Il Protocollo Italia-Albania
Rimpatri in Albania bloccati? Colpa del governo…
A febbraio Meloni e soci hanno riempito il lager di Gjader con 75 persone, ben sapendo che portarli lì avrebbe impedito di deportarli nei Paesi d’origine. Pura campagna elettorale fatta sulla pelle dei migranti
Politica - di Rachele Scarpa
Il centro di detenzione di Gjadër svuotato e poi riempito all’improvviso: un’operazione politica costruita per puntare il dito contro la magistratura a una settimana dal referendum sulla giustizia. La strumentalizzazione della presidente del Consiglio di quanto sta accadendo nel CPR in Albania è grave e merita chiarezza. Partiamo da un fatto elementare: nessun giudice «impedisce il rimpatrio» di alcun cittadino straniero. L’unico soggetto che li impedisce è il Ministero dell’Interno, che non riesce a effettuare i rimpatri né quando le persone si trovano in carcere, né quando si trovano nei CPR italiani.
Anzi: portare le persone in Albania significa di fatto allontanare la prospettiva del rimpatrio. I rimpatri dall’Albania non sono possibili in via diretta – continuano ad avvenire tutti da Roma – e si innesca il meccanismo che va avanti da oltre un anno: i giudici applicano la legge alla luce delle direttive dell’Unione europea, che al momento non sono compatibili con il Protocollo Italia-Albania. «Solo chi è ignorante o in malafede potrebbe pensare che i giudici avrebbero anticipato l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo» Non lo erano un anno fa, non lo sono oggi. Anche con le nuove regole europee non è affatto certo che l’impianto dei centri albanesi regga così com’è. I giudici, con i rimpatri riusciti o mancati che siano, non c’entrano niente. L’operazione politica del governo su questo è stata chiara. Nonostante nulla fosse cambiato nelle premesse che avevano portato il centro albanese a essere una struttura fantasma vuota nel corso dell’ultimo anno, a metà febbraio il governo lo ha riempito con circa 75 nuovi trasferimenti, nel silenzio e nell’opacità.
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Lo abbiamo dovuto far emergere noi deputati di opposizione, recandoci fisicamente a Gjadër, dove in ogni caso non abbiamo accesso ai nomi o ad alcuna informazione sensibile sui trattenuti. Opaco è stato anche il criterio di selezione secondo cui si sceglieva chi trasferire dai CPR italiani, che – com’è ben noto – non sono né pieni né sovraffollati. Nella visita ispettiva, limitata nei tempi e nell’accesso alle informazioni, avevo riscontrato delle assurdità che fanno quantomeno dubitare delle ricostruzioni della premier, per cui tutti i trattenuti in Albania sarebbero socialmente pericolosi: ho incontrato almeno due persone già state a Gjadër che risultavano senza precedenti di alcun tipo, perfettamente integrate ma intrappolate nel circolo vizioso dell’irregolarità che le esponeva allo sfruttamento.
Chi libera davvero i trattenuti in Albania?
A impedire il rimpatrio dei trattenuti nei CPR italiani e albanesi non sono certo i giudici, ma il Ministero dell’Interno e, al massimo, i paesi d’origine con cui non abbiamo accordi e che non manifestano l’intenzione di “riprendersi” queste persone. A liberarle è il governo stesso, nel momento in cui le trasferisce dall’Italia all’Albania violando le direttive UE in materia di asilo. La scelta di riempire nuovamente il centro era evitabile e intenzionale: si è scelto di farlo, almeno in parte, selezionando appositamente con persone che hanno in passato commesso e già scontato dei reati, sapendo benissimo che sarebbero state messe in libertà.
Sorgono allora domande inevitabili: se queste persone sono così pericolose, perché non lasciarle nei CPR italiani, dove il trattenimento era già stato convalidato? Perché non sono state rimpatriate appena uscite dal carcere? E se non si è riusciti a organizzare il rimpatrio dal carcere o dal CPR italiano, perché mai dovrebbe essere più semplice dal CPR albanese? «Si gioca con i soldi dei contribuenti e con le storie drammatiche di violenza che possono esserci dietro ogni caso individuale». Si sta giocando con la grande opacità dell’intera operazione Albania, con i soldi dei contribuenti e anche con le storie drammatiche di violenza che possono esserci dietro ogni caso individuale. Il tutto per poter puntare il dito contro la magistratura, a una settimana dal referendum sulla giustizia. Un’operazione spregiudicata e indegna.
*Deputata Pd