Dal divorzio alla legge elettorale

Storia del referendum: dal divorzio al finanziamento dei partiti tutte le volte in cui i quesiti hanno cambiato l’Italia

Nel 1974 il divorzio, nel 1981 l’aborto, nel 1984 il taglio della scala mobile, nel 1987 il nucleare e poi nel 1993 la legge elettorale che seppellì la prima Repubblica

Politica - di Piero Sansonetti

20 Marzo 2026 alle 13:30

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Storia del referendum: dal divorzio al finanziamento dei partiti tutte le volte in cui i quesiti hanno cambiato l’Italia

Quelli che dicono che i referendum valgono soltanto per il merito del quesito sottoposto agli elettori non raccontano bene la storia della Repubblica. In Italia si è votato per svariati referendum una ventina di volte, credo, ma i referendum davvero importanti, e che hanno mobilitato l’opinione pubblica, sono stati cinque o forse sei. Quello sul divorzio, nel 1974, che è il padre di tutti i referendum. Quello sull’aborto del 1981, che fu quasi un plebiscito a favore dell’aborto. Quello sulla scala mobile del 1984, che fu il trionfo di Bettino Craxi. Quello sul nucleare del 1987, che diede una svolta alla politica energetica dell’Italia, e infine quello sulla modifica della legge elettorale del Senato, del 1993 (preceduto da un altro referendum nel 1991 che modificava il sistema delle preferenze alla Camera) che pose la pietra tombale sulla prima Repubblica. Di questi referendum possiamo dire che l’unico giocato esclusivamente sul testo del quesito referendario fu quello sull’aborto. Gli altri furono campali battaglie politiche tra due schieramenti contrapposti. Talvolta anche trasversali. La possibilità di svolgere referendum è scritta sulla Costituzione, ma la legge attuativa, che li rende possibili, fu approvata dal Parlamento solo il 25 maggio del 1970. Fino a quel momento l’unico referendum che si era svolto era quello del 1946 per scegliere tra Repubblica e Monarchia. La legge che ha istituito i referendum fu approvata poche settimane dopo che il Parlamento aveva approvato la legge che introdusse il divorzio, con uno scarto di voti abbastanza modesto: 319 per il divorzio (Il Pci, il Psi, il Psi, il partito socialdemocratico di Saragat il partito repubblicano e il partito liberale) e 286 contro, la Dc e il Msi di Almirante.

Il 1970 è stato un anno molto importante per l’Italia. Pochi giorni prima del suo inizio c’era stato l’attentato di piazza Fontana e l’avvio degli anni di piombo. Il paese era ancora scosso dal ‘68 studentesco e dall’autunno caldo operaio. La sinistra, in particolare i socialisti, aveva conquistato lo Statuto dei lavoratori, che fu una svolta nelle relazioni tra imprenditori e dipendenti. La legge sul divorzio era spinta da un partito che non aveva rappresentanti in Parlamento ma era molto attivo: il partito radicale di Pannella. Il quale aveva proposto la legge facendosi rappresentare da due esponenti del Parlamento, uno socialista, Loris Fortuna, e uno liberale, Antonio Baslini. Subito dopo il varo della legge sul referendum iniziò la battaglia. La Chiesa decise di tentare di abolire il divorzio usando il referendum. E incaricò un intellettuale laico e piuttosto reazionario, Gabrio Lombardi, di organizzare le truppe. Però la Dc e il Pci erano contrari al referendum, e in vari modi riuscirono a rinviare. Nel 1972 ricorsero, per evitare il referendum, allo scioglimento anticipato delle Camere (per la prima volta nella storia della Repubblica). L’anno dopo, visto che Lombardi aveva ormai raccolto le firme, il Pci tentò disperatamente di contrattare con il Vaticano una modifica della legge, da approvare in fretta col voto anche della Dc, che rendesse inutile il referendum. Fu Paolo Bufalini, ex pupillo di Togliatti e braccio destro di Berlinguer, a trattare. Ma il negoziato non andò in porto. Il referendum si svolse il 12 e 13 maggio del 1974. Il fronte cattolico si spaccò.

