Il meridiano dedicato allo scrittore

Antonio Pennacchi, l’ultimo bardo del Novecento

La grande storia vissuta dal basso, nel tempo, attraverso generazioni di vinti che si sovrappongono e si urtano: nello scrittore di “Canale Mussolini” ci sono l’epica e la pietà, il comico e il tragico come nei più alti esiti di Verga. Da “Mammut” al “Fasciocomunista”, uno scrittore da rileggere e riscoprire

Cultura - di Filippo La Porta

18 Marzo 2026 alle 19:30

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Foto Roberto Monaldo / LaPresse
Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Antonio Pennacchi – cui è dedicato un Meridiano Mondadori ora in uscita (a cura di Giuseppe Iannaccone, “testimonianza” di Antonio Franchini), è stato il maggior scrittore epico, o epico-civile, degli ultimi 30 anni, ricollegandosi a una nobile tradizione letteraria che risale a Nievo, e giù a Verga, Fenoglio, fino a Bacchelli e Silone… E lo è stato quando l’epica era scomparsa, perché le sue stesse premesse tendevano a scolorire. Ovvero: grandi battaglie politiche, impetuosi soggetti collettivi, scontri ideologici trasparenti (va bene, il nostro tempo è attraversato dalla Grande Migrazione, un cataclisma storico, ma la sua epopea la racconteranno gli altri, non gli italiani).

La Storia non è finita, certo, ma abitiamo l’età opaca della frammentazione e la società liquida, mentre l’epica ha bisogno di valori solidi, durevoli, sufficientemente stabili. È innervata dalla eterna lotta del bene contro il male e non da – complicati, inconfessabili – conflitti di interesse, oggi sempre più diffusi. Dunque l’epica di Pennacchi, in ciò vicina a una sensibilità postmoderna, è stata costretta a includere l’ironia. Di più: i suoi eroismi sfiorano quasi sempre il comico, benché comicità straniata. Perciò Pennacchi andrebbe inserito in un capitolo della cultura che comprende anche il cinema di Sergio Leone. La sua opera più memorabile resta il monumentale Canale Mussolini – prima e seconda parte (la prima parte, uscita nel 2010, vinse lo Strega) – ovvero l’epopea della bonifica della Palude Pontina, dove il fascismo nel 1932 portò in soli 3 anni 30.000 contadini veneti, che si videro catapultati in un ambiente naturale ostile – 750 km quadrati di pantani, stagni, foreste impenetrabili – che il canale Mussolini allora edificato permise di prosciugare. Un esodo biblico pianificato già da prima del fascismo.

Al centro la saga dei Peruzzi, e anzi la loro “furia”, perché sradicati e costretti, in quanto mezzadri, a dividere metà dei loro redditi con i padroni dei terreni. Lavoratori tenaci, vigorosi, eroici – tutti fascistissimi – ma anche impulsivi e un po’ lunatici (ecco, con la follia un poco l’epico vira verso il comico). Il linguaggio è popolare, colloquiale, ricalcato sui modi dell’oralità: a raccontare i fatti un membro della famiglia Peruzzi. Ma non si tratta di un narratore onnisciente: spesso dice “questo me l’hanno raccontato…”, generando una impressione di memoria collettiva, all’interno di una narrazione corale. Subito un esempio della comicità: la grande Storia viene da loro rievocata mettendo in bocca ai potenti della Terra, ai Mussolini e Hitler, il loro stesso dialetto veneto-pontino, con un effetto esilarante di livellamento. Il Duce a Hitler nel luglio del ‘43: “Scùseme tanto Adolfo, ma nantri aghèìmo da chiedèr la pace…”, ma l’altro gli fa sapere che “hanno un sacco di armi nuove potentissime inimazinàbili, che le xè in grado di ribaltar le sorti de la guèra”. Per raccontare la bonifica a Pennacchi gli basta un dettaglio: l’eucalyptus! Piantato in enormi quantità perché capace naturalmente di assorbire l’acqua: le api ne ricavano un miele dal profumo inebriante. Poi si è scoperto che beveva troppa acqua, dunque non ci cresceva più niente, così è stato eliminato. Delle tante cose che apprendiamo in questa storiografia dal basso, veridica e spiazzante, ne ricordo solo una: quando uscirono le leggi razziali nel ’38 (che colpirono due progettisti di Aprilia e Pomezia) la popolazione pontina, e anzi tutto il popolo italiano, ha detto “Casso min frega a mì? Son mica ebreo mì”. Pennacchi in fondo continua l’antica tradizione contadina veneta del “filò”, quella di riunirsi dopo cena in un podere a raccontarsi storie e favole: è un inesauribile affabulatore, in ciò fedele ai suoi avi. La sua epopea dei senzaterra e senzastoria “con le pezze al culo” si distende per quasi un secolo di storia italiana.

