La rubrica Sottosopra
Le conseguenze del referendum sulla giustizia
I cittadini hanno bocciato la campagna menzognera del governo, che profetizzava false sventure. Ma la sinistra non deve far festa in anticipo....
Politica - di Mario Capanna
Bisogna spegnere l’hybris più che un incendio.
(Eraclito)
“I pifferi di montagna andarono per suonare e furono suonati”: il noto proverbio indica il fallimento umiliante di chi si ritiene superiore, più furbo e vincente. Precisamente questo è accaduto al governo di destra e, in particolare, alla sua presidente. Secondo cui, se non fosse passata nel referendum la cosiddetta “riforma della giustizia”, saremmo stati alla mercé di “stupratori, pedofili, spacciatori, immigrati illegali, figli strappati alle madri” e un’infinità di altre iatture, peggio, si capiva, delle armate di Attila.
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I “potenti” sono stati resi impotenti dalla propria hybris. Con le loro sguaiatezze menzognere le forze di destra sono state le più efficaci propagandiste della propria disfatta. Brillante e netta la vittoria dei milioni di no. A determinarla sono stati molteplici fattori, come fili che galleggiano nell’aria e, a un certo punto, si annodano. L’insoddisfazione per lo sgoverno dopo quasi quattro anni, la preoccupazione per le guerre e la profonda voglia di pace – il “non condivido e non condanno” della Meloni, a proposito dell’illegale aggressione all’Iran, si è rivelato un propellente… – la difesa della Costituzione aggredita in ben sette articoli hanno fatto sì che il vapore accumulato nella pentola a pressione abbia fatto saltare la valvola.
Lo certifica, in particolare, il voto dei giovani. Quelli stessi che diedero vita, nel settembre scorso, alle straordinarie mobilitazioni mentre la Flotilla navigava verso Gaza. A muoverli era ed è lo sdegno morale, che si traduce in partecipazione politica, ma al di là dei partiti. La prima conseguenza dello tsunami politico è che Giorgia Meloni si è ritrovata, all’improvviso, ad essere “anatra zoppa”. Per la prima volta, e con una evidenza solare, la presunta aura di invincibilità, sua e dello schieramento di destra, si è squagliata come neve al sole. Abituati alla discesa, ora dovranno camminare in salita. Per esempio: dovranno scordarsi il premierato, se non vogliono andare a sfracellarsi in un nuovo referendum.
Ma attenzione: gli sconfitti possono diventare più aggressivi e pericolosi. Non traggano in inganno le dimissioni indotte di Santanchè, Delmastro e Bartolozzi, con cui Meloni si illude di recuperare, in zona Cesarini, una verginità morale dopo avere coperto nefandezze per anni. Pericolosi: non a caso pensano di salvarsi la ghirba con una legge elettorale truffa. Su questo punto le forze di opposizione devono essere intransigenti, rivendicando il proporzionale puro (secondo il principio una testa un voto), senza incostituzionali premi di maggioranza. Ne avranno il coraggio?
L’altra conseguenza del risultato referendario è l’eccesso di euforia del cosiddetto “campo largo”. I partiti di centro sinistra sono ammaliati dal pensiero che la vittoria del no renda semiautomatico il loro successo nelle elezioni politiche. Errore deleterio. Si tratta di due partite completamente diverse. Ben più che dai partiti, il referendum è stato vinto dalla società civile, dai mille comitati che si sono attivati, dai magistrati (esemplare Nicola Gratteri), dai giovani e dai pochi giornalisti con la schiena dritta (a partire da Marco Travaglio), che hanno vanificato la vergognosa propaganda a senso unico delle reti Mediaset. Non si dimentichino, i partiti, del discredito che li circonda: non è affatto scontato che chi si è pronunciato per il no voti alle politiche le forze di “sinistra”. Tanto più che la loro prima reazione è stata quella di infilarsi nel tunnel delle primarie per decidere chi sarà il candidato premier.
Chiara sindrome autolesionistica. Si tratterebbe di uno scontro devastante, che metterebbe in risalto l’incapacità di direzione politica dei vertici. Il “popolo” chiamato, attraverso le truppe cammellate di ogni candidato, a sopperire alla loro miopia, con la farsa dello scimmiottamento americano, ormai logoro e bolso. I leader dovrebbero sedersi a un tavolo, decidere sulle posizioni contrastanti, in politica estera, sui temi del pericoloso riarmo, dei salari più bassi d’Europa, della progressività fiscale, della sanità ecc. e poi scegliere la persona con i migliori requisiti. Certo, non sarebbe una passeggiata. Ma i panni… sporchi è meglio lavarli in casa, piuttosto che estenderne il fetore in piazza. I leader non si rendono conto, ancora, che il tempo stringe. Se la Meloni, per evitare il logoramento dell’anatra zoppa nella pozzanghera, tenterà la spallata delle elezioni anticipate, coglierebbe gli avversari in mezzo al guado, e tra correnti impetuose. “Il saggio deve prevedere e non pentirsi”, sentenziava Epicarmo di Siracusa nel V secolo a. C. Farebbe bene, la “sinistra”, a non deluderlo.