La parola al cineasta
Fatih Akin: “Trump risveglia il germe nazista, ‘No other land’ dimostrato che il cinema può cambiare le persone”
Il cineasta de “La sposa turca” racconta la vita di una famiglia tedesca comune sotto il Reich: “Il servilismo fortifica i regimi: i ministri tedeschi hanno applaudito i discorsi razzisti di Rubio”
Interviste - di Chiara Nicoletti
Il regista tedesco di origine turca Fatih Akin ha raggiunto la sua consacrazione nel mondo del cinema internazionale nel 2004 grazie a La Sposa Turca, film Orso d’oro a Berlino. A formarlo, nel suo cammino da regista e sceneggiatore, un mentore fondamentale, il regista Hark Bohm, punta di diamante del Nuovo Cinema Tedesco. È proprio di quest’ultimo la storia raccontata in Amrum, l’ultimo film realizzato da Akin, in uscita con Bim Distribuzione il 12 marzo, dopo il passaggio al Festival di Cannes, con il titolo L’Isola dei ricordi e presentato come “un film di Hark Bohm diretto da Fatih Akin”. Il film si ispira all’infanzia di Bohm, vissuta, durante la Seconda Guerra Mondiale, proprio nel villaggio di Amrum, nella Germania rurale affacciata sul Mare del Nord. Incontrato virtualmente un mese fa, Fatih Akin ci ha guidato dentro la realizzazione di Amrum e discusso sulle sue assonanze con il presente che stiamo vivendo.
Ho letto che prima di intraprendere questo progetto, come regista, è stato lei a suggerire ad Hark Bohm di fare questo film. Perché pensava che questo fosse un film che doveva essere fatto? Non c’erano abbastanza film che raccontassero la guerra dal punto di vista della gente comune?
La maggior parte dei film che trattano la Seconda Guerra Mondiale sono film molto spettacolari come La zona d’interesse, uscito mentre stavamo girando questo. In un certo senso quindi, ero entrato in una sorta di dialogo con questo film mentre stavo girando il mio e ho dubitato del mio stesso lavoro. E poi mi sono detto: “ok, la casa più spettacolare è quella accanto ad Auschwitz. Ma nella Seconda Guerra Mondiale, nella Germania nazista, la maggior parte delle case non era accanto ad Auschwitz ma in campagna. Io sto raccontando una casa molto diversa, all’estremità più occidentale del Reich. Dopo quella casa viene l’Inghilterra, non c’è nient’altro, e in mezzo c’è il mare. Questa situazione permetteva anche di guardare a qualcosa che non abbiamo visto molto al cinema, l’atteggiamento tedesco nel modo di gestire la guerra: com’è la guerra nelle famiglie, com’è la guerra al tavolo della cucina, com’è la guerra tra una madre e un figlio. Credo ci fosse un certo desiderio da parte delle persone in Germania, specialmente le più anziane, di vedere un film che parlasse di questo, ecco spiegato l’enorme successo che ha avuto qui. Da un lato racconta qualcosa che non abbiamo visto molto in sala e dall’altro è molto legato all’oggi.
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A questo proposito di questo, cosa pensa di aver scoperto su quel momento storico, e come l’ha aiutata a capire quello che sta succedendo nel mondo oggi?
Quando ti confronti davvero con il nazismo e leggi certe biografie, conosci persone, leggi lettere di persone ordinarie, non di personaggi spettacolari come Hitler, Hermann Göring o Josef Mengele. Quando osservi la vita ordinaria, vedi molto chiaramente il legame con l’oggi. Recentemente Marco Rubio, il Segretario di Stato degli Stati Uniti, a Monaco per la conferenza sulla sicurezza, ha fatto un discorso in cui ha detto che il problema del mondo è la migrazione di massa e che l’America è il paese leader che tutti dovranno seguire. Era un discorso molto autocratico e sciovinista. E chi si è alzato ad applaudire? Il ministro degli Esteri tedesco, il ministro della Difesa tedesco, il Presidente della Baviera, una standing ovation per un discorso così antidemocratico. Perché l’hanno fatto? Perché l’America è la più forte, e invece di opporre resistenza diventano dei servitori. E nel Terzo Reich ne avevamo molti così, molta gente comune che divenne serva. Se volevi fare carriera nel Terzo Reich, anche se non eri in politica, dovevi essere membro del partito. Ed erano esseri umani. Dal lusso di oggi è facile giudicare, come è facile giudicare Herbert von Karajan, il direttore d’orchestra, che era membro del partito. Ma oggi sappiamo che l’unico modo per fare carriera era accettare questo compromesso. Le cose non sono così semplici ma complesse, e la resistenza non è così facile perché nessuno ha le palle per farla.
Nel suo film si colgono riferimenti a Ladri di Biciclette e Sciuscià. Perché pensa che questi due film l’abbiano aiutata a trovare la chiave di questa storia che non è sua?
Quando ho modificato la sceneggiatura (dato che Bohm stava scrivendo ad episodi), l’episodio del pane prendeva circa 30 pagine ed era perfetto per farne una sceneggiatura convenzionale. Ho convinto Bohm a lasciarmela sviluppare su 90 minuti. E mentre cercavo di convincerlo, mi è venuto in mente Ladri di Biciclette. La prima volta che l’ho visto in televisione avrò avuto la stessa età del bambino del film. Ha avuto un enorme impatto su di me. Vedo film ogni giorno e la maggior parte li dimentico subito dopo, ma i film del passato sono rimasti con me e quello che mi ha accompagnato per tutta la vita è stata l’opera di De Sica, soprattutto Ladri di Biciclette. Quando ho detto a Hark Bohm: “realizziamo questo film sull’impronta di Ladri di Biciclette”, lo diceva la mia memoria, il mio istinto cinematografico e una volta che è uscito dalla mia bocca ho capito che era una buona idea. Così l’ho studiato di nuovo e ho pensato: wow, è il caleidoscopio perfetto della Roma del dopoguerra. Perché c’è la ricerca della bicicletta, ma vai dal prete, vai dal comunista, vai nel sottobosco criminale, vedi l’intera società attraverso quella ricerca. Ed è questo quello che ho, diciamo così, “rubato” da quel film.
Dal Festival di Berlino in poi, ci si interroga nuovamente sul potere del cinema, anche come atto di resistenza. Pensa che il cinema abbia ancora un potere?
Credo che il cinema possa cambiare le cose, possa cambiare la prospettiva. L’anno scorso ho visto il film premio Oscar No Other Land di un collettivo israelo-palestinese fatto di cineasti, non attivisti politici. L’ho visto alla Berlinale. E per rivederlo in sala, ho dovuto fare tre tentativi perché era sempre tutto esaurito. Nella sala piena, c’erano solo giovani a guardarlo. Erano per lo più bianchi, non arabi o palestinesi, un pubblico tedesco bianco, prevalentemente femminile, stranamente. E quella proiezione mi ha dato informazioni sulla Cisgiordania. È stato come un punto di partenza per scoprire di più, per leggere di più non su Gaza e il genocidio ma sul West Bank appunto, sull’apartheid, sul colonialismo. Attraverso quel film ho iniziato a seguire il lavoro dell’esperta di diritto internazionale, diritti umani e Medio Oriente Francesca Albanese. Forse, senza il film, ci avrei messo più tempo. Quindi il film ha cambiato me e i ragazzi in sala. È ciò che hanno fatto anche i film con cui sono cresciuto. Penso che Una battaglia dopo l’altra sia un film politico molto importante, l’ho visto con mio figlio, che è molto di sinistra, e lui ha detto: “la soluzione che il film propone è: protestiamo senza violenza. È una soluzione che mi piace.” Sì, credo che il cinema possa cambiare, forse non il mondo intero, ma la prospettiva dell’individuo.