La storia dell'italo svedese
Storia di Edvard Selander Patrignani, l’italo svedese ucciso in Ucraina nel racconto di Stefano Bufi
Tra romanzo e reportage, il libro ripercorre la parabola del ragazzo, spinto da ideali di giustizia a imbracciare il fucile. Scelta radicale, ma tanto quanto quella pacifista di Langer
Cultura - di Filippo La Porta
Morire per Kiev? Nel 1939 un celebre editoriale di un giornale francese si intitolava “Morire per Danzica?”, chiedendosi se valesse la pena sacrificare la propria vita per una questione che sembrava molto secondaria, per difendere la “città libera” polacca che di lì a poco sarebbe stata occupata da Hitler con il pretesto di proteggere la minoranza tedesca. In quel caso l’illusione pacifista si infranse allora contro lo scoppio del secondo conflitto mondiale.
Andiamo all’oggi, e al nostro romanzo o reportage: il 18 luglio 2022 muore in Ucraina sul fronte russo Edvard Selander Patrignani, un ventottenne italo-svedese, combattente volontario e giovane idealista che lì era andato insieme ad altri suoi amici, inquadrato in una brigata internazionale (in tutto sono stati circa 20.000 i combattenti stranieri in Ucraina), con i Pensieri di Marco Aurelio nello zaino, per difendere la democrazia. Se non io chi (Castelvecchi) di Stefano Bufi, imparentato alla lontana con quel ragazzo, è un reportage narrativo stringente e partecipe che ci racconta la sua storia. Diciamo subito che non si tratta di un libro bellicistico, ispirato alla mistica della bella morte o all’estetica dannunziana dell’eroismo, né intende promuovere l’arruolamento di foreign fighters (peraltro vietati dalla nostra Costituzione) da inviare in Ucraina.
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Però questo libro pone con forza due questioni, a cui ogni lettore è chiamato a dare la propria risposta. Anzitutto il valore della coerenza, la questione della relazione tra idee e comportamenti, l’impegno e la disponibilità a rischiare per i valori in cui si crede. Impegno che certamente può tradursi e declinarsi in direzioni diverse. Alex Langer negli anni 90 andò a Sarajevo con un drappello di eroici attivisti nonviolenti, e dovette per questo attraversare un territorio infestato da cecchini, ma vi portò a rischio della vita la sua preziosa testimonianza ed esercitò una fondamentale pressione sull’opinione pubblica mondiale. Il pacifismo, che vanta una nobile tradizione (da Thoreau e Tolstoj fino a Gandhi e Bertrand Russell), non è sinonimo di quietismo e accomodante passività, né può ridursi al desiderio di consumare in pace. Implica una trasformazione radicale del modo di vivere e di relazionarsi al prossimo, come sapeva Aldo Capitini, inventore della marcia Perugia-Assisi.
E poi: la vicenda di Edvard ci sollecita su un altro aspetto: che rapporto va stabilito con i libri che leggiamo? Dobbiamo prenderli sul serio, tanto da farcene modificare la vita, oppure li mettiamo in una bacheca polverosa destinata agli studiosi? Edvard, che era stato un bambino dolcissimo e riflessivo, amante dello sport e della natura (da piccolo in India di fronte a una statua del Buddha disse che avrebbe voluto diventare buddhista!), era imbevuto di letture di Marco Aurelio e Seneca, dei quali compitava sul quaderno frasi, aforismi, pensieri, e si interrogava continuamente sul bene e sul male. A contatto con i classici prova a riformulare il lessico dello stoicismo: significano ancora qualcosa per noi i valori della dignità, dell’integrità, dell’onore, della grandezza d’animo? O si tratta di concetti obsoleti, che dobbiamo lasciare interamente alla destra o alla peggiore retorica patriottarda? Quando l’anarco-socialista Orwell partì volontario per la Guerra di Spagna, dove combatté nelle file dei trotzkisti, scrisse in seguito di averlo fatto non per una ideologia politica ma per una ragione di “moral decency”, di “decenza morale”. Ecco, qual è per ognuno di noi la soglia minima di questa decenza morale, oltre la quale ne viene intaccata l’autostima?
Bufi ci invita a riflettere su questi aspetti della vicenda tragica di Edvard, che i genitori provarono a dissuadere in tutti i modi, proponendogli ad esempio di limitarsi a dare del denaro e aiuti alimentari agli ucraini. Il racconto diventa ancora più straziante perché si allarga a un’ampia parentesi italiana in cui si ritrovano a Capri, alla villa di Malaparte, i due filoni, italiano e svedese, della grande famiglia dei Patrignani. Tutto cominciò dalla nonna di Edvard, la amata nonna Maria di Sorrento – specializzata nella pasta e fagioli – , che incontrò Bengt – ufficiale dell’esercito svedese e aiutante del re – e insieme si trasferirono in Svezia, dove lei per un momento entrò perfino nella corte reale, come in una favola nordico-mediterranea. La scelta di Edvard è tormentata e piena di ripensamenti ma sente come un imperativo categorico l’obbligo di partire a difesa della libertà di un popolo aggredito: “la loro vicenda ci riguarda!”. Inizialmente vorrebbe limitarsi a fare l’istruttore militare dei soldati ucraini – lui era un aviere molto apprezzato nell’esercito svedese, da cui dovrà dimettersi per poter partire -, ma come vedremo gli eventi drammatici della guerra lo incalzano. Dopo l’acquisto di tuta mimetica, binocolo, sacco a pelo e giubbotto antiproiettile, la scena narrativa – come in un film di Coppola – si sposta traumaticamente e di colpo dentro il fuoco della battaglia, mentre granate russe, guidate dai droni, piovono dappertutto. E colpiranno anche il gruppetto di Edvard, che muore per tentare di soccorrere un amico. Dopo la sua morte si svolgerà un funerale di stato a Uppsala, con il picchetto d’onore degli avieri, e la bandiera svedese che ha gli stessi colori di quella ucraina.
Recentemente Michael Walzer ha auspicato la nascita di un internazionalismo democratico, erede dell’internazionalismo proletario del marxismo, e impegnato a combattere per la libertà. Ma insisto su un punto. Nessuno è tenuto a imbracciare un fucile né a mettere a rischio la propria vita: beato il paese che non ha bisogno di eroi, diceva il Galileo brechtiano. Dopo aver letto il libro di Bufi ogni lettore troverà forme e modi del proprio impegno personale, chi inviando materiale sanitario e aiuti umanitari, chi andando volontario negli ospedali, chi accogliendo le persone in fuga dal conflitto, chi agendo come “operatore di pace”, chi limitandosi – se invitato in qualche università russa – a parlare in ogni sede dei valori democratici. Mi piacerebbe trovare un equivalente nonviolento della scelta di Edvard, altrettanto “radicale”, e capace di quella coerenza e di quello slancio ideale.