Pennacchi, che è scomparso nel 2022, ha scritto vari libri attraversando i generi – anche un bellissimo libro di racconti (messo in evidenza da Franchini) e un noir – ma protagonista è sempre Latina, la ex Littoria, e il Borgo Pontino con la sua umanità di umiliati e offesi. Ma di questi altri libri occorre ricordare almeno lo straordinario Mammut, romanzo industriale appena a tempo scaduto, quando già ci inoltravamo nel postfordismo, ma capace di farci entrare dentro una fabbrica e dentro gli incidenti alla catena di montaggio che sembra Tempi moderni di Chaplin, accanto alle bobine, ai volani, alle ganasce, ai cavi…., come non erano riusciti neanche i Volponi e Ottieri e in tempi recenti i Nesi e Avallone (il romanzo, pubblicato dopo il successo dell’autore, aveva precedentemente collezionato 55 rifiuti editoriali!). Negli scioperi selvaggi e nei cortei si annunciava il nuovo soggetto delle lotte sociali, l’operaio di linea insubordinato e non sindacalizzato. Un grido di battaglia era “Cossìga, Cossìga /Volemo pane e figa”. Non siamo lontani dalla classe operaia di Vogliamo tutto di Balestrini: una rude razza pagana, amorale ed estranea all’interesse generale. E poi la sua autobiografia politica, Il fasciocomunista, del 2003 (da cui fu tratto il film Mio fratello è figlio unico di Lucchetti): romanzo di formazione che racconta la turbolenta adolescenza di Accio Benassi, disobbediente e incazzato, ribelle per istinto, dal seminario al neofascismo del MSI, e poi – con un ribaltamento ideologico – al movimento studentesco e alla sinistra maoista di “Servire il popolo” (Accio in famiglia sarà sempre oscurato dal primogenito Manrico). Il ’68 viene rievocato con un accento di verità che non troviamo dentro gli asettici manuali storici o nei memoir sempre un po’ autoindulgenti dei militanti di allora.

Tuttavia qualsiasi discorso critico sull’opera di Pennacchi, e su questo accuratissimo Meridiano, non potrebbe prescindere da lui, dall’uomo Pennacchi, con sciarpa rossa e berretto blu alla Lenin: simile ai suoi Peruzzi, dunque burbero e socievole, tenero e iracondo, affettuoso e intrattabile. In un incontro pubblico volli accostarlo a Tolstoj – volutamente esagerando – , lui mi guardò un po’ risentito e replicò “No, ti prego, Tolstoj non l’ho mai potuto sopportare!”. Poi quando accennai a possibili forme di resistenza attuali al potere esplose subito con irruenza “Ahò, guarda che io sono disposto ad andare anche domani in montagna…” (chiamò a testimone Vauro, l’altro presentatore).
Alla fine del Fasciocomunista Accio incontra una ragazza inglese, Joan, con cui ha una love story. Le dice che il mondo non gli piace, “troppa ingiustizia”, che “per un solo attimo di felicità”, come quello che stava vivendo con lei, “ce ne sono una montagna di sofferenza”. Allora Joan scoppia a piangere, e sulla duna, in mezzo al sole e alle tamerici, gli chiede di giurare di non dire più quelle cose. Lui allora giura, ma “senza esserne affatto convinto”. Eppure nel loro ultimo bacio, sul ponte sospeso sopra il fosso della Pontina, il fasciocomunista capisce che quella felicità, benché effimera, fragilissima ma ben più reale della Storia – e profumata di eucalipto – , è forse l’unica felicità che noi umani possiamo sperimentare, dopo essere stati cacciati dal paradiso terrestre.

18 Marzo 2026

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