Fu il professor Pietro Scoppola a organizzare il gruppo dei cattolici per il “No” (no all’abrogazione quindi sì al divorzio). Anche settori della Chiesa si schierarono con Scoppola (il più famoso è don Franzoni della basilica di San Paolo a Roma). Fanfani segretario della Dc, guidò con toni da crociata la campagna del Sì. Giocò tutto il suo carisma. Berlinguer era convinto di perdere e temeva il contraccolpo. Il Pci schierò tutte le sue forze. E vinse. Il risultato fu sorprendente: 59 a 41. Trionfo. Le conseguenze furono uno tsunami. L’anno successivo il Pci dilagò alle elezioni regionali, quasi raggiungendo la Dc. In tutto il Nord e il centro Italia, escluso il Veneto, il Pci era primo partito. La Dc arretrava in modo drastico. Fanfani fu defenestrato e la Dc chiamò alla sua guida un partigiano di sinistra come Benigno Zaccagnini. Il quadro politico fu sconvolto. E iniziò la marcia neanche tanto lenta del Pci verso l’area di governo, che si concluse con l’ingresso in maggioranza nel marzo del 1978, e poi con le riforme di struttura (sanità, casa, patti agrari, stato di famiglia, aborto…) che cambiarono il volto dell’Italia.

Il secondo grande referendum, fu quello del 1981 sull’aborto. Quella volta però si votò solo sul merito del quesito. Non ci furono grandi implicazioni. Stravinse il No, cioè la conferma della legge sull’aborto. A chiederne l’abrogazione erano, su fronti opposti, i cattolici oltranzisti (che raccolsero il 32 per cento) e i radicali di Pannella che chiedevano la depenalizzazione e la deregolamentazione totale dell’interruzione di gravidanza, e raccolsero poco più dell’11 per cento. In quell’occasione si votò anche per l’abolizione dell’ergastolo. Sempre proposta dai radicali. Con scarsi risultati. Sebbene il referendum, sempre proposto dai radicali, ottenne l’appoggio del Pci, raccolse solo il 22 per cento dei consensi. L’Italia allora non era forcaiola come è oggi, ma quasi.

Arriviamo al referendum sociale e alla battaglia campale tra Craxi e Berlinguer. 1984, febbraio, decreto di San Valentino, voluto dal governo Craxi, che tagliava 3 punti della scala mobile. Cioè, detto in parole semplici, riduceva quel meccanismo di adeguamento dei salari al carovita che appunto si chiamava scala mobile. Per via del decreto i lavoratori avrebbero ricevuto un pochino meno soldi in busta paga. Il Pci alzò le barricate. Grazie al regolamento, che allora era molto liberal, della Camera e del Senato, organizzò l’ostruzionismo in Parlamento. Tutti i parlamentari del Pci parlavano per ore e ore. Nilde Jotti, che era la presidente della Camera, organizzò le sedute notturne. Iniziò una seduta no stop. Ma il Pci teneva il banco. E fece scadere il decreto il 14 aprile. Il governo lo ripresentò. Le piazze ribollivano. A febbraio c’era stata una manifestazione gigantesca a Roma. Quella nella quale fu distribuita una edizione straordinaria dell’Unità intitolata, a tutta pagina e con l’inchiostro rosso: “ECCOCI”.

In Parlamento dopo la ripresentazione del decreto iniziò di nuovo l’ostruzionismo. Una sera, in Senato, un personaggio sobrio e moderato come Gerardo Chiaromonte, accompagnato da un altro parlamentare del Pci, Napoleone Colajanni, scoprì dov’era il quadro della luce che illumina l’aula, e con un temperino tagliò tutti i fili paralizzando il Senato per quattro ore. Il 7 giugno mancavano solo 10 giorni alla scadenza del secondo decreto. L’esito della battaglia era incerto. Quella sera Berlinguer fu colpito da ictus mentre teneva un comizio a Padova. Enorme emozione in tutto il paese. Tre giorni dopo morì. Al funerale c’era un milione di persone. C’era persino Giorgio Almirante, che era arrivato a Botteghe Oscure guidando una “500” grigia. Il Pci sospese l’ostruzionismo e il decreto passò. Ma subito dopo avviò un referendum che si svolse l’anno dopo, il 9 e il 10 giugno del 1985. Campagna elettorale violentissima. Risultato incerto fino all’ultimo. Il Pci era isolato (solo il Msi si schierò per il Sì all’abrogazione del decreto). La parte “migliorista” del partito non voleva il referendum. Però il gruppo dirigente, guidato dal nuovo segretario, Alessandro Natta, pensava di vincere. Perse: 54 a 46. Fu una sconfitta epocale che mise il Pci fuori dal gioco politico per molti anni.

Il referendum successivo è quello sul nucleare 1987. Quasi non ci fu partita. I promotori – gli ambientalisti – chiedevano il divieto di apertura di centrali che producessero energia nucleare. La Dc e il Pci si schierarono con loro. Anche se con molte discussioni e molte defezioni. A sostenere la posizione nuclearista restarono isolati i repubblicani e i liberali, due partiti che sommando i voti restavano largamente sotto il 10 per cento. E poi, ad appoggiare gli antinuclearisti, c’era anche una lobby piuttosto potente come quella del petrolio. Insieme al referendum sul nucleare si votò anche sulla responsabilità civile dei giudici. Il risultato fu clamoroso: 80 per cento a favore della responsabilità dei giudici. Però, mentre il voto sul nucleare ebbe enormi conseguenze sullo sviluppo del paese, che ha rinunciato al nucleare accettando una situazione di completa subalternità verso paesi esteri per l’approvvigionamento dell’energia, il referendum sui giudici non ebbe nessuna conseguenza. L’Anm riuscì a imporre al governo una legge attuativa che stabiliva che se un giudice sbaglia non paga lui ma paga lo Stato. E da allora le cose sono restate così. Ecco, quello era uno dei pochi referendum nei quali contava solo il merito del quesito. Ma è stato inutile.

Infine arriviamo al 1991. Un gruppo di democristiani di destra e di intellettuali liberali, conservatori, inventa un referendum per abolire le preferenze sulla scheda elettorale. Non proprio abolirle, ma ridurle a una sola. Obiettivo? Ridimensionare il clientelismo. Cioè: devi votare il partito, non il candidato amico. Craxi si oppone con tutte le sue forze. Anche la Dc, in grandissima parte, è contraria. I promotori, guidati da Mario Segni, figlio dell’ex presidente della Repubblica Antonio Segni, trovano l’appoggio del Pci di Occhetto. Per la prima volta un partito politico gioca la carta dell’astensione per far mancare il quorum e quindi invalidare il referendum. Craxi grida: “italiani, domenica andate al mare”. Un po’ di italiani ci vanno, ma non tutti. Vota il 65 per cento: il quorum è raggiunto. I sì sono al 95 per cento. L’establishment politico trema. Il populismo avanza a grandi passi. Siamo alla vigilia di “Mani Pulite”.

Il successivo referendum, che è il completamento del referendum sulle preferenze, si svolge il 18 aprile del 1993. Sta imperversando “Mani Pulite”. I partiti di centrosinistra sono in rotta. Segni e Occhetto vincono di nuovo e cambiano con un colpo di penna la legge elettorale del Senato, introducendo il sistema uninominale. Pochi mesi dopo il Parlamento approva la legge elettorale che prende il nome di legge Mattarella, e il proporzionale è sepolto. Nel referendum del ‘93 viene anche eliminato il finanziamento pubblico dei partiti. E qualche mese dopo il Parlamento abolisce l’immunità parlamentare e praticamente anche l’amnistia. I partiti abdicano. La politica fugge dalla porta di servizio. Ora il potere è tutto ai poteri forti ed è puntellato dal populismo. La prima Repubblica, che aveva reso grande l’Italia, è morta. Poi venitemi a raccontare che i referendum sono solo un fatto tecnico.

20 Marzo 2026

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