Musica

Quando Gino Paoli si sparò un colpo di pistola: “Avevo visto già tutto, non avevo più desideri, il proiettile per sempre nel cuore”

L'episodio nel 1963, lo stesso anno in cui venne pubblicata "Sapore di Sale". "Il suicidio è l'unico, arrogante modo per decidere di sé. Ma io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero". Nel 1967, al Festival di Sanremo, la morte di Luigi Tenco

Cultura - di Redazione Web

24 Marzo 2026 alle 16:45

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luglio 1963 Torino archivio storico Gino Paoli (Monfalcone, 23 settembre 1934) è un cantautore, musicista e politico italiano. nella foto: il cantante Paoli Gino è stato trasportato a Torino per una visita più completa. Gino Paoli con la moglie mentre viene visitato dal Prof. Dogliotti Busta n° 1824
luglio 1963 Torino archivio storico Gino Paoli (Monfalcone, 23 settembre 1934) è un cantautore, musicista e politico italiano. nella foto: il cantante Paoli Gino è stato trasportato a Torino per una visita più completa. Gino Paoli con la moglie mentre viene visitato dal Prof. Dogliotti Busta n° 1824

Lo ha raccontato in più occasioni, Gino Paoli. Di quando provò a togliersi la vita con un colpo di pistola, di come quel proiettile gli rimase per sempre conficcato dentro al petto. Senza alcuna grave conseguenza. Era il 1963, l’anno di Sapore di sale, forse la sua canzone più famosa, arrangiata da Ennio Morricone e Gato Barbieri. Era esploso da qualche anno insieme con il gruppo della cosiddetta “Scuola Genovese” dei cantautori che sarebbe arrivata ad annoverare tra le sue fila personaggi del calibro di Fabrizio De André, Bruno Lauzi, Umberto Bindi e Luigi Tenco.

“Perché si è un po’ stupidi. Si pensa di aver avuto già tutto, di aver visto tutto, di sapere tutto, di non avere più desideri”, spiegò in un’intervista a 7, il settimanale del Corriere della Sera, qualche anno fa. “Era piuttosto appagamento: mi sembrava di aver fatto tutto ciò che meritava di esser fatto”. Si sparò con una pistola Derringer. “Ci tenevo a non dare uno shock a mia madre. Non volevo che vedesse il mio corpo sfigurato. E allora non potevo lanciarmi dal balcone, o spararmi alla testa. Provai prima con le pillole, ma per quanto fossero piacevolmente accompagnate dal Calvados, dopo averne ingurgitate una ventina mi ero rotto le palle. Mi stesi sul letto e mi sparai al cuore. Ma nemmeno così ci riuscii”.

Qualche anno dopo, nel 1967, il suicidio, in pieno Festival di Sanremo, dell’amico Luigi Tenco. “Lui era tutt’altro che soddisfatto, gli sembrava anzi di non aver avuto quello che si aspettava dalla vita – disse sempre a Sette – Il dubbio ce l’ho ancora oggi. In fin dei conti il suo fu un coup de théâtre. Ma non mi sono mai sentito in colpa per quello che ha fatto lui, o per quello che ha magari fatto qualcun altro. Ogni suicidio è diverso; è un gesto personale, privatissimo, non c’è collegamento possibile con quello di altri. È un atto arrogante e basta”.

Perché arrogante, lo spiegò ancora meglio più nel dettaglio in un’intervista a Il Corriere della Sera: “È l’unico modo per scegliere: perché le cose cruciali della vita, l’amore e la morte, non si scelgono; tu non scegli di nascere, né di amare, né di morire. Il suicidio è l’unico, arrogante modo dato all’uomo per decidere di sé. Ma io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero. Il proiettile bucò il cuore e si conficcò nel pericardio, dov’è tuttora incapsulato. Ero a casa da solo. Anna, allora mia moglie, era partita; ma aveva lasciato le chiavi a un amico, che poco dopo entrò a vedere come stavo”.

24 Marzo 2026

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