L'alleanza al Parlamento europeo
Europa sempre più sulla strada della disumanità: quella barbarie dei rimpatri dai Paesi terzi ai divieti di reingresso
Luce verde dalla commissione Libe. Era il tassello mancante al patto su migrazione e asilo, il castello di norme europee che cancella il diritto d'asilo
Politica - di Giovanna Cavallo
C’è un momento, nei processi politici, in cui una scelta tecnica diventa anche una scelta simbolica. Il voto di questa sera nella commissione Libe del Parlamento europeo è uno di quei momenti. Con 41 voti favorevoli e 32 contrari, la commissione ha approvato il mandato negoziale sul nuovo regolamento europeo sui rimpatri, l’ultimo tassello del Patto su migrazione e asilo. Il testo è stato sostenuto dal gruppo del François-Xavier Bellamy e dal Partito Popolare Europeo insieme alle destre europee, mentre sono stati respinti i compromessi proposti da Malik Azmani del gruppo Renew che nel corso del dibattito politico hanno subito anch’essi una virata a destra.
Ma dietro a questo voto parlamentare si intravede qualcosa di più profondo: un’Europa che sembra scegliere sempre più spesso la strada della detenzione, dell’esternalizzazione e dell’espulsione, per dirla con una parola, della disumanità. Il voto in commissione fotografa anche un cambiamento negli equilibri politici europei. Il PPE ha scelto di costruire una maggioranza alternativa con i gruppi conservatori e della destra radicale, rompendo di fatto la convergenza con socialdemocratici e liberali che rappresentava lo spazio politico eletto dai cittadini.
- Bruxelles si blinda: basta asilo, stretta su rimpatri e Paesi sicuri
- Europa fuorilegge su migranti e Paesi di “origine sicura”: Meloni non può cantare vittoria sul patto con l’Albania
- Europa xenofoba, popolari e destra fascista varano le nuove leggi razziali: è quello che ha sempre chiesto il Ku Klux Klan
Non è solo un passaggio tattico. È il segnale di un clima politico che negli ultimi anni si è progressivamente irrigidito sul tema delle migrazioni, dove il linguaggio della presunta sicurezza ha preso il sopravvento su quello dei diritti umani e fondamentali. Il regolamento sui rimpatri viene presentato come strumento che permetterebbe più rapide ed efficaci le espulsioni delle persone senza diritto di soggiorno nell’Unione. Ma le modalità previste dal nuovo testo sollevano forti preoccupazioni tra giuristi, operatori sociali e organizzazioni umanitarie.
Tra gli elementi più controversi del nuovo regolamento c’è innanzitutto la possibilità di trasferire le persone destinatarie di un provvedimento di rimpatrio in centri collocati fuori dall’Unione europea, i cosiddetti return hubs. L’idea è quella di spostare in Paesi terzi, attraverso accordi bilaterali, le persone che devono essere rimpatriate, anche quando non hanno un legame diretto con quel Paese. Si tratta di una forma di esternalizzazione delle responsabilità europee, simile a modelli già sperimentati in altri contesti e spesso già lesivi dei diritti fondamentali.
Un secondo punto riguarda l’estensione della detenzione amministrativa. Il nuovo impianto normativo amplia i casi in cui una persona può essere trattenuta in vista del rimpatrio e allunga la durata massima della detenzione, il cui uso così ampio rischia di trasformare quello che dovrebbe essere uno strumento eccezionale in una pratica quasi ordinaria. Il testo rafforza inoltre le procedure di rimpatrio accelerate, riducendo gli spazi per il rimpatrio volontario e favorendo le espulsioni forzate con tempi più stretti e meno margine per soluzioni alternative.
Infine, il regolamento amplia i divieti di reingresso nell’Unione europea, che possono diventare molto lunghi e, in alcuni casi, anche permanenti. Questo significa che una persona rimpatriata potrebbe vedersi preclusa la possibilità di rientrare legalmente nello spazio europeo. Ma resta un punto incontrovertibile che rendere più dure le espulsioni non significa necessariamente rendere più efficaci le politiche migratorie. Al contrario, potrebbe aumentare il numero di persone intrappolate in situazioni di irregolarità e di limbo. Nei prossimi giorni inizieranno i negoziati tra Parlamento, Consiglio e Commissione e il testo dovrebbe arrivare in plenaria già nelle prossime settimane.
Ma questo voto lascia una riflessione. In un tempo attraversato da guerre, crisi climatiche e disuguaglianze globali, l’Europa sembra rispondere alla mobilità umana soprattutto con strumenti di controllo e allontanamento e ciò che resta sullo sfondo è più grande della singola norma: che tipo di spazio politico vuole essere l’Unione europea? Un’Unione che difende i diritti come principio universale, oppure una fortezza che delega altrove la gestione delle persone “considerate indesiderate”? È una domanda che non riguarda soltanto le politiche migratorie. Riguarda l’idea stessa di Europa.
*Area di Coordinamento Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose