La Commissione Onu a Vienna

Droghe, i dogmi di Mantovano e la lezione colombiana

Gustavo Petro ha spiegato che l’uso di sostanze va letto come fenomeno storico e sociale, non farmacologico, mentre la proibizione come fattore che rafforza mafie e violenza

Politica - di Leonardo Fiorentini

19 Marzo 2026 alle 18:30

Condividi l'articolo

AP Photo/Fernando Vergara – Associate Press/ LaPresse
AP Photo/Fernando Vergara – Associate Press/ LaPresse

Nonostante la crisi internazionale provocata dall’alleato Trump, le borse a picco, la speculazione sulla benzina, il sottosegretario Mantovano, plenipotenziario del Governo Meloni, ha trovato il tempo per venire alla Commissione Droghe dell’ONU (CND) a Vienna a ripetere, come succede da 4 anni, più o meno le stesse cose. L’Italia è contro l’uso di droghe illegali (mentre quelle legali sono pienamente sostenute dal Governo, a partire dal prosecco, ndr), la legalizzazione [della cannabis] è il male, il fentanyl ha effetti devastanti ma il Governo italiano ha pronto un piano. Infine, bisogna togliere i nostri giovani dal vuoto che li porta a usare droghe.

Ma ripeterle ossessivamente non cambia la realtà. La realtà dell’assoluta inefficacia nel contrastare offerta e domanda di droghe dell’approccio proibizionista e quella dei danni che questo comporta in termini di vite umane, diritti, salute, stigma, violenza e carcerazione. Una realtà che ci racconta invece che dove si è legalizzata la cannabis crollano i consumi tra i più giovani, diminuiscono i comportamenti a rischio e migliora la salute delle persone. Nella città di Freud Mantovano è poi caduto in un lapsus, coincidenza vuole lo stesso del rappresentante boliviano ritornato nell’alveo statunitense. Le United Nations sono diventate United States, come se l’operazione di sostituzione del multiulateralismo ONU con il governo del più forte – ovvero Trump – fosse ormai metabolizzato dal governo italiano. Chissà se il sottosegretario ha poi ascoltato a fondo l’intervento successivo, della rappresentante USA. Con toni tanto retorici quanto inadeguati al contesto diplomatico, ha prima rivendicato il ritorno alla war on drugs con i missili e le uccisioni extragiudiziali nei mari caraibici, il rapimento di Maduro e poi attaccato frontalmente la Cina – violando ancora una volta le prassi – accusandola di essere produttrice dei precursori e di fatto il mandante della crisi degli oppioidi sintetici.

A fare da contraltare il Presidente colombiano Gustavo Petro, giunto a Vienna sia per rivendicare i risultati del programma di sostituzione volontaria delle coltivazioni illegali, promosso in collaborazione con i contadini dei territori, che il record storico di sequestri di cocaina durante il suo governo. Ma non solo. Pesa su questa CND il non voto sulla foglia di coca, il cui processo di riclassificazione si è infranto di fronte alla discutibile decisione del comitato di esperti dell’OMS di non raccomandarne la rimozione dalle tabelle. Richiesta a gran voce proprio da Colombia e Bolivia per salvaguardare gli usi tradizionali da parte delle popolazioni indigene, la revisione scientifica aveva evidenziato l’assenza di ragioni scientifiche del divieto della foglia di coca. Ma ricavandosi da essa cocaina e crack, che sarebbero comunque rimaste nelle tabelle, l’OMS con una decisione più politica che medica, ha proposto di mantenerla. Un duro colpo, in particolare per le popolazioni indigene sudamericane che considerano ancestrale l’uso delle pianta.

Per questo Petro ha dedicato buona parte dell’intervento a una riflessione politica, storica e sociologica sulle droghe e sulle politiche proibizioniste, sostenendo che il paradigma della war on drugs abbia fallito e continui a produrre soprattutto violenza, esclusione e morte. Nella storia dell’umanità il consumo di sostanze è sempre esistito e, per lunghi tratti, è rimasto all’interno di un equilibrio antropologico e sociale che non prevedeva l’attuale livello di allarme e drammatizzazione. È solo nel Novecento che gli Stati iniziano a costruire un sistema internazionale di controllo fondato su scelte “in parte corrette ma in parte profondamente sbagliate”. Petro ha ricostruito una sorta di genealogia politica delle sostanze, accostando cannabis, cocaina e fentanyl come indicatori di diverse fasi della società contemporanea. Secondo il presidente colombiano, la proibizione della cannabis non può essere compresa solo sul piano medico o sanitario, ma va letta come fatto politico e culturale. Essa fu criminalizzata perché associata ai movimenti giovanili di protesta, in particolare contro la guerra in Vietnam. Era cioè una sostanza legata alla contestazione, alla cultura giovanile, a una forma di rifiuto dell’ordine dominante, soprattutto nei Paesi del Nord globale. Oggi quella sostanza che per decenni è stata demonizzata è legale in molte città degli Stati Uniti. La questione, allora, non è tanto il cambiamento dei costumi nelle metropoli del Nord, ma il prezzo pagato da paesi come la Colombia durante i decenni del proibizionismo. Il divieto, infatti, non ha mai eliminato il fenomeno, ma ha alimentato mafie, violenza e morte.

La cocaina, invece, rappresenta una fase diversa: non la ribellione, ma l’adattamento estremo alle logiche del mercato. Petro la definisce infatti la “droga del capitale”. La cocaina è connessa alla cultura neoliberale della prestazione: si usa per lavorare di più, guadagnare di più, sostenere ritmi più duri, inseguire il successo economico. Diventa così il simbolo di una società segnata dall’ossessione per il denaro e dal vuoto affettivo. La “droga di Wall Street”, della produttività forzata e della competizione permanente. Ancora più dura è la lettura che Petro offre del fentanyl, definito la “droga della morte”. Se la cannabis rimanda alla protesta e la cocaina al capitale, il fentanyl esprime, secondo il presidente colombiano, una società in decomposizione, segnata da solitudine estrema, crisi climatica, perdita di senso e pulsione autodistruttiva. Petro arriva a sostenere che il fentanyl incarni quasi una forma di suicidio sociale: non il desiderio di lavorare di più o di ribellarsi, ma quello di scomparire.

Una visione apocalittica e anche piuttosto stigmatizzante, che dimentica di considerare che esistono ragioni per cui l’epidemia da fentanyl si è concentrata negli USA, certamente legate alla struttura sociale ma anche molto specifiche, a partire dall’eccessiva prescrizione di oppiodi sintetici. Un intervento che permette di porre l’attenzione, per una volta tanto, non tanto sulla droga, bensì sul set e sul setting ed una critica radicale al proibizionismo e alla guerra alla droga. Per il Presidente colombiano l’uso di sostanze va letto come fenomeno storico e sociale, non farmacologico, mentre la proibizione come fattore che rafforza mafie e violenza. Così Gustavo Petro, 40 anni dopo, ha riportato nel dibattito di Vienna il triangolo dello psichiatria statunitense Norman Zinberg (Droga, set e setting, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

19 Marzo 2026

Condividi l'articolo