Il membro della Direzione nazionale Pd

Intervista ad Arturo Scotto: “Israele capitale del suprematismo razzista”

«Non basta chiedere il passo indietro sulla pena di morte per i palestinesi, nel trattato c’è scritto che in caso di violazione dei diritti umani va sospesa ogni forma di collaborazione». Al referendum ha vinto la generazione Gaza? «I giovani ci chiedono di rimettere al centro l’irriducibilità dell’essere umano»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

1 Aprile 2026 alle 09:00

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Photo credits: Luigi Mistrulli/Imagoeconomica
Photo credits: Luigi Mistrulli/Imagoeconomica

Arturo Scotto, capogruppo Pd alla commissione Lavoro della Camera e membro della Direzione nazionale del Partito Democratico, una passione coltivata e praticata da sempre per la politica estera e i movimenti pacifisti.

A mente fredda, e fuori dal propagandismo di parte, qual è il segno politico del voto del 22 e 23 marzo?
Che gli italiani per l’ennesima volta ci hanno detto che la Costituzione va lasciata in pace. Che è l’ultima riserva di unità nazionale in un paese attraversato da fratture multiple. Le divergenze tra nord e sud sono ancora lì, tutte squadernate. E con un governo che ha tagliato il reddito di cittadinanza senza produrre alcuna alternativa realistica, ha sputato in faccia a chi chiedeva il salario minimo, manco fosse una misura sovversiva, ha propugnato una autonomia differenziata, per fortuna fortemente menomata dall’intervento della Consulta, che avrebbe certificato la secessione dei ricchi. Davanti a questa trasformazione della Repubblica in una ridotta per privilegiati ti aggrappi alla saggezza della Carta e di chi l’ha scritta. La Costituzione è l’airbag che ti protegge nel momento in cui la tua vita urta con la perdita del lavoro, con la difficoltà a pagare le bollette, a trovare i soldi per una visita specialistica che sta diventando un privilegio per pochi. Il popolo italiano questo lo sa e agisce di conseguenza costruendo le basi per un No che è andato ben oltre le previsioni. È una coazione a ripetere quella di mettere in discussione i capisaldi delle Costituzioni repubblicane nate dalla resistenza. Forse dovremmo ricordare cosa chiese nel 2012, in piena crisi finanziaria post crollo della Lehman Brothers, Jp Morgan in un suo documento rivolto alle cancellerie europee: depotenziatele, sono poco più che un residuo socialisteggiante. Per fortuna i popoli non li hanno ascoltati. Dopo Berlusconi nel 2006, Renzi nel 2016 e Meloni nel 2026 sconsiglierei a chiunque ci fosse al governo tra dieci anni di provarci di nuovo.

Dopo la vittoria del No, si può parlare di un’ “anatra zoppa” a Palazzo Chigi?
La vittoria del No ha incrinato il mito – totalmente destituito da ogni fondamento – dell’invincibilità di Giorgia Meloni. Stiamo parlando di una presidente del Consiglio che governa con 12,5 milioni di voti, poco più del 26 per cento degli aventi diritto al voto. Il suo è il governo più di minoranza della storia repubblicana. Anche questo ha pesato nel giudizio popolare al referendum. Ma come? Sei minoranza e istituisci una sorta di dittatura della maggioranza attraverso l’uso spasmodico della decretazione d’urgenza e delle fiducie in Parlamento? E persino su sette articoli della Costituzione passi come un rullo compressore sulle prerogative dei parlamentari, compresi i tuoi? Non era mai accaduto che una riforma uscita da Palazzo Chigi sopravvivesse a quattro letture parlamentari senza nemmeno che venisse modificata una virgola. Questo pure conterà qualcosa nell’opinione che si sono fatti i cittadini.

I giovani hanno portato un contributo importante alla vittoria del No. C’è chi ha scritto che a vincere è stata “la generazione Gaza”. Concorda?
Se guardiamo il referendum promosso dalla Cgil contro la precarietà tra i 18 e i 35 anni il quorum fu raggiunto. Poi le piazze per fermare il genocidio a Gaza, mentre la Flotilla era in mare. Infine, il referendum costituzionale per evitare la definitiva deformazione dello spirito della Carta che prevede la separazione dei poteri. Sono tutti indizi di un risveglio generazionale a cui occorre dare uno sbocco politico. Ci chiedono una coerenza tra quello che diciamo e quello che facciamo. Ci chiedono un programma radicalmente innovativo che rimetta al centro, oso dire, l’irriducibilità dell’essere umano. Senza enfasi, nessuno può vivere una vita dignitosa senza un lavoro stabile, un salario adeguato, una sanità che lo curi, una scuola che lo formi come cittadino o critico. E la pace, che è una politica, non un’utopia astratta. Sembra poco.

