’istituto del referendum, che è diventato uno strumento di lotta politica generale. Anche i sostenitori del “sì” non potevano nascondere di votare un testo di fattura non certo esaltante, ma puntavano su una svolta storica di allineamento europeo della disciplina. Invece mai la comparazione è stata così avvilita e disprezzata come in questa vicenda. “I migliori siamo noi”. Sic. Codice penale fascista nella struttura originaria rimasta e codice di procedura contro-riformato continuamente in prospettiva inquisitoria dalla stessa magistratura dopo il 1988. Complimenti.
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Il referendum è stato presentato da una parte consistente della sinistra, insieme al partito dei giudici-p.m., come un tentativo anticostituzionale di cancellare i valori della Carta fondamentale del 1948, e come un attacco alla magistratura nel suo complesso. Una lettura ingannevole, ma vincente, perché in questa trappola massmediatica si è invischiata anche la parte più retriva delle forze governative, vittima delle sue contraddizioni: liberale sul processo e il ruolo dei suoi protagonisti e molto forcaiola nel diritto penale sostanziale. Venivano processate le sue “intenzioni”, e la destra, con Meloni in prima fila, le ha confermate ripetutamente. Il cupio dissolvi di un governo molto carente di cultura penale e costituzionale nel suo complesso. È accaduto così che in una logica amico-nemico spinta, contava la vittoria, più che la verità, come nella migliore tradizione politica schmittiana. Qualcosa di primigenio sono stati capaci di suscitare i riformatori uniti: la paura di un attacco definitivo all’unico corpo complessivamente sano e credibile delle istituzioni, salvaguardia di tutti i conflitti, protettore dei deboli, vendicatore delle vittime.
Una pagina davvero “storica” che rispecchia un Paese fermo alla dialettica profonda tra fascisti e antifascisti, ma anche tra garantisti e giustizialisti, e che non potrà più accettare la riforma del testo costituzionale in materia di giustizia senza il consenso della magistratura nel suo complesso: il gruppo di pressione più forte che esiste in Italia, da sempre sostenuto dalla sinistra soprattutto nelle sue istanze giustizialiste. Anzi. A questo punto non si potrà riformare il governo della magistratura, se non con legge ordinaria. Ma si dovrà farlo. È quindi attuale ciò che abbiamo scritto pochi giorni prima del voto in un articolo dedicato a un memorandum per chiunque vincesse il referendum (l’Unità, 19 marzo). Che lo faccia questo yes Parlamento, o il prossimo, dato che il tema vero del referendum è stato aggirato ed eluso, non sarebbe decisivo, ma preferiremmo una democrazia discorsiva alla base delle riforme, che non è stata mai fino a oggi nelle premesse politiche della maggioranza. Avevano promesso ricerca di dialogo in caso di vittoria. Ora ci sembrano tenuti a farlo, ma da perdenti.
Ci sono tre aspetti, due politico-costituzionali e uno tecnico
Il primo riguarda una apertura al riconoscimento che la magistratura giudicante, cioè la giurisdizione, ha davvero un ruolo costituzionale nel regolare i poteri dello Stato, che semplicemente non funzionano senza il suo costante intervento non meramente sanzionatorio, ma ordinatore di tutti i principali conflitti, di regole, ma anche di valori: è un dato internazionale di Costituzione materiale che non può essere eluso. A ciò si lega la conseguenza indifferibile che non si possono vedere p.m. e giudici uniti in politiche generali, dato che il p.m. rappresenta solo una parte del processo e non è giudice, né organo giurisdizionale. Le procure non possono regolare i poteri dello Stato e vanno ricollocate in un ruolo allineato a quello della difesa, ma non del giudicante: che non ha la funzione di punire, ma di decidere il tema processuale posto dalla parte pubblica e da quelle private. Terzietà piena, che i giustizialisti rappresentati da una stampa assetata di clamori e vendette delle vittime di sangue, stupri e violenze dovranno imparare a gestire con uno stile istituzionale ancora carente. La destra come la sinistra politica devono fare i conti con questo dato storico non contingente della posizione del giudice disallineato rispetto a quella del p.m., che va ben al di là della vita di un governo. La giustizia non è vendicativa, ma umana, e mira oggi a condotte riparatorie, a pene agìte, non a corpi rinchiusi e anime prigioniere. Quale differente civiltà del diritto (una espressione inusitata che abbellisce il deserto del dibattito attuale) si schiude dopo che sia davvero spezzato il connubio mortale dei sacerdoti delle pene, colleghi nella “loro” cultura della giurisdizione abbracciata alla inquisizione: quelli che quando entri in udienza ti viene solo voglia di fuggire. Loro forse non lo sanno, ma prima o poi lo capiranno.
