Il post-referendum
Così è stata punita l’arroganza di Meloni sul referendum: la storia la scrivono i cittadini, non la premier
Ieri è stato l’inizio di una primavera politica dopo l’inverno delle destre. Punita l’arroganza di un governo che voleva distorcere la democrazia
Politica - di Roberto Morassut
È sbocciata la Primavera. Voglio associare la coincidenza di questa bella vittoria referendaria dello schieramento del “No” con l’arrivo della nuova stagione che lascia alle spalle il freddo inverno. Si può dire che, oggettivamente, le condizioni di partenza erano assai sfavorevoli per le opposizioni; per la consistenza percentuale dei due schieramenti in lotta, per alcune significative distinzioni all’interno del centrosinistra, per la compattezza e anche l’arroganza con cui il governo ha voluto imporre la riforma costituzionale in Parlamento. Esautorandolo, mostrando i muscoli, cercando un referendum su sé stesso, col sogno di “cambiare la Storia”.
Ma è la Storia che cambia le persone, che “dà torto e dà ragione”, scrisse anni fa in una indimenticabile canzone Francesco de Gregori e oggi davvero il popolo italiano ha detto che “la Storia siamo noi” perché si è ripreso il diritto di scegliere, di decidere, invertendo la tendenza all’abbandono delle urne, confermando la fedeltà alla Costituzione. Sì, perché la prima considerazione da fare è che quello di ieri è un voto “costituzionale” che rivela come siano profondi e radicati i valori della Costituzione, come i valori dell’antifascismo siano presenti in Italia e pronti a manifestarsi con vigore quando si percepisce un attacco alle basi fondamentali della nostra democrazia. Questa è la prima lezione che Giorgia Meloni e la destra dovrebbero trarre da questa sconfitta: i principi fondamentali della Costituzione sono vivi fra tutte le generazioni – mai come in questa occasione ho visto unirsi lo sforzo di giovani e meno giovani nella lotta – e la piena legittimazione di fronte alla Storia di una destra di governo non può avvenire contro la Costituzione ma solo sulla base di una piena adesione ai suoi principi fondamentali.
- Referendum Giustizia, la mappa del voto: il No trionfa dall’Emilia Romagna in giù e nelle grandi città, il Sì passa in Lombardia e Veneto
- Meloni perde il referendum, cosa cambia nel governo tra rimpasto e dimissioni: Nordio, Del Mastro, Bartolozzi, Santanché
- Chi ha vinto il referendum sulla Giustizia: i risultati della lunga battaglia tra il SÌ del governo Meloni e il NO delle opposizioni
L’autonomia della Magistratura è un pilastro di ogni democrazia e in questi mesi la destra ha dato la netta sensazione di volerlo ridurre a un’appendice obbediente del potere politico, prestando un progetto di revisione costituzionale che andava ben oltre la separazione delle carriere ma puntava ad un regolamento di conti contro la “invadenza” della Magistratura nella politica, un tema che ciclicamente imperversa nello scontro politico e nel dibattito pubblico da almeno 30 anni. Il popolo italiano ha detto “No” a questo regolamento di conti finale anche perché non si fida troppo della “politica” che nel corso degli anni, dalla fine dei partiti storici della prima Repubblica, non ha saputo dimostrare una vera capacità di autoriforma. Questo ritengo sia un punto decisivo per riflettere sul voto e sul dopo voto. Perché il conflitto tra potere politico e Magistratura nasce in primo luogo dalla scarsa autorevolezza e credibilità dei partiti che da decenni paiono arroccati, chiusi, impenetrabili, inefficaci; un problema che pur se in misure diverse riguarda tutti. Questo aspetto ha sùbito un tema di confronto immediatissimo: la legge elettorale.
La destra vorrebbe imporre una legge elettorale nei fatti incostituzionale – preparatoria del “premierato” – che voleva completare il progetto di fuoriuscita dalla Costituzione e da un sistema liberale per portarci in un sistema pseudo-democratico. Dopo aver ridotto la Magistratura ad un’ancella dell’esecutivo si voleva e si vorrebbe ridurre il Parlamento ad un’assemblea di ratifica e sormontare anche il potere legislativo. Oggi, nonostante i numeri in Parlamento, il Governo non ha più la forza per tentare un colpo di maggioranza sulla legge elettorale e qualora volesse insistere su una modifica delle regole non potrebbe che concordarlo con le opposizioni. Ogni modifica dovrebbe, nel caso, volgersi nella direzione di una maggiore partecipazione dei cittadini e di forme di rappresentanza politica e istituzionale più dirette e trasparenti, più semplici e più inclini a radicare un efficace sistema di alternative, nel rispetto della Costituzione. La destra ci ha messo molto del suo in questa sconfitta, scegliendo una politica estera che non piace agli italiani, facendo emergere i vecchi scheletri dal suo armadio fatto di collusioni fosche con ambienti criminali, di corruzione e di volgarità e di personaggi inadeguati o indigeribili.
Il programma del governo Meloni è archiviato. Il patto a tre che prevedeva l’autonomia differenziata, la riforma della giustizia e il premierato è sepolto. Adesso è davvero, più che mai, il tempo dell’Alternativa, di una proposta di governo democratica e progressista per l’Italia. Una proposta che dovrà iniziare a dire dei “si” forti, convincenti, realistici e praticabili nella direzione della giustizia sociale, della pace, dell’Europa, del futuro dei giovani. E guardando al successo dei “Si” nelle terre produttive del lombardo-veneto sorge la sfida per una Sinistra moderna che sappia costruire la ragioni di una nuova egemonia e coesione larga nel popolo e anche nei ceti produttivi. La Costituzione è la base per questo lavoro immediato ma anche di lunga lena. Cominciamo da qui.