La direttrice Arcs Arci Culture Solidali

“Cisgiordania annessa e Libano sotto attacco, Netanyahu vuole eliminare gli arabi”, parla Silvia Stilli

«I bombardamenti di questi giorni hanno riguardato tutto il Paese dei Cedri, l’obiettivo è indebolirlo: rischia di fare la fine di un protettorato. Serve la mobilitazione della cooperazione internazionale»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

18 Marzo 2026 alle 08:00

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Photo credits: Benvegnù Guaitoli/Imagoeconomica
Photo credits: Benvegnù Guaitoli/Imagoeconomica

Silvia Stilli, consigliera AOI e Direttrice Arcs Arci Culture Solidali, ong dell’ARCI .

Le agende di Trump e Netanyahu hanno condizionato la politica estera mondiale, dal Medio Oriente all’America Latina. Sulla base della vostra presenza diretta, quali evoluzioni prevedete?
Siamo nella fase in cui Trump si è rivolto ai “codardi alleati NATO” che non lo sostengono nella guerra all’Iran e non saranno ben accolti nell’Hormuz Peace Board, pronto ad attivarlo con la presenza di altri Paesi “fortemente interessati”. Se si farà, vedremo il drammatico e penoso spettacolo di leaders internazionali sovranisti e autoritari applaudire, sorridere e cantare mentre le decine di migliaia di morti in Medio Oriente vanno crescendo esponenzialmente. Saranno gli stessi protagonisti del Board For Peace per Gaza, dal Presidente argentino Milei all’ungherese Orban. L’Italia non vi parteciperà neppure come Paese osservatore, si dice. Sarebbe un ottimo segnale. Francia, Italia, Spagna e Turchia mandano le navi e gli F-16 a tutela di Cipro, ma non nello stretto di Hormuz. Trump in una recente conferenza stampa ha annunciato che avrà l’onore di prendere Cuba. Temo sia difficile farlo come intende, dato che gli attestati di solidarietà all’Isola vengono da varie regioni nel mondo insieme agli aiuti, dal Messico al Canada. Rispetto alle aspettative dei cubani di Miami, sostenitori del Segretario di Stato Rubio, che vorrebbero l’avvicendamento a La Habana del Presidente Diaz, per Trump ancora una volta il tema sono gli interessi economici: alberghi, turismo, crociere, il controllo dei Caraibi. Siamo in una situazione che spesso mi vien da definire paradossale secondo i parametri della legittimità e autodeterminazione dei popoli e del diritto internazionale in senso ampio.

L’Europa come Unione sembra non essere più capace di costruire una politica estera e una diplomazia comune e i singoli Paesi aderenti si muovono in autonomia e anche in contrasto tra loro. È veramente così?
Di fronte a questa domanda, provo imbarazzo, vergogna e rabbia allo stesso tempo. L’Europa ha lasciato a Trump il primato dell’intervento nel medio e vicino Oriente a partire da quell’ottobre 2023, in cui il Governo israeliano ha deciso che non si sarebbe più fermato nelle sue mire genocide nei confronti della popolazione palestinese e di guerra ai Paesi arabi che più o meno direttamente sostenevano Hamas. Da qui la distruzione dei territori di Hezbollah, l’attacco all’Iran sotto la guida di Trump. Non vedo quale possa ormai essere un ruolo attivo e autorevole di un’Europa divisa, che sul Medio Oriente non si è espressa dall’inizio dell’ultima crisi in maniera autorevole. Non ci spero nemmeno più ormai. La mia attenzione ha un orizzonte globale. Dobbiamo rafforzare l’azione civile per la Pace, partecipare alle mobilitazioni del 28 marzo No Kings.

Crede che con il primato attuale della guerra come unica risoluzione dei contrasti ci sia ancora spazio per riportare la priorità dei destini del mondo nelle stanze delle Nazioni Unite del Palazzo di Vetro a New York?
Ormai il Diritto Internazionale lo enunciamo in pochi e tra questi per fortuna ci sono le voci più autorevoli della Santa Sede, tra cui il Segretario di Stato Pietro Parolin e il Patriarca di Gerusalemme dei Latini cardinale Pierbattista Pizzaballa. Nel luglio scorso a Gaza City è stato ferito in un raid israeliano Padre Gabriel Romanelli nella struttura della Sacra Famiglia che ospitava civili rifugiati. In queste settimane è stato ucciso da un raid israeliano nel Sud del Libano Padre Pierre al-Rahi, parrocco di Qlaya e conosciuto da alcuni cooperanti, mentre soccorreva una famiglia colpita dai bombardamenti. Il parroco cristiano maronita di Rmeich, sempre al Sud del Paese, ha dichiarato alla televisione vaticana: “Temiamo un nuovo conflitto interno in Libano, lo diciamo non ascoltati. Il mio grido, quello di tutti i sacerdoti e di tutta la gente è: vogliamo la pace definitiva”. Sempre il Patriarca Pizzaballa al tg della tv La 7 ha affermato, commentando il conflitto in Iran, che non è questa l’era delle Nuove Crociate e che Dio sta con chi soffre, in risposta alle incoscienti e irresponsabili parole del Segretario della Difesa Usa Pete Hegseth che aveva invece paragonato l’attacco di Stati Uniti e Israele in Iran alle antiche crociate cristiane contro gli infedeli. Siamo alla follia pura e alla massima incarnazione dello spirito del delirio di onnipotenza nell’uomo Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America, che ha dato ogni tipo di sostegno al criminale alleato Netanyahu nell’invasione di Gaza, fornitura di armi e risorse economiche e infine creazione del fantasma a nome Board of Peace Gaza, vantandosi di aver portato le forze belligeranti ad una tregua all’oggi inesistente nella Striscia.