Il secondo aspetto riguarda proprio una cultura della giurisdizione che la magistratura ha troppo a lungo interpretato in chiave autoreferenziale, sottodimensionando la posizione di avvocati e accademia nella formazione permanente dei magistrati e nella dialettica processuale come nello stile delle sentenze, che citano e ricordano solo la voce della magistratura, unica protagonista del ius: autoritaria per vocazione, questa giurisdizione non è la nostra, non ci rappresenta più, perché gli avvocati non sono i sudditi o destinatari di una cultura autoreferenziale, che deve essere pubblicamente formata dall’incontro dialettico di tutte le parti del processo e dal sapere scientifico che gli stessi giudici utilizzano senza citarlo. Modernità, pluralismo, apertura umanistica. Un dominio incontrastato che si propaga nelle istituzioni, nella presenza totalizzante dei magistrati dentro ai ministeri e che deve essere diversamente ordinato nelle menti prima che nelle regole. In diversi ruoli p.m. e giudici sono oggi legislatori, interpreti, interlocutori della politica e infine decisori.
La divisione dei poteri è un mito, perché quel dominio è portatore di logiche inquisitorie (= che privilegiano la posizione di chi inquisisce, cioè dell’accusa), perché non basta cambiare le leggi ordinarie (come si è fatto per es. per il criterio del rinvio a giudizio: che prima era dovuto, salva l’evidenza della non responsabilità e poi si è basato su una ragionevole previsione di condanna: in realtà con immutati rinvii a giudizio senza filtro, sia prima e sia dopo questa riforma, senza distinzioni), quando le menti sono ancora ferme a privilegiare le posizioni dell’accusa; ed è così nelle questioni preliminari, in quelle incidentali; né basterà riformare le misure cautelari finché resterà valido il principio-cardine per cui si può catturare qualcuno con indizi del tutto insufficienti per il rinvio a giudizio e ancor meno sufficienti per una condanna. Per questo ci sembrava storica una riforma costituzionale, unica capace di accelerare un processo di autonomia dei giudici, di modernizzazione e di pluralismo culturale, che una semplice legge ordinaria non ha la forza di promuovere.
Noi li vediamo sempre uniti all’apertura dell’anno giudiziario, pur con brecce autocritiche di qualche illuminato procuratore: l’impatto monolitico di un’autodifesa corporativa è il tratto di un corpo immobile nel difendere potere e privilegi. Autoritari e non democratici. I non magistrati votanti “a favore della Costituzione del 1948” spesso se più giovani, non hanno visto, non hanno vissuto, non possono avere capito. Non hanno visto i disastri del correntismo, i processi veicolati da scelte politiche di alcune procure: una minoranza, certo, ma dentro a un clima unitario di identità “giudiziale”. Tutti giudici. Vite e carriere distrutte per l’incidenza processuale troppo lunga delle scelte delle procure, mal gestibili da una classe di magistrati che fanno carriera mentre si passano le carte tra i sotto-procedimenti in attesa che dopo anni qualcuno di essi si pronunci finalmente nel merito. Facevano carriera e politica, anziché fare diritto. Cari amici del “no”, avete paventato il vento della destra, come se fosse in gioco la democrazia e avete fatto una cosa utile, ma non avete risolto il problema fondamentale, perché diritto e politica non sono la stessa cosa, mentre vi hanno fatto credere che almeno in questo caso fosse ancora e di nuovo così. Il bipolarismo, poi, non ha affatto giovato a risolvere i problemi della giustizia, astrattamente divaricati in opposizioni attente all’elettorato, più che alla verità, e che meglio si gioverebbe di un sistema proporzionale e di governi più equilibrati.
Veniamo dunque al terzo aspetto che è più tecnico e attuale: come sconfiggere correntismo, politicizzazione della magistratura unita, divisione dalla avvocatura, culture separate e che cosa si può fare con legge ordinaria. Perché se sulla politica della giustizia il governo ha perso, sul tema del governo della magistratura il Paese rimane diviso. Ma le questioni tecniche sono le più semplici. Il Csm può già ora essere regolato distinguendo una sezione per i giudici e una per i pubblici ministeri; i giudizi disciplinari possono essere rivisti da una sezione disciplinare ridisegnata con legge ordinaria. Il rischio immanente di scambi elettorali può essere alla fine neutralizzato ritornando a un primato del criterio dell’anzianità: lo abbiamo sempre giustamente osteggiato, ma alla fine, escluso il sorteggio, è meglio del correntismo corruttore. Ne converranno gli stessi magistrati. E poi il ruolo della Anm, anche se non ridisegnabile per legge, dovrà cambiare: perché è il Csm che non deve fare politica generale espressione di un partito giudiziario occulto ma in realtà molto palese.
E tuttavia, in conclusione di questa rivendicazione delle ragioni per affrontare i problemi irrisolti dal referendum, vorrei ridefinire il target vero delle nostre preoccupazioni, che è quello di costruire una cultura democratica dentro alla magistratura. È un problema di cultura, e ancora una volta di civiltà del diritto. L’occasione storica di un referendum ”vinto” contro un governo inaffidabile, ma mancato sul tema della giustizia, deve recuperare al dibattito i temi della struttura dei poteri, del pluralismo e della capacità di dialogo processuale, perché non è possibile che la magistratura (giudicante) svolga un ruolo vero di democrazia giudiziaria nel sistema politico e nella Costituzione materiale, senza che abbia ridisegnato la democrazia al suo stesso interno.