Che insegnamenti dovrebbe trarre l’opposizione e in particolare il Pd da questo voto?
Che coniugare unità e radicalità nei programmi è la strada da percorrere. Da anni Elly Schlein viene presa di mira perché si dice “testardamente unitaria”. Eppure, ha visto lungo. Oggi il campo alternativo si sta formando e la frattura tra cinque stelle e sinistra si può dire ormai superata. È stata la ragione della sconfitta del 2022, appena tre anni e invece fa. Ci siamo rialzati, abbiamo vinto gran parte delle amministrative, strappato due regioni alla destra, vinto il referendum e oggi ci sono le condizioni per giocare la battaglia più importante, le elezioni politiche. L’Italia è oggi il paese più contendibile d’Europa per il fronte progressista. Siamo stati i primi a sperimentare l’onda nazionalista, saremo i primi a domarla e riportare l’Italia in asse con i valori della Costituzione.

C’è chi sostiene che la vittoria del No sia stata in primo luogo la vittoria del “partito dei giudici” e che adesso è game over per una battaglia per una Giustizia giusta.
Non so quale sia il partito dei giudici. La destra ha costruito una campagna pericolosa perché ha deciso di bombardare sistematicamente uno dei poteri dello Stato. Una campagna di delegittimazione della magistratura così volgare non si era mai vista. E rischia di lasciare ferite per i prossimi decenni. La cronaca – da Garlasco alla Famiglia nel Bosco – è stata usata come una clava per forzare in senso autoritario, facendo leva sulla dimensione emotiva come strumento per forzare gli equilibri costituzionali. È una destra che non ha mai fatto la battaglia per la giustizia giusta. È quella di Delmastro – che nel frattempo si metteva in società con i prestanomi della camorra – che auspicava che i carcerati non respirassero dietro le sbarre delle camionette della polizia. Qualcosa di inaudito per lo stato di diritto. Sono gli stessi dei decreti sicurezza, che hanno aumentato i reati per i poveracci e ridotto quelli per i colletti bianchi. Non è da questa destra che passa una battaglia per le garanzie. Loro chiedono solo impunità per se stessi e i loro amici.

Il Medio Oriente è in fiamme, dall’Iran al Libano. Il mondo è alla mercé di Netanyahu e Trump. Ribellarsi è giusto?
Ho partecipato alla manifestazione No Kings. Mi ha colpito la determinazione di una generazione nel dire no alla guerra, alla prepotenza di tecnocapitalisti che soffocano la democrazia, di chi ha messo sotto il tacco il diritto internazionale. Se guardo ai ragazzi e alle ragazze di questo paese, ai diciottenni che negli ultimi cinque anni sono passati dalla pandemia in cui sono rimasti chiusi in casa a uno stato di guerra permanente, mi domando perché non debbano ribellarsi a una vita precaria. Dall’Ucraina a Gaza, passando per la guerra illegale in Iran gli stiamo consegnando un mondo che sembra un gangster-movie. Si sono già dimenticati di Gaza, non ne parlano più. Eppure, il genocidio a bassa intensità prosegue. Continuo a denunciarlo girando mezza Italia per presentare il mio libro Flotilla, in viaggio per Gaza, edito da Giunti. Nel frattempo, il Governo di Israele completa la sua trasformazione in qualcosa che assomiglia più a una etnocrazia che a una democrazia. Dall’annessione della Cisgiordania per via catastale, dalla legittimazione della tortura persino sui bambini, dalle corti religiose che si possono sostituire in alcuni casi alle leggi ordinarie, dal divieto al cardinale Pizzaballa di accedere al Santo Sepolcro nel giorno della Domenica delle Palme fino all’ignominia della pena di morte per i palestinesi. È la certificazione formale dello stato di apartheid. Israele è diventata la capitale del suprematismo razzista a livello globale. L’Europa oggi davanti a questa legge parla di “passo indietro”. Non basta, sembra poco più che una ramanzina. Deve stracciare il trattato di cooperazione, perché all’articolo due è scritto chiaramente che se i contraenti violano i diritti umani va sospesa ogni forma di collaborazione economica, culturale, militare. E la pena di morte è la più grande delle violazioni dei diritti umani. Se non si fa nemmeno questo passo, significa che siamo davanti all’ennesima prova insopportabile di ipocrisia e di doppio standard.

1 Aprile 2026

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