Per questo le chiedo dal vostro punto di vista di ong presenti nell’area di farmi un quadro aggiornato della situazione umanitaria tra Gaza, Cisgiordania e Libano. Riuscite ad operare?
Il totale ufficiale dei morti accertati a Gaza è 70.000, esclusi i dispersi, ma questo genocidio non ha sosta. L’80% della Striscia non esiste più, è rasa al suolo, non vi è nessuna ricostruzione in atto, sebbene promessa celermente da Trump e il Board of Peace: Emergency ci ricorda che i presidi ospedalieri operativi sono pochissimi (forse 36) in un’area immensamente abitata da rifugiati e sfollati, senza casa e beni primari. Non ci illudiamo: l’invasione dei militari israeliani non ha arretrato di un passo, non c’è alcuna tregua reale, i beni di prima necessità che entrano sono gocce d’acqua in un deserto di nome e di fatto, in mezzo alle macerie. Ormai la Cisgiordania è considerata terra di conquista e annessa ai territori israeliani, visto che i coloni sono sostenuti dal governo di Tel Aviv e dai militari. Sentendosi rafforzato dalla guerra contro l’Iran aperta da Trump, Netanyahu ha definitivamente messo sotto mira il Libano, attaccando a Sud con droni, aerei militari e adesso con l’avanzamento da terra. I dati forniti aggiornati dal MOSA, Ministero degli Affari Sociali libanese, citano 3 esplosioni nella postazione UNIFIL nei pressi di Mess el Jebel a sud, mentre un aereo ha colpito vicino la zona del Quartier generale UNIFIL a Naqoura. I bombardamenti sulle zone abitate si sono intensificati, tutto il Libano è sotto attacco dal cielo in ogni ora del giorno: i luoghi e i centri abitati sono obiettivi non di una guerra punitiva, ma ispirata dalla volontà di eliminare gli arabi. Se si parla di Libano si tratta di assicurare a Israele il controllo dell’area più ampia, che va oltre quindi l’obiettivo cinicamente annunciato dagli uomini del governo di Trump di radere al suolo come Gaza anche Beirut Sud e il Sud del Paese in primis per eliminare la presenza Hezbollah: è l’indebolimento totale del Paese dei Cedri, che rischia di far la fine di un protettorato, controllato da chi è all’oggi ancora da vedere. Una storia antica per il Libano. Un destino che si ripete per uno Stato che conta sul totale di 6-7 milioni di abitanti più di 2 milioni di profughi e rifugiati da Yemen, Siria, Iraq, Palestina: in perenne default finanziario e con un’instabilità politica che rende ancora più debole una democrazia che si regge su equilibri delicatissimi. I bombardamenti di questi giorni hanno riguardato tutto il Paese, senza risparmiare neppure la Corniche, il lungomare di Beirut ove sono accampati in tende provvisorie i rifugiati. Il bilancio complessivo delle vittime civili è di 773 morti e di 1.933 feriti dall’inizio di quest’ultima escalation. Per le fonti del Ministero della Sanità libanese sono stati uccisi 18 operatori sanitari e 48 sono stati feriti in attacchi mirati alle strutture sanitarie. Non si riescono a garantire alloggi collettivi idonei per gli sfollati. È una portata senza precedenti quella degli ultimi sfollamenti, secondo il vicedirettore esecutivo di World Food Programme, Carl Skau: lo spostamento di ben 800.000 persone dalle aree di residenza bombardate è avvenuto in una settimana con una rapidità estrema. Si parla fino ad oggi di molti di più di 1.040.000 sfollati all’interno del Paese, di cui circa 133.000 ospitati in 622 shelter. Le organizzazioni umanitarie internazionali sono mobilitate e sollecitano un impegno della cooperazione internazionale in aiuti di emergenza.

Un impegno che coinvolge il mondo solidale italiano?
Le ong italiane incontreranno la Farnesina nei prossimi giorni, dopo aver chiesto un tavolo sull’emergenza nell’area e un aggiornamento in termini rapidi per coordinarsi e supportarsi nell’affrontare quest’ennesima crisi per un Paese che non ha pace da decenni e che ha visto continui bombardamenti dopo il 7 ottobre e l’invasione di Gaza da parte dei militari israeliani. Un Paese piccolo, lungo e stretto come la Liguria, che confina con le altre aree nazionali interessate a questa guerra divenuta ormai completamente regionale. ARCS APS, la ong dell’ARCI che dirigo, è presente da più di 20 anni in tutto il Libano, con relazioni radicate in Bekaa, Beirut, Tripoli, Tiro e nei campi palestinesi. Siamo vicini alla popolazione rifugiata e alle comunità interessate dagli attacchi con il sostegno agli shelter di volta in volta improvvisati dalle organizzazioni partner, oltre quelli già operativi, la fornitura di coperte, kit alimentari e sanitari, abiti e supporto psicologico. In Italia ARCS e Arci hanno lanciato una campagna di raccolta fondi e il nostro personale italiano e quello locale ha deciso di rimanere nelle aree colpite in Libano, insieme a tanti colleghi e colleghe delle altre ong. Non è incoscienza, è solidarietà attiva.

18 Marzo 2026

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